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Etica , spiritualità e non violenza per accogliere la pace

 

“Etica, Spiritualità e Nonviolenza” è il tema del webinar svoltosi lunedì 4 marzo 2024, organizzato da Universal Peace Federation (UPF Italia), attraverso il progetto IAPD, Associazione Interreligiosa per la Pace e lo Sviluppo.

Primo di quattro incontri pubblici interreligiosi del ciclo “Il Nostro Esodo verso la Terra Promessa della Pace: Dimensione Spirituale e Vita Pratica”, che si terranno nel 2024, il webinar è stato aperto da Michele Cavallotto, coordinatore nazionale IAPD.

“Dove ha origine l’impulso degli esseri umani ad agire con violenza?”, si è chiesto Cavallotto. Riferendosi al racconto biblico ha spiegato che “qualcosa nella famiglia di Adamo ed Eva ha favorito la nascita del seme della violenza, che si è manifestato nell’omicidio di Abele da parte di Caino e si è trasmesso attraverso le diverse generazioni fino a noi”.

E’ in questi eventi fondamentali, ha osservato, che vanno ricercate le radici profonde della predisposizione degli esseri umani all’aggressività. “Nostra responsabilità – ha concluso – è tenerla a bada ed eliminarla gradualmente”.

“Essendo la nonviolenza la più potente forza del mondo e anche la più sfuggente nel suo meccanismo, richiederà il massimo esercizio di fede. Proprio come crediamo in Dio per fede così dovremmo credere per fede anche nella nonviolenza”. Dopo aver citato queste parole del Mahatma Gandhi, Maria Gabriella Mieli, responsabile delle relazioni esterne di UPF Italia e moderatrice, ha presentato padre Jacques Serge Frant, Monaco della Chiesa Melchita Greco-cattolica, della Diocesi di Gerusalemme.

Il religioso ricordando che “l’etica nonviolenta fa parte dell’etica del Vangelo” ha citato alcuni brani dal Nuovo Testamento nei quali Gesù invita a non rivolgere mai l’aggressività contro il prossimo per evitare una spirale di violenza. Ne diede l’esempio lui stesso quando in occasione del suo arresto pronunciò la celebre frase “rimetti la spada nel fodero perché tutti quelli che mettono mano alla spada, periranno di spada”.

Il monaco ha proseguito osservando che l’insegnamento di Gesù esorta piuttosto a “porgere l’altra guancia”, il che “non significa che non dobbiamo opporci all’ingiustizia, ma che la nonviolenza personale deve essere la componente etica essenziale del cristiano”.

Padre Frant ha quindi evocato la figura di Gandhi, affermando che “il Mahatma fa riscoprire a noi cristiani che ci si può opporre all’ingiustizia con il metodo nonviolento”, aggiungendo che Gandhi fu tentato d’abbracciare il cristianesimo dopo aver letto le beatitudini evangeliche, ma che fu dissuaso dal farlo dal comportamento incoerente dei cristiani.

Ha continuato raccontando un’esperienza personale nella quale è riuscito a convertire alla nonviolenza una banda di giovani delinquenti estremamente aggressivi di un quartiere periferico di Parigi attraverso il metodo nonviolento, sperimentando personalmente l’efficacia di quest’approccio.

Riferendosi all’episodio di Gesù quando cacciò fuori i mercanti dal Tempio e rovesciò le tavole dei cambiavalute, il monaco ha spiegato che in quell’occasione Gesù esercitò una certa violenza, ma che si trattò “di un gesto profetico, persuasivo e forte, svolto però nel rispetto totale dell’integrità fisica delle persone”. Per l’oratore questo brano definisce che cos’è la nonviolenza: non è passività, ma resistenza al nemico che, come insegna Gesù, va rispettato pur “odiando” le sue opere ingiuste.    

Ispirandosi all’esperienza gandhiana ha parlato del metodo della lotta nonviolenta attiva contro l’ingiustizia, che richiede una strategia che tenga conto della diversità della situazione di ogni Paese; del contesto geopolitico; della necessità di boicottare i prodotti del paese occupante e di sviluppare un’economia locale autonoma; e di mirare alla cessazione dell’occupazione, del conflitto e dell’ingiustizia. Il monaco ha terminato affermando che alla luce di quanto detto “dovremmo riflettere sui motivi per i quali l’azione nonviolenta in Palestina ha fallito”.

Lucetta Sanguinetti, Presidente dell’associazione “La fabbrica della Pace Onlus”, ha esordito affermando “di essere convinta che noi tutti veniamo al mondo con un mandato speciale personalissimo, che andiamo scoprendo gradualmente, con una sempre più viva tensione all’armonia, alla bontà, alla bellezza, a Dio e a progetti di pace”.

Ha proseguito raccontando della sua esperienza di bambina durante la Seconda Guerra Mondiale, rimasta in lei come un incubo ricorrente; della spinta a provare la via cristiana nonostante provenisse da una famiglia atea; e della vocazione di vivere una fede incarnata nel perseguimento della pace.

“E’ umano pensare che non possiamo fare niente di fronte alle catastrofi, alle guerre e sentirci impotenti, pessimisti. E invece sì, una cosa la posso fare, posso cominciare partendo da me”, ha affermato con grande convinzione.

Per la relatrice il lavoro di pace inizia individuando una persona che sento ostile, nemica, cercando di stabilire con lei un rapporto personale, scusandomi se ho agito male nei suoi confronti e “spiegandole la necessità della riconciliazione per creare una catena di comprensione sempre più approfondita. Di più: le chiederei di fare altrettanto anche con altri, allargando il ventaglio del perdono e della riconciliazione”.

Lucetta Sanguinetti è poi passata a elencare alcune proposte pratiche per i bambini e i giovani: “Scuole di riconciliazione, corsi, campi, stages, esperienze di trasformazione non violenta dei conflitti, esperienze di perdono, con l’obiettivo di cambiare intorno a noi l’inimicizia, il rancore e l’odio in forza di collaborazione costruttiva”.

All’età di ventiquattro anni, dopo aver letto gli scritti di Don Milani, Gandhi, Capitini, ha gradualmente concentrato tutte le sue energie sul lavoro di pace e “cominciato a vincere la paura della guerra… andando in guerra!”.

Ha partecipato al primo conflitto del Golfo come volontaria di pace; alle spedizioni di Interposizione Nonviolenta in Iraq e a Sarajevo e all’esperienza dei Corridoi umanitari per i profughi di guerra ospitando famiglie della Siria e dell’Eritrea.

Ha concluso illustrando il progetto di un Museo-Laboratorio di Pace a Collegno, Città per la Pace. “È quello per cui mi sto impegnando ora. Un’officina di lavoro per mostrare e utilizzare tutti gli esempi di lotta disarmata e nonviolenta che sono stati sperimentati nel mondo al fine d’ottenere la giustizia tra i popoli e tutti gli strumenti che dovremo mettere in campo nel formare le nostre generazioni per cancellare la guerra dalla storia”.      

 Per Sergio Coscia, direttore della Federazione delle Famiglie (FFPMU) di Torino, “una cosa deve essere certa: le nostre parole di oggi non devono essere solo belle e buone parole, ma devono rappresentare uno sprone ad agire concretamente, com’è nell’intento di questo ciclo d’incontri”.

Ha proseguito raccontato di “essersi avvicinato al mondo della nonviolenza, al tempo del servizio di leva, quando ho fatto la scelta dell’obiezione di coscienza, dovuta alla repulsione verso l’uso delle armi e verso la mentalità militarista”.

 Secondo Coscia non è raro, sebbene sia tragico, vedere persone di fede che non prendono una posizione netta contro la violenza, le guerre, le carneficine, ma si schierano facendo scelte politiche che mettono in secondo piano la loro spiritualità.

“Le scritture ci parlano dell’origine dell’umanità dal soffio vitale di Dio, il Creatore, che è per Sua natura amorevole e ci spiegano che in Lui non c’è odio, risentimento e violenza. Che cos’è successo allora al cuore dell’uomo?”, si è chiesto Coscia.

Oggi parlare di pace non fa notizia e in questo clima di guerra i principali mezzi di comunicazione hanno tolto dai loro programmi le parole pace e riconciliazione, osserva addolorato, aggiungendo che l’esempio e l’insegnamento dei maestri della pace e della nonviolenza di tutte le ere sono ignorati e inascoltati e le loro parole sono sovrastate dalle grida di guerra.

Il relatore è convinto che “manchiamo di memoria storica, di consapevolezza e di lungimiranza e che non possiamo continuare a illuderci che riusciremo a sbarazzarci del male quando avremo eliminato il nemico”. Come disse Martin Luther King “l’oscurità non può scacciare il buio, solo la luce può farlo”. E’ il momento, spiega, di recuperare il nostro valore di credenti, di riscoprire e riaffermare la nostra etica della pace e del vero amore.

Il suggerimento e l’appello di Coscia per portare un cambiamento significativo in noi stessi e nella società è di risolvere i conflitti fra le religioni attraverso il dialogo e la cooperazione; ripudiare con forza la violenza in tutte le sue forme recuperando l’insegnamento dei maestri della nonviolenza; e favorire l’integrazione reciproca e le relazioni di amicizia fra persone di diverse culture, etnie e religioni.

Ha terminato citando l’appello della dott.ssa Hak Ja Han Moon, cofondatrice di Upf, affinché le risorse impiegate per rafforzare l’immensa forza militare possano essere destinate per il progresso morale e materiale dell’umanità.