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Vi do la Pace, vi lascio la mia Pace. Chiese e Religioni tra guerre e pace nel XXI secolo

LINK:      https://vimeo.com/734991400       password:    tt_29-07-2022

Carlo Zonato

Buon pomeriggio a voi tutti e grazie per essere con noi anche oggi. Grazie Giorgio per aver aperto la registrazione che, ricordo , sarà a nostro esclusivo utilizzo interno.

Abbiamo con noi oggi il prof. Riccardo Burigana che vi presento subito. Lui è docente di Storia Ecumenica della Chiesa presso l’Università di Venezia e direttore del Centro Studi per L’ecumenismo in Italia; è inoltre direttore responsabile di “Colloquia Mediterranea”, una rivista della Fondazione Giovanni Paolo II  per il dialogo, la cooperazione e lo sviluppo. 

Presentazione

Riccardo Burigana

Da settembre insegnerò alla Facoltà di Teologia di Firenze, facoltà teologica dell’Italia centrale, dove è stata aperta qualche settimana fa una alta scuola di formazione in ecumenismo.

Carlo Zonato

Bene.  Questo nostro appuntamento ed il tema di oggi riguarda il mondo delle fedi, il mondo della religione collegato al tema dei conflitti. Diciamo che ci sta molto a cuore perché tra tutte le attività che UPF promuove la cooperazione tra le fedi riveste un ruolo centrale.  Questo perchè nella visione di pace che UPF promuove,  la consapevolezza della dimensione spirituale ha una valenza particolare. Il tema  che ci ha confezionato  Riccardo quest’oggi è „Vi do la pace, vi lascio la mia pace. Chiese e Religioni tra guerre e pace nel XXI secolo“. Naturalmente, come nelle altre occasioni, alla fine della sua relazione ci saranno ulteriori approfondimenti e domande  da parte di chi è presente. Riccardo ti passo volentieri la parola. Grazie molte.

Riccardo Burigana

Grazie a voi per questo invito. A me dispiace non essere riuscito le altre volte a collegarmi, però con Franco e con Carlo ci siamo sentiti e ci siamo tenuti reciprocamente aggiornati. Ho accolto con molto piacere di condividere qualche pensiero su un tema come questo in un tempo come questo, partendo da quello che è il mio interesse primario di ricerca e per certi versi anche di di vita.

«Vi lascio la pace; vi do la mia pace. Non come la dà il mondo. Non lasciate che i vostri cuori siano turbati e non abbiate paura. » (Gv 14,27): queste parole sono state lette, commentate e predicate tante volte, nel corso dei secoli; sono state spesso considerate, solo un’esortazione irenica, un’utopia, per spiegare la necessità della guerra o la necessità della «guerra giusta». C’erano cristiani che prendevano queste parole alla lettera, ma erano una minoranza, anche nei primi secoli del cristianesimo, quando, almeno al cosiddetto Editto di Milano (313), il tema del rapporto tra cristianesimo e società suscitò un ampio dibattito, tra i cristiani dentro e fuori l’Impero Romano, dando origine a una molteplicità di forme. Nel 16° secolo – il secolo delle Riforme religiose per rendere la Chiesa il più vicino possibile al testo biblico – non mancarono progetti di Riforma che partirono, nella fedeltà al Vangelo, da una ridefinizione della presenza dei cristiani nella società, con il rifiuto totale e radicale di ogni forma di violenza,  con la condanna della guerra. Questo tipo di progetti-Riforma hanno portato a reazioni da parte di chi voleva troppo togliere dall’orizzonte religioso le proposte per un cristianesimo di pace e per la pace: queste reazioni, che a volte si possono definire persecuzioni, sono state spesso giustificate citando le Sacre Scritture, per sostenere la necessità della guerra, ma non hanno spento completamente la vocazione alla pace per la pace dei cristiani.  L’esperienza di queste tradizioni per la pace del 16° secolo, sopravvissuta soprattutto in Nord America, costituisce uno degli elementi che hanno provocato un ripensamento del rapporto tra cristianesimo e guerra; questo tipo di ripensamento, in cui sono confluiti casi molto diversi, tra cui una profonda avversione al nazionalismo, ha svolto un ruolo fondamentale nella nascita del movimento ecumenico contemporaneo alla fine del 19°   secolo: il movimento ecumenico ha assunto una dimensione globale, con il coinvolgimento di un numero crescente di cristiani, anche dopo le tante drammatiche esperienze di guerra del secolo scorso.

Con la celebrazione del Concilio Vaticano II, il tema della costruzione della pace, radicato nel Vangelo, per la Chiesa cattolica, ha assunto un significato completamente nuovo, ben oltre i documenti promulgati dal Vaticano II, dove possiamo leggere solo qualcosa dell’ampio e vivace dibattito che ha caratterizzato il Concilio sulla pace come elemento per l’«aggiornamento». Tanti sono stati gli interventi di chi riteneva necessario da parte della Chiesa cattolica una parola chiara e inequivocabile sulla pace in un tempo di «Guerra Fredda», dove diversi conflitti locali ponevano nuove domande ai cristiani, mentre la questione della bomba atomica come «strumento di pace» rimaneva sullo sfondo,  una definizione contestata anche in sede di Consiglio, in particolare nella stesura del documento «Gaudium et Spes». Il dibattito per un impegno pieno e quotidiano dei cristiani per la pace, in cui la questione della «guerra giusta» è rimasta molto viva, ha pesato sulla ricezione del Vaticano II anche per le parole e le azioni di Paolo VI che ha voluto istituire una Giornata Mondiale della Pace da celebrare ogni anno il 1° gennaio,   possibilmente con un valore ecumenico e interreligioso; per Paolo VI era necessario rilanciare l’idea che i cristiani devono costruire la pace insieme agli uomini e alle donne di buona volontà, come scriveva Papa Giovanni XXIII. La Giornata Mondiale della Pace ha assunto un significato particolarmente significativo nella costruzione della pace per la Chiesa e per le religioni di fronte alle guerre che hanno insanguinato tanti luoghi del mondo, anche dopo il crollo del muro di Berlino.

Anche alla luce della storia del movimento ecumenico nel 20 ° secolo che presenta, in modo sintetico, la guerra in Ucraina, i passi delle Chiese e delle religioni per la pace, l’importanza della dimensione della guarigione della memoria vuole essere un contributo alla riflessione su come le Chiese e le religioni possono svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione della pace nella vita quotidiana.               

            1.Ucraina, una guerra vicina e antica

La guerra in Ucraina ha aperto nuovi scenari, per molte ragioni, in Europa sul ruolo delle Chiese per costruire la pace, perché è una guerra «vicina» e «vecchia».

La guerra in Ucraina è una guerra «vicina» non solo per la sua posizione geografica, ma per le relazioni che, negli ultimi anni, soprattutto dopo la prima invasione russa del Donbass (2104), si erano moltiplicate tra Ucraina ed Europa; questa «vicinanza» rappresentava un elemento che determinava, fin dai primi giorni di guerra, una lettura molto particolare, tanto che fu scritta e si diceva che era la prima guerra nel cuore dell’Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Questo tipo di lettura ha rafforzato l’idea di «vicinanza», facendoci perdere la memoria di quella che è stata la guerra in Europa e per l’Europa negli ultimi decenni; dall’inizio degli anni 1990 l’Europa è stata insanguinata dalla guerra civile in Jugoslavia: una guerra che ha determinato nuove divisioni, facendo esplodere antiche ferite, in una terra che aveva vissuto la pace solo perché era stata imposta da una dittatura che è stata una delle cause dei terribili eventi che hanno segnato il processo che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia. I tanti interventi, dalla natura militare a quella diplomatica, hanno portato alla nascita di nuovi Stati e alla firma di trattati senza raggiungere la pace, come è evidente al di là delle dichiarazioni ufficiali. Anche in Europa – e noi Europa per appartenenza al Consiglio d’Europa – va notato che il Caucaso sta vivendo un periodo di guerra, quotidiano e sanguinoso, di cui non si intravede fine nonostante il silenzio che accompagna questa situazione. La guerra in Ucraina è così «vicina» che l’Europa corre il rischio di dimenticare quanta guerra sia ancora presente, al di là delle tante ferite lasciate da secoli di guerre locali e continentali.

La guerra in Ucraina è «vecchia» per la dimensione religiosa che l’ha caratterizzata ben prima del suo scoppio: per secoli i cristiani si sono scontrati in Europa anche in nome della religione, cercando nella religione la giustificazione per un’azione militare, tanto che le Chiese si sono mobilitate nel concedere una copertura ideologica alla guerra. Quando si affronta il tema della «benedizione» delle armi, spesso si va ai tempi antichi, pensando, soprattutto, al Mediterraneo, dove cristiani e musulmani si sono scontrati per secoli; si è tentati di presentare la storia degli scontri, utilizzando la categoria di «crociata» che non aiuta a comprendere le ragioni e le conseguenze dei secoli delle guerre in nome della religione, non solo nel Mediterraneo, come dimostra la Guerra dei Trent’anni (1618-1638), tanto per fare un esempio, anche per le sue conseguenze globali e presenti.

La guerra in Ucraina, «vicina» e «vecchia», ha però dimostrato quanto i cristiani, soprattutto in Europa, abbiano scoperto la loro vocazione a diventare costruttori di pace in nome del Vangelo dopo secoli, quando citando le Sacre Scritture i cristiani giustificavano la guerra, non solo la «guerra giusta».

            2.Luci e parole

            Il 27 ottobre 1986, ad Assisi, Giovanni Paolo II lanciò, insieme a tutti coloro che avevano accolto il suo invito, un messaggio al mondo: le religioni, insieme, erano chiamate a condannare la guerra e a costruire la pace.

L’Incontro di Assisi è dipeso da un’intuizione di Giovanni Paolo II alla luce della sua esperienza del Concilio Vaticano II; infatti, il papa, che è stato uno dei protagonisti del Concilio, ha ritenuto fondamentale che le religioni aiutino il mondo a vivere la pace come elemento quotidiano con la «luce» di fede che caratterizzava ogni religione. Al Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica propose, soprattutto con il documento “Nostra Aetate”, di abbandonare la stagione dell’opposizione tra le religioni per aprire un nuovo dialogo, basato sulla conoscenza, con il desiderio di individuare valori comuni; in questa direzione si collocò anche la decisione di Paolo VI di istituire un Ufficio all’interno della Curia di Roma per promuovere la conoscenza positiva delle altre religioni. Il Papa ha preso la sua decisione prima della promulgazione della dichiarazione “Nostra Aetate”, in modo da riaffermare quanto fosse importante il tema del dialogo interreligioso per lui e per la Chiesa cattolica per sviluppare il dialogo nella e con la società.

La decisione di Paolo VI così come il dibattito al Vaticano II sul dialogo interreligioso, non si limitò alla Chiesa cattolica e non fu qualcosa di nuovo degli anni ’60, ma assunse un valore completamente nuovo con la celebrazione del Vaticano II e con la sua prima ricezione, tanto che questa posizione della Chiesa cattolica determinò nuove collaborazioni con molti che,   per anni, ha creduto il dialogo tra le religioni come una dimensione fondamentale per la costruzione di un mondo diverso da quello definito dalla «Guerra Fredda».

L’Incontro di Assisi del 1986, che suscitò, sin dalla sua convocazione, interesse e speranze, anche perché concepito in un momento in cui si moltiplicavano le guerre locali e le tensioni internazionali, fu un punto di svolta per il livello di partecipazione, per i metodi di sviluppo e per l’ampiezza dei temi affrontati: l’immagine dei rappresentanti delle religioni,  provenienti da tutto il mondo, con i loro colori, riuniti nello stesso luogo, hanno consegnato il messaggio di una profonda condivisione delle religioni all’appello di papa Giovanni Paolo II a vivere la pace come elemento centrale e indispensabile della loro fede, cercando di lavorare, insieme, nel mondo, dove portare «la luce» della pace per sconfiggere le «tenebre» della guerra grazie all’amore per l’altro.

Dall’Incontro di Assisi poterono iniziare in tanti luoghi del mondo cose per rilanciare l’idea che le religioni debbano, insieme, svolgere un ruolo specifico nella costruzione della pace: tra tante iniziative vanno ricordate le conferenze annuali, promosse dalla Comunità di Sant’Egidio, che hanno favorito la conoscenza dello «spirito di Assisi», che hanno determinato fatti e parole che hanno mostrato quanto le religioni potessero fare per la pace.

Nell’accoglienza dello «spirito di Assisi», nutriti anche dalle visite che i papi fecero ad Assisi per aggiornare il messaggio del 1986, i cristiani scoprirono quanto fosse importante, dare ancora più forza alla costruzione della pace, parlando con una sola voce; i cristiani hanno testimoniato di essere profondamente uniti, al di là delle questioni teologiche che ancora li dividevano, nel vivere la pace evangelica nel mondo, condividendo quanto era stato fatto dal movimento ecumenico contemporaneo per il superamento delle divisioni grazie a una rilettura del passato che avrebbe portato alla guarigione dei ricordi.

            3.Guarigione delle memorie

            La guarigione della memoria è un tema su cui il movimento ecumenico contemporaneo si è interrogato fin dai suoi primi passi, trovando la ragione dell’argomento nella rilettura storico-critica delle vicende religiose del 16° secolo; questo tipo di lettura ha dovuto affrontare le politiche nazionalistiche del 19° secolo .  secolo che tendeva a fornire una nuova interpretazione ideologica che oscurava il patrimonio spirituale comune dell’Europa, contribuendo a creare nuove divisioni. La presentazione storico-critica delle tradizioni cristiane è stata spesso il primo passo nel dialogo tra cristiani che, pur nella conoscenza dell’altro, hanno iniziato un cammino di riconciliazione, con il quale favorire un cammino di comprensione dell’unità della diversità, come elemento centrale per rafforzare la missione di annunciare e testimoniare la Parola di Dio.   Il tema della guarigione della memoria ha assunto un valore completamente nuovo nel corso del 20° secolo anche dopo la drammatica esperienza delle guerre mondiali, alimentando la riflessione per un’azione quotidiana dei cristiani per la pace, in ogni luogo e in ogni tempo, come parte fondamentale non solo del dialogo ecumenico. Infatti, i cristiani nella condivisione di una memoria, spesso frammentata e contrapposta, hanno scoperto quanto sia importante per la società la guarigione della memoria per sperare nel coinvolgimento di uomini e donne di buona volontà.

Fin dalla celebrazione del Grande Giubileo (2000), dove c’erano state critiche anche all’interno della Chiesa cattolica per le indicazioni offerte da Giovanni Paolo II per una rilettura della storia della Chiesa in una prospettiva ecumenica che ha portato alla riconciliazione, la guarigione delle memorie è entrata a far parte dell’agenda del movimento ecumenico contemporaneo non solo come elemento da cui far partire un dialogo teologico per il superamento delle divisioni. nella prospettiva di vivere l’unità piena e visibile, come era stata per anni, ma come elemento centrale nella costruzione della pace con la partecipazione attiva dei cristiani, aperta a qualsiasi tipo di collaborazione.

In occasione della commemorazione comune, come è stata definita in occasione della preghiera ecumenica del 31 ottobre 2016, a Lund (Svezia), da parte di Papa Francesco e del Vescovo Younan Munib, presidente della Federazione Luterana Mondiale, del 500° anniversario dell’inizio della Riforma, il tema è stato ulteriormente approfondito, aprendo nuove prospettive tanto che alcuni sono arrivati a sostenere la necessità della stesura di un Storia della Chiesa: è una Storia della Chiesa che, partendo dall’assunzione del metodo storico-critico, ha proceduto a una ricostruzione dell’evento e, al tempo stesso, della tradizione dell’evento nel corso dei secoli. La Storia Ecumenica ha potuto chiarire come, spesso, l’evento e la sua tradizione da leggere insieme siano stati decisivi nella costruzione delle divisioni che hanno impedito la comprensione di ciò che è realmente accaduto.

            La riflessione su una storia ecumenica della Chiesa, che è andata oltre le definizioni e i tentativi fatti negli ultimi decenni, ha mostrato la sua fecondità in occasione della guerra in Ucraina, quando è diventato chiaro come la presentazione delle vicende storiche dei popoli e delle regioni coinvolte nella guerra, abbia alimentato lo scontro ideologico; le presentazioni ideologiche della storia della Chiesa in Russia e/o in Ucraina sono state citate per giustificare le ragioni della guerra. Appare quindi più che necessario il progetto per la stesura di una Storia Ecumenica, come sopra indicato, anche per costruire un processo di pace da avviare superando il muro delle memorie divise. 

            Il tema della guarigione della memoria, attraverso un percorso di conoscenza storico-critica, con un ruolo molto particolare alla tradizione orale, è così presente nella riflessione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, come sottolineato dalla preparazione all’XI Assemblea Generale (Karlsruhe,31 agosto – 8 settembre 2022) e nel magistero di Papa Francesco,  come è diventato evidente, solo per fare un esempio, nel viaggio apostolico in Canada: assume un valore fondamentale per la guerra in Ucraina come per tutte le altre guerre presenti e passate, perché è la chiave per aprire i cuori e la mente per conoscere il passato per costruire il presente nella pace,  dalla condivisione delle pagine in bianco e nero della storia.

Alcune osservazioni finali

La guerra in Ucraina ha suscitato molti sentimenti diversi, in tanti luoghi del mondo, ma è evidente che ha provocato un coinvolgimento europeo di cui non è facile definire le dimensioni, a causa delle molte forme che ha assunto, soprattutto nel campo dell’accettazione materiale e spirituale, al di là delle posizioni ufficiali delle istituzioni politiche. La mobilitazione per l’Ucraina ha corso il rischio di dimenticare, ancora una volta, quante realtà ci sono nel mondo in cui la guerra è stata vissuta quotidianamente, a volte per anni, come accade in Siria, tanto che la possibilità di raggiungere la pace è considerata un’utopia e non un percorso da costruire, a partire dal mettere a tacere le armi. La guerra in Ucraina ha causato un certo allentamento di quella tensione per condannare ogni forma di violenza e per denunciare i tentativi di giustificare questa violenza con la religione, per le immagini e per le storie dei danni da armi, non solo in quella regione, come dimostrano anche le conseguenze della guerra in molti paesi,  determinato dalla crescita sconsiderata dei prezzi di alcune materie prime, come il grano, da cui dipende la vita di milioni di persone. La denuncia quotidiana delle violenze aveva già subito un certo indebolimento a causa della pandemia, che ha provocato nuove discriminazioni, ma rimane un campo privilegiato di testimonianza ecumenica dei cristiani.

Condividendo il patrimonio comune, rappresentato dalle Sacre Scritture, i cristiani hanno scoperto, soprattutto nel corso del 20° secolo, quanto la Parola di Dio costituisca la fonte privilegiata per un cammino verso l’unità nel rispetto delle diversità, con il ricorso al dialogo, sul modello di quello proprio di quello delle Sacre Scritture,  da vivere nella vita di tutti i giorni; questo cammino si nutre di una radice comune che invita alla pace, come segno distintivo delle comunità locali per costruire una fraternità universale per un mondo radicalmente diverso da quello attuale, erede di secoli di guerre.

            La comune radice biblica dell’esperienza cristiana ha spinto uomini e donne a superare le divisioni che hanno creato fossati e muri che sono andati ben oltre i confini confessionali; non si tratta di rimanere in una prospettiva di unità della Chiesa, ma di proporre una «Rivoluzione ecumenica»: la «Rivoluzione ecumenica» significa l’obbedienza della forza del dialogo, nella valorizzazione della diversità per cogliere le ricchezze spirituali e locali, sparse nel tempo, senza alcuna pretesa di raggiungere l’uniformità; è il modo per costruire una pace evangelica, che non è solo una firma per stabilire vincitori e vinti, ma l’inizio di un cammino di riconciliazione dei ricordi per scoprire, giorno per giorno, tutti insieme, la gioia di condividere le speranze e le difficoltà di vivere l’armonia nel mondo e per il mondo e perché la pace possa trovare un domani.

Carlo Zonato

Riccardo grazie di cuore per questa tua appassionata presentazione. A questo punto, come nelle altre occasioni, sono aperte le nostre considerazioni ed eventuali domande. Quindi campo libero a chi desidera intervenire. Molto interessanti le ultime battute di Riccardo sul concetto di una „Rivoluzione Ecumenica“ un richiamo forte al dialogo ed alla cooperazione proprio delle fedi e tra le fedi.  Matteo ho visto che seguivi con particolare attenzione quindi apri pure con le tue considerazioni.

Matteo Luigi Napolitano

Con Riccardo abbiamo avuto  altre occasioni per parlare di questi  temi; se non ricordo male in un convegno organizzato dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche a Roma, proprio in Vaticano e sulla libertà religiosa.  Questi fatti ed eventi contemporanei chiamano veramente gli storici alle  loro responsabilità. Io dico sempre che lo storico è uno che lavora per un passato migliore, ma ci sono momenti in cui lo storico, anche come analista di una realtà che è a lui contemporanea, deve cercare di utilizzare alcuni piccoli strumenti, non certo quelli dello storico, per cercare di interpretare la realtà contemporanea.

Dunque parto da una mia prima esperienza. Quella di un volume che sta per uscire in autunno, curato da me, proprio sul ruolo delle chiese cristiane nella pace. Si chiamerà  „Diplomazia, nazioni, religione: Il ruolo delle Chiese cristiane nella pace“. E chiaramente molti di questi temi  sono considerati. Devo dire che questo volume, che è stato concepito prima della guerra, ha dovuto richiedere una prefazione, da parte mia, piuttosto elaborata perché l’ho scritta dopo l’inizio della guerra. Dico questo perché è un volume fatto non solo con il contributo del Patriarcato di Mosca, ma anche con il contributo dell’Accademia delle Scienze di Mosca. E cercare di fare una prefazione parlando della guerra, parlando dell’attacco all’Ucraina, mantenendo tuttavia un clima di fraternità anche nei confronti dei colleghi che hanno contribuito a questo volume non è stato facile. Siamo in un’età estremamente difficile. Riccardo ce lo ha  ricordato con l’ex Jugoslavia; ci ha ricordato la nostra totale assenza, diciamo anche come credenti che non riuscivamo a capire.  Io lo ricordo bene, ero giovane, però ricordo che non si riusciva a stare a fianco degli eventi, cioè dietro gli eventi, tanto era il susseguirsi  delle cose che che stavano avvenendo. Giustamente Riccardo diceva che ci sono tante guerre silenziose; una di queste, lo ricordava, è nel Caucaso.  Faccio presente, e credo sia notizia di ieri, il Kirghizistan ha comprato dei droni dall’Iran, che pare sia diventato uno dei maggiori produttori di droni, anche programmati, per l’autodistruzione cioè per missioni suicide.     Ecco. All’interno di quelle regioni ci sono presenze inquietanti che naturalmente ci portano a dire dove si finirà, sefiniranno quelle guerre che Riccardo ricordava. C’è una questione che rimane sempre aperta anche nel discorso ecumenico, anche avendo vissuto direttamente l’esperienza dell’11 settembre e cioè l’uso della religione ai fini di una guerra. E con una serie  di effetti di questo ragionamento, soprattutto con l’esperienza dell’Isis che noi abbiamo avuto. Quindi la difficoltà di capire che l’Islam non era l’Isis. Molto spesso la politica, anche la politica nostrana, ci ha un pò abituato a questa assimilazione indebita, laddove andavano fatti dei distinguo, distinguo che in certi casi furono fatti. Per esempio, io ero a Washington l’11 settembre, quindi furono fatti il 12 settembre dagli americani, i quali dissero Questo non è un attacco dell’Islam. l’Islam in questa storia non c’entra niente. Si usa l’Islam per colpire anche l’Islam, oltre che per colpire l’Occidente. Quindi è vero che siamo stati ciechi, ma barlumi di attenzione, di freddezza per considerare eventi tragici come appunto quello delle Torri Gemelle, del Pentagono, eccetera. Noi gli abbiamo in qualche modo avuti. Mi trovo molto con Riccardo, e ci avevo fatto caso anch’io, quando effettivamente la mobilitazione dei cristiani e di paesi anche molto poveri, pensiamo alla Moldavia rispetto ai profughi ucraini, ha avuto praticamente una scarsa copertura sulla stampa, se magari escludiamo qualche testata cattolica, forse Avvenire. Io che sono piuttosto attento alla stampa quotidiana, condivido perfettamente quello che Riccardo ha notato. C’è stato un silenzio assordante su quella che Riccardo ha chiamato la mobilitazione compatta per l’accoglienza, in cui naturalmente ci sono stati anche credenti, non cattolici, non cristiani, perfettamente impegnati in questa cosa. E questo è il secondo punto importante che va considerato. Un terzo punto riguarda lo status della religione all’interno dello Stato, cioè dell’entità statale. Noi abbiamo ancora nel 2022 delle realtà in cui la religione, in particolare il Corano, informa le costituzioni di molti paesi islamici. Allora questo è un ragionamento che riguarda meno, secondo me, l’aspetto ecumenico e più l’aspetto politologico, cioè quell’aspetto che ci porta a dover dare una collocazione a questi Paesi nella comunità internazionale. Faccio l’esempio del Pakistan, ma potrei fare l’esempio di tanti altri come l’Afghanistan. Noi sappiamo che è successo in Afghanistan esattamente un anno fa. Questo è un elemento che noi e che tutti i think tank dovrebbero considerare, cioè in maniera molto laica. Bisognerebbe anche dire che è anche un’altra forma di dialogo garbata, ferma, ma resta una forma di dialogo che alcuni elementi delle costituzioni dei paesi islamici non sono accettabili dal punto di vista, non tanto occidentale, ma dal punto di vista di quella che è la comunità internazionale così come noi la intendiamo sulla base di alcuni valori, di alcuni schemi, come per esempio la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e tutte le convenzioni e dichiarazioni che  che ne discendono. Quindi, quando qualcuno dice che e in particolare i legislatori pakistani dicono che è necessario far scendere nella struttura statale delle regole d’oro del Corano, allora naturalmente noi abbiamo una questione politologica di cui occuparci. Altro elemento importante che Riccardo ha sollevato è quello della Siria. In effetti noi non ci rendiamo conto che quella è una guerra che continua e in cui probabilmente sarà, da qui a breve, interessata anche la Turchia. Il che spiega l’attivismo dei turchi in queste vicende complicate, come per esempio la partenza delle navi contenenti grano dai porti ucraini. Altri due elementi brevissimamente. Primo, stavo riflettendo su un fatto che la Russia in Ucraina ha sbagliato. Cioè probabilmente come  i piloti che vanno lunghi in atterraggio, è andata lunga, nel pensare ad una guerra ibrida con l’Ucraina attraverso un cambio di leadership in Ucraina. Ha trovato invece una cosa differente; c’è una società civile che si è opposta ai russi. Questo modello la Russia o l’URSS, credo che lo abbia adottato in varie fasi della storia contemporanea. Mi ritorna in mente che probabilmente alcune stesse modalità sono state usate proprio con il blocco socialista, con i partner del locco socialista. E allora? Un futuribile potrebbe essere questo cioè la Russia potrebbe rinnovare questo modello di guerra ibrida attraverso un aumento della sua influenza nei Balcani occidentali. Non è una cosa di poco conto, perché per esempio in Montenegro si sta sperimentando una sorta di guerra ibrida di parole attivata dalla Jugoslavia e di un dialogo con i montenegrini indipendentisti, non filo serbi, che veramente fa preoccupare. Perché i montenegrini nazionalisti dicono che se voi entrate nei nostri affari volete di nuovo annettere o far diventare la Serbia  un’unica repubblica? E questo significa che è un disegno di Putin e questo disegno di Putin lo abbiamo ben chiaro. Questo quindi provoca una certa instabilità, per esempio a livello parlamentare, come si è registrato negli ultimi negli ultimi mesi. Quindi attenzione, perché la Russia potrebbe in qualche modo ripetere il modello che è fallito, ripeto, in Ucraina, perché ha trovato un’opposizione non prevista  perché non aveva osservato l’evoluzione dal 14 aprile al 2021 della società ucraina, il nuovo modello che si era creato dopo le elezioni del 2019. L’ultimo punto che mi suggeriva punto Riccardo è l’importanza del Vangelo. Riccardo ha giustamente ricordato quel momento irripetibile dell’ottobre dell’86 ad Assisi. Anche lì rientra il ruolo di tutte le religioni, non solo quelle cristiane, in un nuovo assetto internazionale che deve andare verso la pace. La pace è un bene da mantenere, quindi bisogna trovare tutti gli strumenti per mantenerla. E a questo punto sarebbe interessante capire, nel caso del Cristianesimo, se e in quale misura il cristianesimo abbia influito sul rafforzamento dei diritti umani. So che è difficile parlarne in questi termini e in questa nostra riunione però non ho contezza, posso essere io disinformato, di uno studio che sia stato fatto sull’influsso del cristianesimo nello sviluppo dei diritti umani nel sistema internazionale del XX secolo, in particolare in quello successivo alla Seconda guerra mondiale. Bene grazie.

Carlo Zonato

Grazie Matteo. Su quest’ultima considerazione mi è venuto spontaneo pensare ad Antonio Stango che vedo proprio a fianco a te nel monitor. Quando hai fatto cenno ai diritti umani abbiamo forse uno dei maggiori  esperti in questo ambito. Vorrei quindi passare parola ad Antonio su questo punto in particolare e cioè quale e quanto sia stato il contributo del cristianesimo nell’ambito del rafforzamento dei diritti umani. Antonio prego.

Antonio Stango

Grazie. Se noi parliamo di diritto internazionale in questo secolo, su cui  ho dedicato diversi saggi in materia,  partirei, senza andare troppo indietro, dal 1945. Dal momento della Dichiarazione Universale dei diritti umani, non mi sembra ci sia stato un grande contributo del cristianesimo, se non molto alla lontana, nella stesura della Dichiarazione. Certamente molti degli intellettuali che contribuirono alla redazione sotto la guida di Eleanor Roosevelt avevano nel loro background il cristianesimo con varie denominazioni, così come entrò nel comitato di redazione un pensatore di ispirazione confuciana. C’erano degli ebrei e c’era una una donna indù molto vicina a Gandhi, fra l’altro. Quindi c’erano dei background diversi, ma quello che invece ho notato qualche anno dopo, cioè quando già erano passati quasi 30 anni dalla liberazione universale, è stato il ruolo della Santa Sede all’epoca del cardinale Casaroli. In particolare nel processo della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, l’atto finale di Helsinki firmato il 1.º agosto. Siamo vicini all’anniversario del 1975. Poi l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e il ruolo della Chiesa cattolica fu importante in quella conferenza, nei suoi seguiti e non soltanto per richiamare giustamente i diritti alla libertà religiosa, ma anche per esserne parte. La Santa Sede fu a tutti gli effetti uno dei 35 Stati che furono presenti dal 73 al 75 in quella conferenza a Helsinki e che quindi sottoscrissero l’atto  finale ed ebbero un ruolo dopo. Ma accanto a questo ruolo, cioè nei momenti di redazione e di scrittura di quel documento, che per me ebbe una grande importanza perché segnò in modo chiarissimo il legame tra pace, sicurezza, disarmo e diritti umani, si disse, e magari dovrebbe essere ricordato ancora oggi da parte di molti governi, che per garantire pace e sicurezza bisogna che gli Stati rispettino i diritti umani perché altrimenti non ci si può fidare di loro. Ecco questo detto in essenza.

Matteo Luigi Napolitano

Volevo aggiungere che in Vaticano sono state aperte le carte Casaroli che sono liberamente consultabili e c’è tutto. Ci sono tutti i verbali delle sessioni di lavoro. Casaroli teneva e conservava tutto, perfino i biglietti aerei e i menù delle cene. Quindi c’è molto materiale.

Antonio Stango

Interessantissimo questo. Poi negli anni successivi con il pontificato di Giovanni Paolo II ci fu anche un un’azione pratica molto importante. Tutti sappiamo bene cosa successe in Polonia. Io ebbi l’onore di incontrare Lech Walesa a Danzica, in un periodo nell’86 in cui Solidarnosc era clandestina. E  parlammo di quanto importante era per tutta la Polonia il fatto di avere un Papa polacco. La stessa cosa valeva per la Lituania, dove i cattolici continuavano a rimettere su una certa collina tutta una serie di croci che invece le autorità sovietiche continuavano a smantellare con spregio. C’è stato un ruolo molto importante, sicuramente dal 1975 ai primi anni 90, dopodiché credo che purtroppo sia finita quella fase di grande speranza, di grande cambiamento, il cosiddetto vento della libertà in quella parte del mondo che sia nell’Europa centro orientale, con alcune eccezioni, sia in altre parti di questo pianeta, pensiamo alla Cina, si sono avuti molti passi indietro, passi in avanti ne ho visti pochissimi negli ultimi anni. Però ricordo con molta attenzione il ruolo del cristianesimo e pensiamo anche alle confessioni protestanti n Germania orientale che fecero molto per arrivare alla caduta del Muro di Berlino, per quanto nelle loro possibilità. Il cristianesimo in generale e la Santa Sede, in modo particolare per un certo periodo, furono molto importanti da questo punto di vista.

Carlo Zonato

Grazie Antonio. C’è qualcun altro che vuole fare considerazioni. Abbiamo ancora una scarsa mezzora. A me  una domanda è sorta per Riccardo. Come te la  immagini questa „rivoluzione ecumenica“ di cui hai fatto cenno? Come vorresti potesse avvenire questa rivoluzione?  Ti passo subito la parola Marco magari poi Riccardo la riprenderà.  Marco prego, vai pure.

Marco Lombardi

In realtà riprendo esattamente la tua domanda. Sapete che mi occupo di sicurezza e che sono spesso sul campo. I discorsi che abbiamo appena fatto li trovo estremamente importanti e mi trovo in alcuni contesti più accademici o politici, a farli. Poi però quando sei sul campo ti rendi conto di come vanno le cose. Se noi restiamo in Ucraina, sul campo ci si spara addosso sotto le bandiere di Cirillo oppure sotto il radicalismo cristiano. Oppure per le tante milizie cittadine che i singoli parroci hanno messo in piedi. Questo è solo per  l’Ucraina. È vero che Daesh non rappresenta tutto l’Islam, però Daesh ha una presenza nell’Islam e nei confronti dei musulmani, tuttora pesantissima come Al Qaeda, giustificata sulla base di principi religiosi ai quali ci si appella ogni volta che ci si fa saltare per aria. La Nigeria è una costante per quanto riguarda il radicalismo religioso islamista che fa saltare per aria le chiese. Se ne parla poco. La stessa cosa è in Sri Lanka. Antonio ha sottolineato la criticità della Cina. Due settimane fa ero in centro Asia, in Kirghizistan ho discusso una tesi, un lavoro di dottorato all’università di Bishkek che sosteneva la necessità da parte dell’Islam di combattere l’Occidente apostata.  Di fatto, al di là dell’ideale che le religioni debbano costruire ponti, le religioni in questo momento sul campo sono ultra divisive. Mai oggi, come in passato, ci si spara addosso in nome di Gesù Bambino o di qualcun altro. Questo è un dato di fatto. Ci sta probabilmente perché sparare addosso a qualcun altro, così come il rischio di essere sparati, richiede evidentemente una necessità di credere in valori profondi. Tu, come il tuo nemico, seppur opposti, siete convinti di far riferimento a quei valori profondi e la religione, soprattutto in questo momento, lì dà. Allora non si stanno minimamente creando ponti. La gente crea valli in nome della religione. Allora riprendo la domanda di Carlo, cioè l’unica possibilità di creare ponti sta da parte delle istituzioni religiose. C’è poco da fare. Le religioni a volte devono prendere delle decisioni forti. Ci fu un Papa che scomunicò i mafiosi, ve lo ricordate? Dopo di che però ai mafiosi scomunicati i preti ci fanno tanti bei sermoni, matrimoni e funerali. Insomma, quella scomunica di un Papa vale pressoché zero. E non è bello questo che valga pressochè zero. Perché se vale zero la scomunica del Papa, la prossimità del parroco che manifesta la sua vicinanza con il matrimonio, con tutto il bene che vuole, o col funerale è quella che poi promuove la possibilità di spararsi addosso in nome della religione. In sostanza belle le idee dei discorsi che stiamo facendo sui ponti, del tutto inutili sul piano pratico, perché la gente  non ha un esempio per fare il ponte. C’è poco da fare, perché la storia delle religioni segna anche questo. Insomma, se non c’è  un ponte che diventa esempio politico, fondamento di una nuova antropologia che le istituzioni religiose danno, io credo che continueremo a fare le guerre in nome della religione, mentre noi continuiamo a parlare delle religioni che dovrebbero fare ponti.

Carlo Zonato

Bene, grazie anche di questa tua riflessione Marco rispetto agli aspetti ideali o solo proclamati. Mi interessava in realtà capire come si potrebbe concretizzare una Rivoluzione Ecumenica al di là delle sole proclamazioni ideali. Vorrei però lasciare alcuni spazi ulteriori di riflessione magari a te Elisabetta (Kustermann) visto che sei una new entry nel nostro THINK TANK.

Elisabetta Kustermann 

Intanto ti ringrazio perché tutti gli interventi sono stati molto importanti. Relativamente alle parole di colui che ha aperto, io mi sono scritte alcune frasi e una è quella che c’è in cui mi ritrovo di più. Lui ha detto che bisogna essere costruttori di ponti. Più che costruttori di ponti, costruttori di cultura della pace.  Riprendendo le parole proprio di Marco anch’io sono una che sta sul campo. Parlando di rivoluzione ecumenica o di cultura dobbiamo essere anche noi stessi agenti di questa diversa costruzione culturale. Perché la pace è difficile, non è un discorso semplice, è un discorso che si fa piano piano. Prima si diceva ciò che unisce, più cioè che ciò che divide. Quindi è più facile che un pezzo di pane unisca che non che divida. Se me lo mangio da solo, chiaramente me lo divido ma se lo condivid insieme all’acqua, probabilmente faccio un piccolo passo verso l’altro. I miei sono proprio riflessioni che vengono dal cuore.

Mauro Sarasso

Ringrazio Riccardo che non conoscevo e mi è piaciuta l’ampia esposizione che ha fatto. La cosa che mi ha colpito e che vorrei introdurre qui è la continua violenza che sta aumentando nella nostra società. Anche questa è guerra. E‘ una guerra che viene combattuta sulla base della mancanza di buoni rapporti tra le persone. Io lo vedo non sul campo internazionale, lo vedo proprio nella relazione tra le persone. Mi sembra che non sia tanto una guerra di religione, ma di mancanza di religione.  Qui mi riallaccio a quanto Marco ha detto, non nel senso di religioni che hanno in sè il seme di voler buttare l’altro giù dal ponte che si è costruito, ma quanto religioni che possano dare dei modelli di vita, degli esempi rispetto a quei valori che sono espressi all’interno delle varie fedi perchè possano essere vissuti. Non ho mai visto, come in questi ultimi anni, continui attacchi reciproci verso il vicino piuttosto che verso il docente a scuola o tra li stessi genitori della stessa classe dei loro figli. Siamo diventati una società perennemente in guerra o, se non in guerra, in continua ostilità verso gli altri. Forse perchè sono venuti a mancare i valori che tenevano insieme le famiglie tra di loro.  Dove ci sono poi situazioni di conflitti, anche religiosi, si fa presto a imbracciare i fucili e spararsi addosso. Tante volte la violenza verbale, anche di vicinato, è forse più deleteria di tante guerre. Quindi che ruolo ha la religione ritornando al concetto di rivoluzione ecumenica? Ovvero che ruolo gioca la „non religione“ nella conflittualità che sta aumentando nella nostra società?

Carlo Zonato

Grazie Mauro di queste riflessioni. C’è qualche altra domanda o riflessione?  Vorrei lasciare proprio sulla base di queste considerazioni un ulteriore spazio a Riccardo per alcune sue riflessioni finali in un’ottica di propositività che ci possa fare qualche passo avanti.

Antonio Stango

Più che una domanda voglio solo dare un’informazione. Non so se tutti sanno, ma è una cosa che può essere interessante per noi da seguire. Il 14 e 15 settembre in Kazakistan, in quella che per anni è stata chiamata Astana, ora ufficialmente si chiama Nur-Sultan ci sarà il settimo congresso mondiale dei leader delle  religioni mondiali e tradizionali. In questa occasione è confermato che ci sarà Papa Francesco, così come ci sarà il Patriarca Kirill di Mosca di tutte le Russie e varie altre personalità delle religioni mondiali. Quindi è una cosa per noi da tenere presente. Normalmente si è trattata di un’iniziativa promossa oltre vent’anni fa da Nazarbaev e quindi era una cosa molto di facciata, però ha chiaramente anche delle implicazioni importanti per noi.

Carlo Zonato

Hai detto 14 e 15 settembre? Ok, grazie delle informazioni.  Se non c’è altro Riccardo diamo nuovamente la parola a te per dare un seguito alle varie riflessioni e quesiti.

Riccardo Burigana

Innanzitutto, grazie veramente. Io speravo questo e sapevo questo.  C’è uno spazio di grande libertà, di condividere osservazioni, prospettive, anche domande. Colpisce  la corsa solitaria nei mass media italiani di Avvenire nella lettura della guerra.  Molte delle cose le racconta in parte Avvenire, anche gli altri, diciamo, quelle testate di stampa che per anni si erano molto mobilitate. Un cattolicesimo anche molto alternativo su questo tema della mobilitazione capillare, profonda, dell’accoglienza, di una specificità della mobilitazione dei cristiani. Io dico questo perché specificità vuol dire che le Chiese si sono mosse in Italia come in Europa. Però organismi che raccolgono le chiese sia in Italia, dai consigli di chiese cristiane o anche solo parrocchie gemellate, in questa occasione, come mai era successo, si sono mosse insieme. Questo ha un valore doppio o triplo rispetto al muoversi da soli. Questo è un primo aspetto del fatto che c’è  stata una mobilitazione, ma di fatto non ne è rimasta molta traccia. Anzi, io ho in mente un articolo sul Corriere della Sera in cui all’inizio della guerra domandavano come si sono mossi i musulmani. Si prende un musulmano che parla italiano, che è presidente di una delle organizzazioni musulmane abbastanza dinamiche e quello diventa il pensiero dell’Islam in Italia. Ecco, questa è una cosa veramente  molto divertente. Rivoluzione ecumenica cosa vuol dire? Innanzitutto è un approccio ecumenico, vuol dire un approccio globale delle differenze. E le differenze non vanno valutate solo se ce l’ho sotto casa o se sono numerose, ma vanno valutate tutte. E questo lo dico rispetto agli esempi che anche oggi si sono fatti che avvengono nelle scuole, anche in interventi in Italia come altrove. Ci sono dei paesi in cui la guerra non è giusta ma necessaria. Perché? Perché nei paesi in cui i presidenti sostengono che, per esempio, in base alla Bibbia l’uomo, non la donna, è il Signore del mondo e quindi se il Signore del mondo decide di abbattere 2 milioni di alberi, può farlo. Ecco, questo ne dobbiamo tener conto perché esiste una idea di letterarietà delle scritture da applicare in ogni contesto, che sia la pace domestica o la pace universale che attraversa tutte le religioni.  Questo mi sembra di averlo detto, cioè non c’è mai una posizione univoca. Se io vivo a Mogliano Veneto, un piccolo paese trevigiano, se quello che abita accanto viene nella mia casa e vede un toscano come me che cucina, poi cosa fa? Dice che tutti gli uomini toscani cucinano e non le donne perchè lui ha visto quella cosa lì. Questo lo dico perché la rivoluzione ecumenica passa anche attraverso lo sforzo di cercare di cogliere le peculiarità che ci sono, che sono difficili da inseguire e che partono dall’esperienza personale, ma che in questo tempo, con molta fatica, si possono inseguire e raccogliere. Quando io parlavo della mobilitazione delle Chiese cristiane, è ovvio che se io leggo Avvenire, La Croix etc.. che cosa trovo? Ma dobbiamo inseguire quelle decine di realtà locali, di consigli, di chiese, di gruppi ecumenici, di iniziative che in Europa, per quanto uno possa conoscere un po di lingue, non tutte si mettono in questa direzione. E questo è un lavoro di rivoluzione ecumenica che passa attraverso, perdonatemi l’immagine molto cristiana, il considerare che, nella vigna del Signore, ognuno ha un suo compito specifico. Quindi ci sarà anche chi controllerà fogliolina per fogliolina che non ci siano dei problemi nella vigna. Poi alla fine della giornata ho trovato due foglioline, ma a me non spetta raccogliere l’uva o fare il vino o preoccuparmi. Lo dico perché i cristiani questo già lo fanno in tante occasioni, di tenersi informati, di confrontarsi, di discutere, di conoscere e di conoscersi. La scrittura è stata per secoli un elemento di forte divisione e contrapposizione. Ora invece tantissimi cristiani nel mondo la riconoscono come un punto di partenza, non una gabbia nella quale rinchiudersi. Anche la differenza fra Chiesa cattolica e cristianesimo. Perdonatemi se io dico una cosa banale e fortissima, cioè la questione dei diritti umani, noi possiamo appunto chiuderla dentro la Chiesa cattolica? No.  Casaroli, HELSINKI La Dignitatis Humanae e tutto quello che è seguito dal Vaticano. Il Consiglio ecumenico delle Chiese, che è nato nel 48, conduce delle battaglie e anche della lobbying. Negli Stati Uniti c’è un’organizzazione ecumenica che si occupa di questo, cioè di intervenire presso i senatori e deputati per far passare delle leggi che stanno nei diritti umani, come ad esempio il ricongiungimento delle famiglie dei migranti. Prendiamo la Conferenza Cristiana dell’Asia, che rappresenta ovviamente una minoranza, perché il cristianesimo in Asia è minoranza, ma c’è tutto un percorso condotto da anni su questi temi che in un altro Paese piccolo e insignificante come l’India non sono amati. Allora io dico che questo mondo esiste. Poi ovviamente ci può essere il caso particolare, il predicatore protestante che brucia il Corano e va sui giornali. E poi ci sono tantissimi predicatori della stessa famiglia pentecostale che invece cercano di stabilire dei contatti, dei dialoghi, dei punti a partire da questo patrimonio della scrittura. Quando io parlavo di rivoluzione ecumenica, i cristiani nel XX secolo hanno scoperto un modo nuovo di vivere che ha cambiato la loro vita. Al di là di quello che uno possa immaginare, e non voglio entrare nella valutazione né politologica né nel ruolo delle religioni; io parlo di ricerche, di notizie sul campo, le cose sono cambiate e ci sono infiniti esempi. In Australia c’è un consiglio di chiese cristiane nazionale, poi locali che fanno delle cose concrete. Per Natale si raccoglie la ciotola per i poveri. Quest’anno raccolta supplementare per i poveri della guerra dell’Ucraina e della Russia, fino al Brasile, dove appunto c’è una situazione di cristianesimo arrogante e aggressivo che sembra essere l’unico cristianesimo che invece convive con altre tradizioni cristiane che sono dall’altra parte. Quindi rivoluzione ecumenica vuol dire anche questo. Cioè vuol dire bene. Esiste un rapporto tra i cristiani di carattere spirituale religioso che ha una dimensione ecumenica. In questo tempo che i cristiani hanno imparato  a vivere insieme, deve trovare anche delle ricadute. Deve trovare dei canali per raccontare che si può benissimo vivere insieme, pur avendo delle questioni che ci tengono divise, ma rivendicando la propria identità e il proprio dialogo. Che il cammino del dialogo non è contro l’identità, non fa venire meno identità religiose e non è esclusivo. Perché accennavo prima sul tema della costruzione della pace, e su questo concordo con tutti quelli che hanno detto che la pace inizia dalla realtà più domestica possibile e immaginabile, non è soltanto  accordi di pace o le carte che vengono sottoscritte. Quindi una rivoluzione ecumenica che parte proprio dal leggere anche la realtà in termini globali, dinamici, universali, nel senso non legati al locale, nel quale convivono esperienze, ma non ci si può più limitare alle esperienze. Si parlava della violenza di questo secolo, com‘ è una delle violenze di questo secolo? „Il mondo intorno a te“ era un bello slogan pubblicitario, ma è diventata poi una regola a cui poi io dipendo, da quello che mi arriva, da quello che viene selezionato da altri in base a chissà cosa o alle istanze di un momento. Questo il movimento ecumenico  non lo fa; i cristiani che camminano insieme non bucano il video. Sono una minoranza, ma questo non è la questione di minoranza o maggioranza. Hanno un modo di vivere il cristianesimo così diverso e così alternativo, per il quale la guerra dell’Ucraina e della Russia non ha scatenato delle condanne o delle scomuniche, ma ha scatenato accoglienza, distinguo e inviti alla conversione. Perché la scomunica, la storia lo insegna, non ha mai risolto nessun problema nella Chiesa e nella società. È stato l’ennesimo muro che si crea. Perché? Perché quando dico distinguo, senza emettere nessun tipo di condanna, è ovvio che se tu eri invitato a parlare di teologia cristiana e per me la teologia cristiana comprende la cultura della pace, del dialogo e dell’ascolto, il rispetto e l’identità, se tu benedici le armi automaticamente sei fuori da un percorso. Questo non vuol dire né essere scomunicati né essere espulsi. Prima si citava l’incontro di settembre. Fine agosto ci sarà l’Assemblea Generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, un organismo che è del 1948. Io ne parlo da cattolico, anche se la Chiesa cattolica non ne fa parte, lì la delegazione russa non solo è stata invitata, ma ha partecipato anche alla fase preparatoria perché chi ha avuto l’idea di cacciarli poi se ne è andato via via. Gli è stato spiegato che non è questo il criterio di una rivoluzione ecumenica,. E questo guardate, non sono semplicemente le dichiarazioni delle chiese o i documenti, io ho insistito su questo, e cioè il fatto che sono state dette tante parole che non hanno poi cambiato radicalmente, ma sono penetrate in profondità. Come una volta, in tanti luoghi del mondo i malati di Aids erano accolti da tutti in maniera indistinta. Ora su quel Mediterraneo che ho citato prima c’è un’accoglienza ecumenica, interconfessionale, che funziona ed è una novità per il XX secolo. Non pensiamo alla novità della quale si parla pochissimo. Si parla quando si contesta Papa Francesco che ha riportato a casa i musulmani. Ha fatto un viaggio in Grecia e invece di portare a casa dei corridoi umanitari dei profughi cattolici, addirittura ha portato la logica dell’unione ecumenica, non di rivoluzione ma di spirito ecumenico. Ti dicono di guardare all’altro; prima gli si chiede di quale confessione o partito politico; io chiederei anche squadra di appartenenza. Prima di chiedere tutto questo è una creatura di Dio e per la natura di Dio siamo tutti uguali. Ecco le chiese e le religioni per secoli questo non lo hanno vissuto e tuttora c’è chi è ancora innamorato dell’idea che i cattolici sono solo bianchi, anglo sassoni o hanno una moglie sola, ufficialmente.  È un cammino in cui si paga il fatto che esistono delle minoranze nelle religioni che ovviamente a volte più rumorose e più visibili e anche più spiegabili.  Se io invece di rivoluzione ecumenica avessi detto „no la muraglia cinese dei cristiani contro l’invasione dell’Islam“ tutti capivano subito.

Questo lo dico da cattolico, ma anche da studioso di storia della Chiesa che cerca di inseguire una storia della Chiesa del XXI secolo che non è più una storia della Chiesa che si può basare sulle parole del Papa o di un vescovo. Deve inseguire la complessità dei rapporti tra i cristiani che vanno con gli strumenti che ci sono; in tanti casi si possono costruire andando anche a esplorare mondi nuovi e diversi, come quelli ai tempi dei social, che è una fonte per comprendere orientamenti e posizioni.

Carlo Zonato

Bene Riccardo grazie ancora. Nel frattempo siamo giunti alla conclusione. Voglio concludere con poche righe perché, a proposito di rivoluzione  ecumenica, le ho recuperate dall’autobiografia del reverendo Moon che voi sapete è fondatore, insieme alla moglie, della Universal Peace Federation. In un passaggio dell’autobiografia dice  „Per tutta la vita non ho fatto altro che rivolgere all’ampia varietà di uomini di religione che ho incontrato in giro per il mondo questi appelli. Prima di tutto rispettare le tradizioni delle altre religioni e fare tutto quanto è possibile per prevenire il conflitto e la discordia tra le religioni. Secondo far sì che tutte le comunità religiose cooperino tra loro nel servire il mondo. Terzo che i leader di tutte le religioni cooperino per sviluppare una struttura che ci permetta di assolvere la nostra missione comune, di stabilire la pace mondiale“. Per chi non lo sapesse, alle soglie del 2000, il Rev Moon aveva proposto nell’ambito delle Nazioni Unite la realizzazione di un Consiglio internazionale per la Pace  formato da rappresentanti di tutte le fedi e religioni. Una mozione che peraltro è passata ed è sostenuta da molte nazioni ma continua a  stazionare. Con questo appello alla rivoluzione ecumenica veramente vi ringraziamo. Vi ringraziamo di cuore e ringrazio Riccardo per tutti gli approfondimenti ed in particolare anche per quello che hai promesso a Franco e cioè la tua traduzione in inglese. Vi confermo che questi interventi noi li trasmettiamo anche a UPF Europa che accomuna anche il Medio Oriente e UPF International. Li inviamo come nostro contributo italiano al THINK TANK internazionale. Un grazie naturalmente a tutti voi che avete seguito nonostante il 29 di luglio. Il prossimo nostro incontro sarà il 26 di agosto sempre venerdì e sempre alle 17,30. Il tema in questa prossima occasione, a cura del professor Giovanni Lodigiani, sarà la giustizia riparativa. Un altro aspetto che si collega alle riflessioni che sono state fatte sulla riconciliazione delle memorie. Vi auguriamo ancora buona estate ed un caro saluto a voi tutti.