Vai al contenuto

UPF Italia PEACE FORUM – 25 Marzo 2024

Carlo Zonato

Porgo il mio cordiale saluto a voi che siete collegati. Il mio nome è Carlo Zonato, sono Presidente di UPF Italia, ovvero Universal Peace Federation, affiliata alla UPF International una organizzazione non governativa (ONG) fondata nel settembre 2005 dai coniugi Moon, il Rev. Dr. Sun Myung Moon e la D.ssa Hak Ja Han Moon. UPF International è accreditata alla ECOSOC presso le Nazioni Unite con Stato consultivo generale ed è oggi presente in 190 paesi nel mondo. Opera per promuovere cultura e percorsi di pace a livello interdisciplinare ed interreligioso attraverso una serie di progetti mirati che sono stati avviati nel corso degli ultimi anni: nell’ambito della governance, della politica, nel mondo delle fedi, nel mondo accademico, nel mondo dei media e della comunicazione così come nel mondo dell’economia e nel mondo dell’arte e della cultura.

L’intento di UPF è instillare l’idea che un mondo di pace e di coesione sociale è possibile se ognuna di queste discipline sociali opera in sinergia per il bene dell’intera famiglia umana. Come UPI Italia, oltre alle tante iniziative in questi diversi settori abbiamo avviato un progetto di condivisione e di informazione sui temi della pace che abbiamo denominato “Peace Forum”. Membri del nostro forum sono esperti delle varie discipline sociali in modo trasversale alle stesse. Oltre alle loro competenze specifiche sostengono il percorso di UPF come costruttori di pace o ambasciatori di pace. Questo è lo spirito che ci accomuna e siamo loro davvero molto grati. Abbiamo organizzato molti incontri sui temi e sulle situazioni più varie della nostra realtà sociale e del nostro mondo. Con quello di oggi volevamo aprire l’esperienza del nostro forum anche a livello pubblico, seppure in modo virtuale.

Come avete visto dal nostro invito, iniziamo questo incontro dedicandolo ad una realtà e ad un Paese che sta lottando per la propria libertà e quindi verso la pace ed è appunto la Birmania. Abbiamo con noi oggi due ospiti particolarmente legati al destino di questa nazione che ringrazio sin d’ora per essere con noi. Mauro Sarasso che oltre ad essere membro ed ambasciatore di pace di UPF Italia, è anche co-fondatore dell’”Associazione per L’amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli”. Mauro Sarasso farà da conduttore di questo focus di oggi. Abbiamo poi il piacere e l’onore di avere come relatrice principale l’onorevole Albertina Soliani che, al di là dei suoi incarichi istituzionali, ha costruito un legame di profonda amicizia con Aung San Suu Kyi figura simbolo per la libertà del suo Paese.

Quindi vorrei presentarvi innanzitutto Mauro Sarasso che è piemontese di origine, sposato con Duk Lim Lee di origine coreana, padre di quattro figli e membro co-fondatore di UPF Italia di cui è stato segretario generale fino al 2010, Molto impegnato socialmente nel comune di residenza Malnate, in provincia di Varese, dove con altri genitori ha fondato l’Associazione Genitori di Malnate. Dal 1997 è stato nominato Presidente della Consulta per i Servizi Sociali ed è tuttora in carica. È stato promotore del Patto educativo della Comunità e co-fondatore della Fondazione per la Comunità ai fini di solidarietà e sviluppo sociale, culturale e ambientale. Dal 2007 è coordinatore del Tavolo per la formazione dei genitori nell’Associazione Scuole Provincia di Varese. Dal 2009, come già accennato, co-fondatore dell’”Associazione per l’amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli”, di cui è membro del consiglio direttivo. Lascio quindi la parola a Mauro Sarasso.

Mauro Sarasso

Grazie Presidente, sono contento di essere qui con tutti voi ma soprattutto per potervi presentare una cara amica Albertina Soliani che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere grazie ad un’altra importante persona che è stata nel nostro cuore per tanti anni, Giuseppe Malpeli al quale è stata dedicata poi l’Associazione per l’amicizia Italia Birmania. Faccio una carrellata con alcune immagini che ci portano dunque nel Myanmar. Io continuo a chiamarlo Birmania perché è la cosa che ho più nel cuore. Qui vedete Giuseppe Malpeli e Albertina Soliani a Parma. Giuseppe Malpeli purtroppo non è più con noi fisicamente. E’ lui che ci ha avviato il rapporto con San Suu Kyi. Qui lo vedete nel 2012 quando Aung San Suu Kyi vinse le elezioni supplettive ed entrò nel Parlamento.

Ho conosciuto Albertina Soliani perché Giuseppe Malpeli ci ha invitato a Roma alla Commissione per i diritti umani ed ero in compagnia del dottor Zaumin che era un rappresentante del governo birmano in esilio; era il 2010. Questa è la Commissione per i diritti umani. Albertina Soliani aveva già fondato con l’onorevole Boniver l’Associazione dei parlamentari per l’amicizia Italia Birmania. Dal 2015 quando Aung San Suu Kyi ha potuto partecipare all’interno del Parlamento sono stati organizzati diversi viaggi; qui ci sono diverse immagini che ritraggono Albertina Soliani con la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e con il gruppo di persone che accompagnavano lei nelle varie iniziative. Erano viaggi organizzati per cercare di creare dei rapporti di aiuto al popolo birmano. Si sono susseguiti dal 2013 fino al 2020 quando poi tutto è stato interrotto. Qui la vedete anche con il cardinale Bo che è stato poi ospite anche a Parma.

E qui a Parma, grazie al lavoro che Giuseppe Malpeli e Albertina Soliani hanno fatto negli anni, sono riusciti a far sì che Aung San Suu Kyi arrivasse a Parma. Qui la vedete in alcune immagini. Questo è l’incontro con gli studenti all’Auditorium Paganini. Mentre qui era al Teatro Regio dove è stato offerto a lei un concerto. Qui in cammino nella città di Parma. E poi a Roma. E questo ha coronato un pò il sogno di allora di averla con noi. Lei ha lasciato queste parole: “Voi a Parma avete dato molto alla Birmania. Non ce lo aspettavamo da voi. Non abbiamo mai saputo quello che cercavate di fare per aiutarci. Ma ora lo sappiamo. Anche quando non sapevamo, dovete averci aiutato, perché eravamo sempre pieni di speranza. In questo modo ci avete aiutati; avete sostenuto il nostro coraggio”.

Lascio ora la parola all’amica Albertina che è appena tornata dai confini della Birmania e quindi credo abbia molto da dirci da quello che ha scoperto ma soprattutto l’impegno che lei ha profuso e che noi continueremo a dare per far sì che si giunga nuovamente a una libertà del popolo e a una democrazia vissuta. Grazie Albertina, a te la parola.

 

 

Carlo Zonato Mauro Sarasso On. Albertina Soliani

 

 

        Albertina Soliani

Grazie a te Mauro. Grazie a Carlo e a tutti voi. In questo momento di scambio e di condivisione ripenso a queste parole di San Suu Kyi. “Abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente nel coraggio”. In questo momento della storia umana, in questo inizio di secolo che presenta sfide vorrei dire perfino più ardue, ed è tutto dire, di quelle del Novecento si lotta nel mondo oggi per la libertà. Si può lottare anche da soli nel silenzio della comunità internazionale. E’ quello che sta accadendo in Myanmar e anche in altri luoghi. Myanmar questo paese tra la Cina e l’India con 55 milioni di persone stremati dalla dittatura per lunghi decenni. Negli ultimi dieci anni, all’incirca dal 2015, attraverso l’azione di San Suu Kyi e del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, che ha avuto sempre grandissimo consenso nel Paese, ha avuto la possibilità di guardare al futuro, un futuro di democrazia e quindi di pace e di progresso. Il paese, che è due volte e mezzo l’Italia, è stato ridotto nei decenni dalla dittatura ad uno dei paesi più poveri dell’Asia; mentre era stato, anche dopo la colonizzazione della Gran Bretagna, il paese più istruito.

Quindi già in una condizione di grande difficoltà un popolo impoverito, stremato, collocato lì in Asia nell’area dell’Indo Pacifico e con alle spalle la Russia, che è il vero sponsor degli armamenti della giunta militare da sempre e tuttora naturalmente. Negli ultimi anni, attraverso il lavoro non violento per origine di pensiero gandhiano, di Mandela e San Suu Kyi ha cominciato a darsi l’obiettivo, la bussola della democrazia. So per lunga frequentazione di quel popolo che gli adulti, i genitori, gli anziani hanno sempre avuto in mente di dare ai loro figli una Birmania diversa, non quella che avevano vissuto loro. Per dirla in breve, noi arriviamo dopo questa lunga storia così complicata, difficile, di grandi sofferenze, di ribellioni alla dittatura come quelle degli studenti nel 1988, travolti e uccisi più di 3000 giovani in piazza; per dirvi che non c’è mai stato periodo che non abbia visto questa lotta per la libertà finita poi nel sangue. Dopo il dominio degli inglesi nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, arriviamo al 1947 con l’indipendenza ottenuta dalla Gran Bretagna soprattutto per l’azione del padre di San Suu Kyi Aung San; il quale riesce, anche in quei primi mesi del 47, a unire le molte etnie differenti per farne un insieme unico: la Repubblica dell’Unione del Myanmar. Quest’uomo viene assassinato pochi mesi dopo, nel luglio del 47.

Dopo alcuni anni di difficoltà interne si arriva al 1962 con la presa del potere da parte dei generali dell’esercito che pure aveva fondato Aung San con un nome particolare di “Tatmadaw” che si prende il ruolo politico e l’ha mantenuto per decenni. Aung San Suu Kyi arriva nel 1988 per circostanze della propria vita personale a Rangoon, la capitale, venendo da Londra dove viveva con la sua famiglia. Si era sposata con Michael Aris, un professore dell’Università di Oxford. Aveva due figli. Arriva e, come figlia di Aung San le viene chiesto di prendere in mano la situazione; così lei parla al suo popolo. Vive quegli anni, per almeno vent’anni, agli arresti domiciliari a casa sua. Per farla breve, San Suu Kyi stravince le elezioni del novembre 2020 con più dell’82% dei seggi. Naturalmente i militari hanno sempre un pezzo del potere; una Costituzione fatta da loro. Non è ancora piena democrazia. Ma la vittoria di San Suu Kyi impaurisce molto i capi del Tatmadaw e soprattutto il generale Min Aung il quale fa un colpo di stato il 1º febbraio del 2021, cioè poco più di tre anni fa.

Da allora San Suu Kyi è prigioniera nel carcere di Naypydaw, la capitale isolata dal mondo; il paese sotto una dittatura feroce nel collasso dell’economia. Ogni diritto umano è violato. Non si riesce neppure a portare aiuti umanitari perché sarebbero controllati dall’esercito che li tratterrebbe per sé, come hanno trattenuto per sé le bombole di ossigeno durante il COVID negli ospedali. Migliaia e migliaia, si parla di 20.000 ma sono certamente di più le vittime, gli uccisi, i giovani incarcerati, processati, condannati a morte, impiccati, le donne stuprate; tutto quello che si può pensare di peggio. E’ così incredibile, in questo momento del mondo, ciò che è avvenuto in questi ultimi tre anni in Myanmar. Ma è avvenuta poi un’altra cosa straordinaria. Il popolo, fin dal primo giorno, si è ribellato in modo non violento come è nella sua umanità, nel suo approccio. Ci sono state manifestazioni di disobbedienza civile, il famoso CDM, soprattutto con medici, infermieri, insegnanti per le strade, studenti che da allora tengono viva la resistenza in Myanmar. Sono stata nei giorni passati sul confine, ho visto tramontare il sole dietro le montagne della Birmania, ma non potevo entrare perché non ho la possibilità di avere il visto dei militari e vi posso dire che ho constatato quello che già si sentiva.

Una fase nuova rispetto all’inizio della dittatura. C’è molto più movimento e c’è un’organizzazione interna di resistenza che sta vincendo. Nello Stato del Karen a sud del Myanmar ho visto i responsabili; almeno il 90% del territorio è liberato. E laddove è liberato si fanno le scuole scavando dei fossati, dentro ci stanno i bambini e le insegnanti sedute sulla riva del fosso con le gambe penzoloni insegnano ai bambini; si fanno piccoli ospedali da campo e, per esempio, cliniche anche chirurgiche su dei camion. Quindi siamo in condizioni estreme ma la volontà è quella di cominciare già ad avviare, se possibile, un’amministrazione civile dentro e i territori liberati. Ho compreso molto chiaramente questa cosa che vi dico che potrebbe essere un criterio di carattere più generale. Oggi i conflitti si fanno con un impiego enorme di armi. Anche i militari in Myanmar bombardano i villaggi con piloti e aerei della Russia. Ma non c’è solo questo. Forse il dibattito sull’Ucraina o su Gaza ci ha imbrigliato in questa vicenda delle armi. Come darle? Quando fermarsi? Io vi posso dire che oggi nelle terre di conflitto c’è anche spazio per un lavoro del tutto civile, di organizzazione, di sostegno e con risorse umane che si possono portare anche se con molte difficoltà per gli aiuti anche umanitari.

Ma su questo vi farò l’esempio più recente che ho visto lì in Thailandia. Questo Stato che sui confini specialmente ha molti rifugiati birmani ma moltissimi a migliaia senza documenti senza possibilità di avere prospettive; ebbene la Thailandia sta cercando di trovare canali per portare aiuti umanitari dialogando non soltanto con i militari o con la Croce Rossa birmana che è dei militari, ma dialogando anche con la rivoluzione in atto, cioè i gruppi etnici armati e il governo di unità nazionale, l’NUG. Credo che per gli incontri che io ho avuto si possa oggi lavorare perché a quel tavolo, almeno per portare aiuti umanitari, ci possono essere altri interlocutori. Penso alla Regione Emilia-Romagna che sta già aiutando anche economicamente nella cooperazione internazionale di emergenza lo Stato del Karen. È possibile aprire tavoli nei quali i gruppi della rivoluzione birmana si sentano in partnership con soggetti esterni; i Paesi, l’Unione Europea, l’organizzazione delle Nazioni Unite. Dobbiamo avere il coraggio oggi di riempire questi spazi possibili e non stare ad aspettare che finiscano i conflitti, anche perché non finiranno forse mai del tutto, ma intanto ci può essere una presenza della comunità internazionale; ripeto, non portando armi, ma portando tutto quello che è possibile.

Per esempio con me nel viaggio c’erano due docenti dell’Università di Parma che per l’Università di Parma hanno parlato con i giovani che hanno inventato la Spring University. Realizzano dei corsi online per aiutare gli studenti che sono in Birmania e che non possono e non vogliono andare nelle università che ormai sono in mano ai militari; naturalmente possono fare le nostre università e dei corsi con loro. La tecnologia oggi apre prospettive straordinarie. Ricordo con commozione la richiesta che questi giovani ci hanno fatto: “abbiamo bisogno di corsi di pensiero critico”. Vorrei dirvi un’altra cosa che ho capito chiaramente: oggi c’è molto più movimento di ieri dentro il Myanmar ma anche fuori, nella comunità internazionale. Non che stia facendo molto per interrompere la crisi del Myanmar o per risolverla, no. Però dopo la prima fase dei primi due anni, in cui la comunità internazionale non ha riconosciuto legittimità ai militari e ha promosso sanzioni importanti contro di loro, oggi la comunità internazionale parla anche con i gruppi interni della rivoluzione e con il governo di unità nazionale.

Io ho parlato con il rappresentante della grande Assemblea che chiamano dell’NUCC, che è l’insieme di partiti, soggetti e associazioni. Stanno discutendo tra di loro sulla nuova Costituzione, sul profilo federale del Paese e perfino su come possono avere un nuovo esercito, non quello predatorio di questi generali, ma un esercito formato anche dai gruppi etnici differenti. Io, ragionando con loro, dicevo che noi in Europa siamo alle prese con il problema di realizzare una difesa unica di 27 paesi, alcuni dei quali sono un po’ più grandi e forti dei gruppi etnici della Birmania, come la Germania o come la Francia. Sappiamo che è complicatissimo, ma questo scambio di relazioni per loro è molto importante ed è anche importante per noi, perché ci sta a cuore la democrazia ovunque e alla fine ci sentiamo cittadini dello stesso pianeta. La mia impressione è che, in quell’area e forse non solo in quell’area, l’azione decisiva potrebbe venire da un dialogo tra coloro che hanno maggiori responsabilità sulla stabilità di quella zona e del mondo, cioè la Cina e gli Stati Uniti. E mentre c’è questo movimento io ho la sensazione, ve lo dico chiaramente, che vincerà la resistenza; non si sa quando, ma i militari sono al tracollo, sono perfino senza soldati, hanno bisogno di una coscrizione obbligatoria sulla leva. Hanno trovato una vecchia legge e stanno andando, si può dire, casa per casa per prendere i ragazzi. I ragazzi però scappano e cercano di uscire, se possono, per venire nelle nostre università. Ma i più vanno nella foresta, vanno nei gruppi armati, si fa per dire, perché di armi ne hanno pochissime. Hanno quelle che riescono a prendere dai presìdi dei militari, con molti soldati che si arrendono.

La nuova tecnologia fa dei miracoli se vogliamo aiutare; possiamo anche non cercare armi. Cerchiamo star link, cioè gli strumenti della connessione tipo Lombax. Se si riesce a far entrare questi strumenti la connessione in tutti gli angoli del paese aiuta non solo la gente che ne ha un estremo bisogno per la salute, per la scuola, per la sopravvivenza, ma aiuta le connessioni tra i gruppi che stanno facendo la rivoluzione. Questo io ho visto. Ho visto una grande unità tra il governo di unità nazionale, i gruppi etnici armati, compresa la rappresentanza Rohingya ancora disperata e abbandonata. Ma un rappresentante dei Rohingya fa parte oggi del nucleo del governo di unità nazionale. E questo è un segnale per il futuro. Quel dialogo, che forse non c’è stato neanche a livello di società civile in Myanmar prima, adesso c’è. Ho incontrato anche, vorrei dirvi questa cosa straordinaria, persone, organizzazioni umanitarie birmane sul confine, il network delle donne parlamentari che stanno lavorando per aiutare la popolazione; anche sotto i bombardamenti. C’è uno spirito che mi ha molto colpito, uno spirito non violento, pur nella determinazione a vivere la resistenza fino alle ultime conseguenze dovessero pagarlo con la vita.

Non ne vogliono più sapere dei militari per poter dare un futuro in Myanmar alle nuove generazioni. Ma lo fanno con uno spirito, come sempre, non violento. Loro dicono che combattono ma non cinicamente; combattono sapendo che devono mantenere la loro umanità. Ho parlato con due donne psicologhe che fanno lavoro volontario sui confini per la salute mentale, un enorme problema dai bambini agli adulti. Entrano di là dal confine e vanno a fare corsi di formazione per i giovani che sono entrati nel PDF “People Defence Force”, cioè i gruppi che dovrebbero difendere il popolo. La parola chiave, nei corsi di formazione, si riduce a due parole: rimanete umani mentre fate la resistenza. Quindi per la difesa del popolo c’è la resistenza, ma per il tempo necessario e nelle forme meno violente. Io ho visto video con i gruppi di azione umanitaria che intervengono nei combattimenti operando a cielo aperto; sotto le piante operano sia i ribelli sia i militari che sono feriti. E ho sentito discorsi molto importanti all’associazione di assistenza dei prigionieri politici APP, che conosco da molto tempo. E anche da un network di donne che fanno progetti per le donne e con i giovani per la giustizia transizionale; cioè riflettono su come costruire convivenza civile dopo che c’è stata una situazione di questo genere che ha visto gli uni messi contro gli altri.

Una giustizia che non alimenti la vendetta, la prosecuzione degli odi, ma alimenti una convivenza di reciprocità perché avranno bisogno di riconciliazione di pacificazione. Questo io vorrei dirvi, ho la sensazione chiara che c’è un popolo in piedi che sta resistendo. Un popolo che vuole mantenere questa identità di non violenza nonostante tutto, che non vuole essere come i militari; che si oppone, ma perché finisca presto. E voglio dirvi però anche questa cosa molto triste per noi che siamo fuori. Una mia carissima amica che adesso è nella foresta, non posso dire il nome per tutelarla, è praticamente la comandante della 6.ª brigata dell’area del Karen; una parlamentare dedicata all’aiuto sociale negli anni precedenti. Adesso lotta per la liberazione del suo paese dai militari e mi dice che i militari ci uccidono, gli altri paesi non ci aiutano. Questo è il dramma della comunità internazionale che sta bene, che non ha questi problemi drammatici forse perché ne ha tanti davanti e quindi si dimentica del Myanmar.

Oppure possiamo dire che ne abbiamo tanti di questi problemi di conflitti perché non siamo vigili, perché non siamo accanto a loro in questa lotta per la libertà che non è solo con le armi, che non è solo di ribellione, di resistenza, ma è soprattutto di un ritrovarsi moralmente gli uni accanto agli altri per le uniche cose che valgono nella vita che sono di natura spirituale, non sono di altra natura economica o militare. Quello deriva dalla mancanza di un presidio collettivo su questi valori. Questo ho visto e ho capito sul confine in questi giorni. Spero di poter continuare a lavorare con loro e di potere andare anche presto in Myanmar. Infine voglio dirvi che il 14 di aprile a Casa Cervi, dove mi trovo adesso, la casa simbolo della Resistenza italiana, verrà la comunità birmana, verranno molti studenti birmani che sono in Italia, almeno una cinquantina sono a Parma e verranno a celebrare il Capodanno birmano resistente, con la presenza anche di ministri del governo di unità nazionale semplicemente per vivere insieme, quello che farà nascere alla fine una nuova umanità, un mondo nuovo. E’ molto importante che siamo insieme a camminare su questa strada grazie.

Mauro Sarasso

Grazie Albertina. Seguiamo questa situazione da ormai tre anni e più e dalle notizie che abbiamo continuiamo a vedere l’assenza completa da parte delle organizzazioni internazionali. Giusto qualche dichiarazione c’è stata, sia all’ONU che dalla Comunità Europea. L’ASEAN non si è fatta sentire per nulla considerando che dovrebbe riguardare direttamente loro. Il dramma del Myanmar sono le cifre del numero dei bambini che oltre a perdere anni di scuola vivono nelle foreste; siamo sugli otto nove milioni. 15 milioni sono sfollati e saranno in difficoltà per gli anni a venire. Lo spirito che tu hai comunicato è quello che teniamo nel cuore nel senso di essere vicini a quel popolo. Voi a Parma state facendo grandi cose. Vorrei che altre città d’Italia potessero collaborare con quel Paese che ormai è come hai detto tu, massacrato dalle armi della Russia, tenuto a distanza dalla Cina e dimenticato un po’ da tutti. Noi cercheremo di tenere viva la fiaccola per cercare di aiutare tutti. Volevo chiederti, Albertina, visto che hai detto che molte cose stanno migliorando, c’è possibilità effettivamente di riuscire a sostenere il governo di unità nazionale in modo più concreto da parte delle organizzazioni internazionali o anche delle singole regioni e città italiane?

Albertina Soliani

E’ di poche settimane fa la l’assegnazione della cittadinanza onoraria di Abbiategrasso ad Aung San Suu Kyi. Torniamo, Mauro, al lavoro che si faceva una ventina d’anni fa dando la cittadinanza onoraria ai prigionieri politici ed era una cosa molto importante anche per loro perché ha modificato anche le loro condizioni di vita. Riprendiamo questo attivismo delle città, dei territori, delle persone; io credo che siano i popoli che decidono il loro destino, il destino del mondo. Non abbiamo la possibilità di smuovere i grandi interessi militari o economici del mondo che tengono le redini delle cose e ci stanno portando anche sull’orlo del precipizio. Ma possiamo fare parecchie cose; queste, per esempio, dei territori, il lavoro con le scuole per raccontare e per far conoscere. Quello che tu stai facendo egregiamente. sono tutte cose che si possono fare.

Vi posso dire che c’è qualche miglioramento anche nell’attività politica internazionale, che è tutto dire perché si vede come la politica sia, se non impotente, molto debole in questa fase di inizio di secolo. Dopo i decenni nei quali almeno l’organizzazione dell’ONU chiamava oppure la Conferenza di Helsinki discuteva cose importanti e decideva cose buone di fronte ai malvagi chiedendo di fermare certe azioni perché non c’era il consenso del mondo, oggi queste linee sono molto indebolite rispetto a quello che è avvenuto istituendo l’ONU e le organizzazioni internazionali. Ma vi posso dire che la politica può fare parecchie cose. Ho parlato con l’ambasciatore dell’Unione Europea in Thailandia, del nostro Paese e del Myanmar. Gli ambasciatori dell’Unione Europea si vedono di frequente, si parlano, raccolgono le informazioni; c’è un’attenzione più forte di prima della comunità internazionale nei confronti di quello che accade in Myanmar. Anche se c’è ancora uno stare a vedere cosa succede ai militari ma non entrano in conflitto coi militari, ma neanche li vogliono all’uscio, come si dice.

I nostri ambasciatori non hanno neanche portato gli accrediti a Naypydaw; sono incaricati di affari ma ti posso dire che sono bravissimi e c’è questa attenzione. Dopo questo viaggio vorrei dire, Mauro, che è possibile lavorare su 2 o 3 fronti. Vi ripeto, non per fornire loro le armi, ma gli strumenti per la comunicazione che favoriscano la connessione di internet là da loro. Questo vuol dire raccogliere fondi e costruire la rete per portare a loro questi strumenti. Questi strumenti li difendono parecchio e li aiutano ovviamente nel loro obiettivo. Abbiamo bisogno di spingere perché i nostri paesi democratici almeno aprano canali di aiuti umanitari. Devono riuscire a farlo senza passare attraverso i militari. Ci sono zone aperte nel Paese e bisogna fare in modo che arrivino gli aiuti umanitari. Ma quello che manca alla comunità internazionale, sia nei conflitti tremendi dell’Ucraina o di Gaza, è la volontà politica di aprire tavoli di negoziazione.

Tu hai ragione a dire l’ASEAN è l’area di riferimento più importante del Myanmar, di cui il Myanmar fa parte. Sono dieci paesi della regione del Sudest asiatico. L’ASEAN un po’ si è mossa, non è che non ha fatto niente. Ha subito cominciato a ragionare sul Myanmar e ha dichiarato quei famosi cinque punti nei quali diceva: fermate la violenza, liberate i prigionieri politici etc., insomma hanno delle indicazioni, ma non sono stati in grado di fare di più. E’ vero che l’Unione Europea e l’ONU hanno sostenuto l’Asia nella loro azione, ma vi ripeto, la politica è ancora troppo debole. Oggi non c’è un inviato speciale dell’ONU per il Myanmar. C’è stato nel passato ma non sono riusciti a combinare granché. Quello che lascia sconcertati è come un manipolo, un gruppo di militari egoisti che hanno in mano le armi, possano tenere prigionieri non solo Aung San Suu Kyi, il presidente e migliaia di attivisti e di cittadini, ma tengono prigioniero un intero Paese.

Noi dovremmo interrogarci su questo e domandarsi perché l’Europa non riesce ad essere un soggetto politico che difende il diritto e l’umanità. La politica è questo. Ripeto le armi sono un secondo tema su cui lavorare e mi rendo conto che oggi invece c’è un riarmo molto forte. Ma per chi, come un movimento come UPF ha a cuore i percorsi di pace, bisogna cercare di fare i passi giusti e di camminare, di farli questi passi con le possibilità che ci sono. Oggi, vi ripeto, le possibilità ci sono per fare molto di più. Poi speriamo che, quando i militari si accorgeranno che non ce la faranno più, il crollo non avvenga con conseguenze ancora più drammatiche. Per l’esperienza che abbiamo noi, questi giorni dei militari mi sembrano come la Repubblica di Salò in Italia. Anche la Repubblica di Salò, mentre erano gli ultimi mesi della loro vita e si andava verso la grande sconfitta, andavano a chiamare i ragazzini di 15 anni e li arruolavano. Sono metodi che si ripetono. Bisognerebbe riuscire a impedire questo e a fare in modo che i militari possano uscire di scena con il minor danno possibile per il popolo del Myanmar.

Mauro Sarasso

Grazie Albertina. Voglio chiedere al pubblico se ci sono domande. Gabriella prego.

Maria Gabriella Mieli

Sì. Buonasera, allora in parte hai già risposto Albertina perché hai dato molti suggerimenti sia in termini di cosa noi società civile possiamo fare e cosa dovrebbero fare invece gli Stati a sostegno. Vedi una strategia specifica di lavoro a corto, medio e lungo termine compatibilmente con la situazione e le prospettive future per arrivare ad una soluzione di democrazia e di pace in ambo i settori? Tu hai già nominato organizzazioni quali la nostra appunto che sono presenti a livello mondiale e ci sono varie azioni che possiamo fare anche geograficamente. Però suggerisci anche qualcos’altro e suggerisci alcune azioni prima e poi successivamente altre?

Albertina Soliani

Penso che si debba assecondare il movimento che ho visto crescere internamente ed anche fuori del mondo birmano. Tutta la comunità internazionale dei birmani è molto in movimento e bisognerebbe assecondare questo con un movimento civile altrettanto forte fuori di altre organizzazioni: quelle associative, culturali, per la pace; cercando di avere immediatamente, cosa possibile, un contatto diretto con le forze che organizzano la rivoluzione di primavera. È possibile avere contatti diretti con i ministri del NUG ed è possibile sentire da loro quali cose si possono fare noi. Con l’associazione, il primo di febbraio anniversario del golpe, abbiamo organizzato a Bruxelles un evento in collaborazione con il Parlamento Europeo, al quale hanno partecipato parlamentari europei e personalità che sono dentro la Birmania, che sono nella foresta e che sono comparsi proprio così in video. Cioè noi dobbiamo fare parlare più che si può le persone responsabili di gruppi sociali, di associazioni e diciamo pure di dialogo interreligioso.

Più si parla fuori del Myanmar, cercando anche di dare una qualche comunicazione, più anche noi diventiamo molto più consapevoli e molto più forti imparando da questa esperienza. Ma vi voglio dire che questo servirebbe moltissimo anche allo stato d’animo di coloro che sono in Myanmar, perché la loro preoccupazione più grande è quella di sapere se qualcuno li pensa e che non sono da soli. Perché sono andata alla mia età dopo quattro anni che non andavo più da quelle parti? Ho fatto molti viaggi in Myanmar prima, ma adesso un po’ per il COVID e poi il golpe me lo avevano impedito e mi sono chiesta semmai ce l’avessi fatta, diciamo, a vivere. È stata un’esperienza straordinaria, di grande forza. Perché sono andata? Perché alla fine non bastano le videoconferenze; sono necessarie, sono straordinarie e, in fondo, anche la resistenza birmana vive di telefonini perché si connettono tra loro, perché altrimenti non riescono a stare insieme perché i militari glielo impediscono.

Tuttavia oggi è un tempo e una fase nuova nella quale loro stanno vincendo per costruire un nuovo futuro per il Myanmar. Hanno bisogno di molti amici che li sostengano. Io vi posso dire che ci sono molti canali per poter parlare con loro, per poterli sostenere e per chiedere a loro di cosa avete bisogno. Può darsi che ci dicano delle cose che sono possibili. Poi naturalmente ci vuole anche un lavoro politico che la società civile può fare, chiedendo agli Stati di fare quello che debbono fare. Per esempio a maggio il Primo ministro della Thailandia sarà in visita a Roma incontrerà la Presidente Meloni; noi stiamo cercando di vedere di organizzare un suo incontro informale con personalità italiane che gli parlino del Myanmar e che lo stimolino ad assumere responsabilità per la soluzione delle cose. Maria Gabriele tu lo sai meglio di me che esplori tutti questi mondi, è possibile con gli incontri, con il dialogo. È tempo adesso di parlare con chiunque, con tutti. Di andare dappertutto. Sono arrivata sui confini. Si può esplorare ulteriormente. Magari parliamone per trovare anche le strade giuste, concrete.

Maria Gabriella Mieli

C’è un’altra domanda che viene da Damiano Vianello. Dice che un anno fa la storica chiesa del villaggio di Chantar è stata rasa al suolo dai militari. La Chiesa cattolica può essere un canale, un attore, un soggetto per portare connessioni, aiuti e istituire tavoli di dialogo? Ringrazia per il prezioso lavoro.

Albertina Soliani

Penso proprio di sì. Di recente è stato insediato a Yangon un nunzio apostolico in rappresentanza del Vaticano. Era un’antica richiesta di Aung San Suu Kyi. E arrivato e si muove come un ambasciatore. Non rappresenta la chiesa interna e può essere un punto di riferimento molto importante. Il Papa ha nel cuore il Myanmar, lo so per conoscenza diretta, come ha nel cuore la tragica situazione dei Rohingya. Il Papa può essere un punto di riferimento. Naturalmente quando i militari bombardano le chiese costringono i vescovi a fuggire, come è successo dentro la foresta; e così per le suore. Ma soprattutto questa devastazione umana che essi stanno compiendo mette anche la Chiesa tra le vittime. Ci sono là alcuni missionari; Ci sono suore di molti istituti come le suore della riparazione di Milano. Bisognerebbe pensare che ogni realtà, anche religiosa, è una forza spirituale e umana. Quello che dispiace di più è vedere che quasi non sentiamo la bellezza, la positività, l’energia che può venire dal meglio delle nostre esperienze.

Bisogna che ci mettiamo in testa che la storia la possiamo cambiare anche noi. E voglio dirvi che in Myanmar avrebbero bisogno di molte voci fuori che li aiutano, che li salutano, che chiedono di cosa avete bisogno. Ci sono molti modi per poterli incontrare. Si possono incontrare, Maria Gabriella, tramite connessione via network donne parlamentari, quelle elette ma mai insediate a causa del golpe. Le donne sono straordinarie, quindi è possibile parlare, dialogare e far sentire loro che siamo vicini. Io ricordo la notte del golpe quando arrivarono le prime telefonate degli amici. La prima domanda che ci facevano era: ma arrivano i caschi blu dell’ONU? Io ero sicura che non sarebbe arrivato nessun casco blu. Ma ci siamo noi. Noi possiamo fare molto. Forse questo secolo, da quel che si vede, può avere scarsa fiducia nei capi, che non sono il massimo a tutti i livelli come sappiamo. Forse è il secolo che deve vedere la responsabilità più forte delle persone, dei cittadini, dei popoli con i loro valori e con quello che possono dare e possono fare. La comunicazione oggi è molto più facile di prima. Ci possiamo connettere con loro, è possibile farlo parlandoci, poi si capisce cosa possiamo fare con loro.

Mauro Sarasso

Grazie Albertina. Una cosa che vorrei suggerire agli uditori che sono presenti è che c’è una pagina Facebook facilmente rintracciabile che è l’Associazione per l’amicizia Italia Birmania o anche il sito dell’Associazione per l’amicizia Italia Birmania. Queste sono le due realtà dove quotidianamente mettiamo delle informazioni che riguardano la situazione di quello che accade sia dentro la Birmania che ai confini e questo potrebbe essere d’aiuto. L’altro appello che facciamo e che l’ha già fatto anche Albertina, è parlarne. Perché la difficoltà che incontro andando nelle scuole, visitando le associazioni, visitando le città è che non si sente parlare di Myanmar; è scomparso dai radar della comunicazione se non quando succede qualcosa di estremamente pericoloso. Quindi importante parlarne come diceva Albertina, avere dei momenti dove anche gli altri possono essere a conoscenza. Canali ce ne sono tantissimi; ne conosce tantissimi Albertina e ne conosciamo anche qui nella zona della Lombardia. È importante muoverci e parlarne. I media sono completamente presi da tante altre notizie, comprensibili perché le abbiamo qui sotto casa, e il Myanmar è troppo lontano per loro.

Maria Gabriella Mieli

Leggo un’altra domanda che è emersa da Colombo. Dalle informazioni disponibili sembra che il confronto fra l’esercito e vari gruppi di resistenza, spesso senza coordinamento fra loro e con iniziative non coordinate, trascuri da ambo le parti l’attenzione alle necessità umanitarie della popolazione. Non sarebbe utile promuovere questa attenzione pur nel mezzo del conflitto?

Albertina Soliani

Per le notizie che io ho c’è una differenza profonda. Il popolo che si difende si aiutano tra di loro, quindi non è vero, secondo me, che siano presi dai combattimenti e non dall’attenzione al popolo. Ma, al di là di questo, credo non ci sia purtroppo altra via che quella del ritiro dei militari dal ruolo che loro hanno, dalla politica e dal comando del potere che hanno. Mi ha molto colpito il fatto che il popolo non vuole gli aiuti umanitari che passano dai militari; hanno detto piuttosto moriamo di fame. Quindi la differenza è nettissima e non è che ci siano due che combattono che hanno delle altre ragioni per conto loro. No, è il popolo intero che si esprime anche attraverso queste forme di resistenza. C’è qualcosa di molto particolare in questa vicenda del Myanmar. Ci sta insegnando parecchio, ma purtroppo, siccome non si comunica il Myanmar, è chiaro che non si comunicano neanche queste cose e cioè un popolo intero usa la forza per quel tanto che può solo per liberarsi, ma in questo è determinatissimo e i gruppi armati sono il popolo, sono fatti dai giovani che scappano dalle città. Questo è il punto. I militari sono come degli estranei ormai. Infatti, è lo stupore di tutti che si chiedono com’è possibile che un esercito possa combattere il suo popolo, perché di questo si tratta.

Carlo Zonato

Siamo giunti ormai al termine. E’ stato un racconto che coinvolge il cuore davvero profondamente e ci dà ragione aver pensato di inserire questo racconto accorato di Albertina in questo primo peace forum aperto al pubblico. Conosco la passione con cui Albertina opera e poiché non so se tutti quelli che sono collegati conoscono Albertina Soliani vorrei dare qualche cenno biografico. Albertina è originaria di Boretto (Reggio Emilia). E’ stata insegnante e direttrice didattica, promotrice di molte iniziative sociali, e questo spirito è aumentato nel tempo, iniziative culturali politiche per le donne, per i giovani e per le persone svantaggiate. E’ stata tra i promotori dell’Ulivo, del Partito Democratico; è stata sottosegretario al Ministero della pubblica istruzione nel primo governo Prodi negli anni 96/98. Senatrice della Repubblica poi dal 2001 fino al 2013. E’ stata presidente dell’Associazione parlamentari amici della Birmania, come è stato citato, ed ora è presidente onorario dell’Associazione per l’amicizia Italia Birmania. E’ un po’ l’anima di questa opera che ha raccontato con una ricchezza di particolari, non solo di fatti, ma anche dei sentimenti raccolti. E’, inoltre, Presidente dell’Istituto Alcide Cervi e vicepresidente dell’ANPI nazionale.

Ed è un onore per noi averla anche come ambasciatrice di pace UPF ormai da diversi anni. Grazie Albertina quindi per questa tua opera costante a sostegno del popolo birmano. Ci ha dato tanti spunti e ci mediteremo davvero per trovare modi e possibilità di sostenere. Grazie anche a Mauro insomma e all’Associazione per l’Amicizia Italia Birmania Giuseppe Malpeli. Ci tengo a dire che è stata dedicata a suo nome perché ho sempre viva la sua presenza, il suo calore umano ed il suo investimento per questa causa nella speranza che questo seme cresca e possa aprire, prima o poi, un futuro di pace per questa nazione. Vorrei inoltre esprimere un pensiero e una preghiera speciale per Aung San Suu Kyi perché possa, dopo tutto questo investimento e questa sofferenza, in qualche modo condividere un tempo di libertà con il suo popolo.

Ringrazio di cuore anche tutto lo staff con cui condividiamo questi incontri. Grazie a coloro che si sono collegati. Torneremo con i nostri incontri di UPF Peace Forum e vi terremo informati. Buona serata e buon proseguimento.