Relatore Dr MARCO RICCERI – Segretario Generale EURISPES (Istituto di ricerca e analisisociale, politica ed economica)
Carlo Zonato:
“Buona serata a tutti voi. È iniziato il nuovo anno e riprendiamo con il nostro primo incontro del Peace Forum del 2024. Abbiamo eccezionalmente spostato l’incontro di oggi al martedì perché, in qualità di UPF, siamo stati co-sponsor del concorso nazionale di poesia per la Shoah e la Pace a Reggio Calabria. Solitamente, i nostri incontri si tengono l’ultimo lunedì di ogni mese. Abbiamo sempre apprezzato questi momenti di approfondimento, specialmente da quando abbiamo iniziato a organizzarli su tematiche specifiche. L’intervento di oggi ci viene offerto dal dottor Marco Ricceri, segretario generale di Eurispes, istituto di ricerca e analisi sociale, politica ed economica. È anche coordinatore della Agenzia Europea di Investimenti e ambasciatore di pace di UPF. La relazione che Marco Ricceri ci presenta oggi ha come tema: ‘Europa Sociale, Europa Politica: Quali passaggi per una giusta transizione?’. Nasce da un lavoro di analisi al quale Eurispes ha partecipato e che è stato strutturato su tre ambiti: l’Europa sociale, l’Europa economica e l’Europa dell’Energia. Ti ringrazio quindi, Marco, per la tua disponibilità e ti lascio la parola.”
Marco Ricceri:
“Grazie a te, Carlo, e a tutti gli amici qui in ascolto. Cerchiamo di fare una riflessione che ci aiuti a comprendere alcuni concetti di base. Il primo argomento è proprio nel titolo: l’Europa sociale e l’Europa politica; ciò che avviene nel sociale ha un impatto sempre più forte sull’assetto politico e sugli orientamenti delle persone. La politica europea presenta notevoli limiti e punti interrogativi che vorrei discutere con voi. Per chiarire il percorso, diciamo che il fondamento è nel Trattato di Lisbona, dove si parla di economia sociale di mercato. L’Europa ha definito la propria struttura e il proprio obiettivo come economia sociale di mercato. Siamo una forma specifica di quello che si chiama economia liberista; è la cosiddetta clausola sociale. A questo risultato si è giunti dopo un lungo percorso, poiché fino al Trattato di Lisbona, la politica sociale era sempre stata considerata subordinata allo sviluppo economico, funzionale al raggiungimento di maggiore produttività e competitività, eccetera; non le era riconosciuto un ruolo primario. È stata necessaria la svolta del Trattato di Lisbona. Questa clausola sociale che è stata introdotta mette quindi sullo stesso piano, in parallelo, lo sviluppo economico e il progresso sociale, riconoscendogli quindi un valore primario come ha l’economia.”
“Nell’agenda 2030 delle Nazioni Unite, si sottolinea che per conseguire una vera svolta verso la sostenibilità, è necessario agire in modo equilibrato e parallelo nelle tre dimensioni: economica, sociale ed ambientale. Questo principio è riflesso sia nel Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore nel 2009, che nei documenti internazionali, evidenziando l’importante riconoscimento della politica sociale. La clausola di Lisbona si basa su tre obiettivi principali: la piena occupazione, il dialogo sociale e il riconoscimento delle libertà sindacali e dei diritti dei lavoratori.
Tuttavia, una debolezza della costruzione europea avviata con il Trattato di Lisbona è che l’Unione Europea non ha una competenza primaria esclusiva nelle politiche del lavoro e sociali, ma solo una competenza di supporto. Le competenze dell’Unione sono suddivise in tre livelli: esclusivo, collaborativo e di supporto. Ciò significa che, sebbene l’Unione possa fornire indicazioni, la responsabilità per gli squilibri sociali e le ingiustizie sociali rimane principalmente dei singoli Stati membri. Questo rappresenta uno dei punti di discussione per la costruzione futura dell’Europa.

Considerando l’impatto delle politiche sociali sull’Europa politica del futuro, potrebbe essere opportuno che l’Unione europea si assuma una maggiore responsabilità in questo ambito. Negli anni, sono state sollecitate azioni e servizi adeguati agli Stati membri, culminando nei vertici sociali di Göteborg, Svezia, e Porto, Portogallo, nel 2017 e nel 2021. Questi vertici hanno delineato una sorta di carta costituzionale per la giustizia sociale e i servizi sociali. Sebbene l’Unione europea non abbia una responsabilità primaria, ha comunque elaborato una guida importante attraverso il pilastro sociale europeo, approvato unanimemente dagli Stati membri nel vertice di Göteborg e sviluppato ulteriormente nel vertice di Porto.
In sintesi, mentre l’Unione europea non detiene una responsabilità primaria nelle politiche sociali, ha comunque tracciato un percorso significativo verso una maggiore coesione sociale.”
“Questi sono gli elementi di base a cui fare riferimento nella nostra riflessione. Ma quali sono gli elementi che recentemente hanno accelerato questo tipo di impegno? Rispetto a cinque o sei anni fa, abbiamo assistito a innovazioni che hanno influenzato i nostri sistemi. Il primo elemento è rappresentato dai cosiddetti megatrend, ovvero le rivoluzioni in corso nel digitale, nei cambiamenti climatici, nei flussi migratori, e così via. Questi fenomeni hanno un impatto significativo, come la comunità scientifica e gli analisti hanno sottolineato, definendoli ‘grandi sorprese’. Si tratta di eventi difficili da prevedere e gestire, come la recente ripresa della guerra e i suoi effetti.
Oggi, le nostre società stanno iniziando a sperimentare i primi effetti di questi processi, destinati a generare cambiamenti radicali. Il secondo fattore è rappresentato dall’impegno per la sostenibilità, sancito dall’Agenda 2030 e condiviso da tutti gli Stati. Questo implica il passaggio da un modello tradizionale basato sulla quantità a uno basato sulla qualità, con conseguenti cambiamenti nell’organizzazione economica, sociale e nel rapporto con la natura.
L’Unione europea e altri Stati, compresi Cina, Africa e America, hanno abbracciato pienamente questo percorso. L’Unione ha intrapreso un’intensa serie di provvedimenti e misure per accelerare il cammino verso lo sviluppo sostenibile, giustificandolo con il principio della competitività. Tuttavia, ci sono limiti evidenti, come le proteste degli agricoltori, che sottolineano la necessità di un sostegno adeguato a gestire la transizione in modo condiviso.
Infatti, sebbene gli obiettivi siano rigidi e intensi, senza un adeguato supporto e programmazione, possono scatenare proteste diffuse e politiche di protezionismo. È essenziale che il cambiamento verso un modello sostenibile sia accompagnato da una programmazione adatta, altrimenti rischiamo di causare danni e resistenze anziché progresso.”
“Rispetto a questo atteggiamento e al limite evidente e riconosciuto dell’Unione Europea, ci sono due ulteriori passaggi da considerare. Il primo è illustrato dal professor Zamagni di Bologna, ex Presidente della Commissione scientifica pontificia dell’Accademia delle Scienze Pontificie. Il professor Zamagni sottolinea una distinzione significativa: “Spesso usiamo la parola ‘cambiamento’, mentre impieghiamo meno frequentemente la parola ‘trasformazione’; sono concetti completamente diversi. ‘Cambiamento’ implica un adattamento all’interno di uno scenario di continuità, mentre ‘trasformazione’ pone di fronte a una scelta tra nuove strade da percorrere, richiamando l’idea del bivio e delle alternative.
I fenomeni precedentemente menzionati, come la rivoluzione digitale, i megatrend, la demografia, non portano tanto al cambiamento quanto alla trasformazione. Tuttavia, la nostra cultura o, dal punto di vista politico, la mancanza di volontà di rischiare nuove strade, ci rende restii ad affrontare questa sfida. Preferiamo adattare il sistema esistente, nonostante le reazioni forti che ne derivano. Non dovremmo stupirci se emergono movimenti populisti o sovranisti, proteste diffuse e cambiamenti imprevisti di governo, con leader che precipitano dal potere e vengono sostituiti. Questo è il risultato di un’incapacità di accettare la sfida culturale di una scelta che richiede una visione del futuro.
Questo scenario di trasformazione richiede un impegno per costruire un futuro sostenibile e la volontà di cambiare radicalmente il nostro modo di operare. La scelta della sostenibilità, con un modello di sviluppo circolare e qualitativo, è una scelta di trasformazione. Tuttavia, l’Unione Europea ha imboccato questa strada con decisione, anche se mancano programmi precisi.
L’Unione ha introdotto il concetto di ‘just transition’ (transizione equa), che implica un cambiamento radicale senza lasciare vittime indifese, coinvolgendo pienamente la società. Tuttavia, c’è una lacuna cruciale riguardo ai parametri sociali. Nonostante una commissione di esperti abbia lavorato due anni, alla fine ha riconosciuto di non essere in grado di definire la dimensione sociale in modo quantitativo, rimanendo indefinita.
Nel pacchetto dell’Unione Europea, la dimensione economica è sostenuta da incentivi e fondi, quella ambientale è definita con indicatori e parametri, ma quella sociale presenta una lacuna importante. Questa situazione influisce anche sulle imprese, obbligate a redigere un bilancio di sostenibilità senza parametri di riferimento precisi. È necessario fornire alle imprese indicazioni più chiare su come costruire questi report obbligatori.”
“Attualmente, l’impegno dell’Unione Europea, iniziato nel 2004, si concentra sulla revisione e sul supporto alle imprese nella costruzione del bilancio della sostenibilità, noto come reporting. Tuttavia, questa iniziativa richiede una chiara definizione del concetto di sociale. La domanda fondamentale è: il concetto di sociale si limita al numero di servizi disponibili, come scuole, asili nido, ospedali e assistenza sanitaria, o include anche concetti come coesione sociale, integrazione e partecipazione? Questa è una questione fondamentale che richiede un chiarimento.
L’Unione europea suggerisce di fare riferimento ai documenti internazionali, come la Carta dell’ONU dei diritti fondamentali, ma rimane aperto il dilemma su come quantificare il tutto. Di fronte a questi cambiamenti radicali, è ancora valido il modello sociale del “Welfare State” o è necessaria una trasformazione verso un modello di “welfare di comunità”? Gli esperti indicano che il modello tradizionale non è più sostenibile e dovrebbe essere sostituito da un approccio che coinvolge imprese, Stato, autorità pubbliche e organizzazioni della società civile nella progettazione e nell’implementazione delle politiche sociali.
Inoltre, accanto ai cambiamenti strutturali, vi sono cambiamenti psicologici, come la diffusa precarietà sociale che sfocia nella precarietà culturale ed esistenziale. Questi fenomeni hanno un impatto significativo sulla vita delle persone in Europa e vanno considerati attentamente. Ad esempio, durante la pandemia di COVID-19, abbiamo assistito a un crescente rifiuto del modello di carriera basato sull’accumulo di ricchezze e stress lavorativo, sia in America che in Italia, come dimostrato dalla situazione nel Friuli.
Il Friuli ha adottato un approccio innovativo, integrando le politiche sociali in una visione olistica che coinvolge diversi settori, dalla famiglia al lavoro. Questo approccio sinergico ha portato a risultati positivi, con la regione che ha raggiunto obiettivi significativi in termini di sostenibilità. Tuttavia, si è verificato un nuovo problema: le dimissioni improvvisate da posizioni lavorative rilevanti, indicando un cambiamento radicale nell’atteggiamento sociale che sta influenzando l’economia regionale.”
“L’impatto dell’intelligenza artificiale, che abolisce servizi sia privati che pubblici e sostituisce le menti e i meccanismi organizzativi, è veramente rivoluzionario. Gli effetti di questa rivoluzione digitale devono essere gestiti al meglio, non solo in termini di produttività. Non a caso, stiamo assistendo a un ritorno ai codici etici e ai principi che devono guidare questa trasformazione.

Prima del Trattato di Lisbona, il sociale aveva una posizione secondaria nella visione europea, ma da quel momento ha assunto un ruolo prioritario. Tuttavia, oggi ci rendiamo conto che non siamo in grado di promuovere la sostenibilità in modo adeguato a livello europeo e nazionale. È un vero vuoto, poiché sappiamo tutti che la sostenibilità si raggiunge agendo in parallelo nelle tre dimensioni. Se si trascura una di esse, si compromette l’intero sistema, anche se si ottengono risultati positivi negli altri ambiti. Questo è il punto chiave.
L’Unione Europea è influenzata dall’ideologia e dalla cultura del liberismo capitalista, che talvolta limita la capacità di adattamento alle nuove sfide e alla complessità dei processi sociali ed economici. Esiste una differenza significativa di visione e di esperienza tra gli Stati membri, con alcuni paesi che hanno una maggiore sensibilità alle questioni sociali e altri meno. Ad esempio, durante le discussioni europee, emerge la differenza di percezione tra i Paesi dell’est e quelli dell’ovest riguardo al salario minimo.
Il modo in cui viene vissuta l’ideologia capitalistica può influenzare la percezione dei problemi sociali e la predisposizione verso politiche più o meno interventiste. È importante considerare gli aspetti sociali anche nelle decisioni riguardanti lo sviluppo delle città e delle tecnologie smart, ponendosi l’obiettivo della coesione sociale e della comunità. Ad esempio, la progettazione di una città smart dovrebbe mirare a promuovere la vita comunitaria e non a isolare le persone. La coesione sociale è un parametro fondamentale da considerare nelle politiche di sviluppo urbano.
In conclusione, per affrontare le sfide attuali e future, è necessario un approccio che bilanci le esigenze economiche con quelle sociali e ambientali, prendendo in considerazione la complessità e la diversità delle esperienze nazionali e culturali.”
Carlo Zonato: Grazie, Marco. Le tue considerazioni mi ricordano l’intervento del professor Stefano Bartolini, docente e studioso di economia politica e sociale, autore del “Manifesto per la felicità”. Egli ha evidenziato esattamente ciò che stavi dicendo, Marco, basandosi su studi condotti negli Stati Uniti nel corso di circa vent’anni. Da tali studi emerge una forte carenza del senso di comunità, della coesione sociale e delle relazioni umane, aspetti legati anche al fenomeno della solitudine. Bartolini ha inoltre notato un aumento dello spazio dedicato ai mezzi di trasporto, a discapito degli spazi pubblici e delle relazioni interpersonali.
Il professor Bartolini ha evidenziato che, una volta superata la soglia dei beni necessari per la vita, la felicità non dipende più dai soldi o dal benessere materiale, ma da qualcosa di più profondo e interiore, legato alle relazioni umane e alla comunione con gli altri. Non so se queste riflessioni siano emerse negli approfondimenti a cui facevi riferimento, Marco.
Marco Ricceri: Sì, ci sono sempre gruppi di studiosi e professori che affrontano questi temi. Il parametro della coesione sociale è fondamentale e deve essere definito in termini di solidarietà e relazioni umane. Tuttavia, il documento programmatico della Commissione europea sul sociale sembra limitarsi principalmente agli incentivi alle imprese, con poche prospettive di cambiamento sociale sostanziale. Ciò potrebbe spiegare le proteste e le insoddisfazioni che si manifestano.
Giorgio Gasperoni: Mi colpisce il fatto che, sebbene il Trattato di Lisbona sia quasi una carta costituzionale, alla fine le decisioni vengano lasciate agli Stati singoli, portando a una divergenza nell’attuazione pratica delle idee. Riguardo al sociale, mi chiedo quanto la società civile europea abbia sviluppato un senso di identità europea rispetto agli interessi nazionali degli Stati membri. Questo è un aspetto cruciale da considerare.
Marco Ricceri: Con questa domanda si può aprire un’altra conferenza. Sono convinto, come hai giustamente evidenziato, che l’Europa sia ancora più un insieme di Stati sovrani che una vera comunità. Nonostante il passaporto europeo offra agevolazioni significative, osservo costantemente compromessi tra gli Stati membri. Si sta gradualmente diffondendo la consapevolezza che o costruiamo un’Europa più integrata o rischiamo di fare un passo indietro. Il punto di partenza potrebbe essere l’allargamento del 2004 ai paesi dell’Europa orientale. Questi paesi sono entrati nell’Unione con una mentalità diversa rispetto ai padri fondatori, come De Gasperi e Schuman. Questa diversità di valori e approcci mette in crisi la solidarietà tra gli Stati europei e ostacola la creazione di una vera comunità europea.
L’operazione necessaria per un vero progresso politico, come discusso con il professor Triulzi, potrebbe essere il ritrovamento di un minimo comune denominatore, il coraggio di ridistribuire le competenze dell’Unione concentrandosi su quelle in cui esiste una visione comune. Tuttavia, il dibattito sull’Europa politica sembra concentrarsi principalmente sul metodo decisionale e sulle cooperazioni rafforzate, trascurando il fondamentale aspetto dei valori comuni.
Il processo di allargamento dell’Unione a paesi come la Moldavia, i Balcani e l’Ucraina potrebbe complicare ulteriormente la situazione, poiché ogni Stato porta con sé esperienze e aspettative diverse. È fondamentale tornare allo spirito di solidarietà che ha ispirato i padri fondatori dell’Unione Europea.
Carlo Zonato: Mi dispiace, ma il nostro tempo è scaduto. Grazie ancora, Marco, per la tua esaustiva esposizione, sicuramente utile da riascoltare. Prima di concludere, vorrei informarvi di un’evoluzione riguardante il prosieguo dei nostri appuntamenti del Peace Forum. Considerando le tematiche sempre interessanti affrontate nei nostri incontri, abbiamo pensato di renderli accessibili anche al pubblico con cui siamo in contatto. Prevediamo di cadenzare gli incontri ogni due mesi, con la prossima occasione fissata per l’ultimo lunedì di marzo e successivamente per l’ultimo lunedì di maggio. Valuteremo la loro accoglienza e decideremo come procedere. Con questo, un caro saluto e buona serata a tutti.