
MARCO RICCERI – Perché collaborazione e competizione? Perché noi viviamo una fase estremamente contraddittoria. È un periodo storico di grandi tensioni e conflitti destinati ad allargarsi. Si preannunciano anche in altre parti del mondo, non solo con la guerra in Ucraina. Nello stesso tempo però vediamo che tutti gli Stati organizzano politiche e piani in relazione alla comune Piattaforma delle Nazioni Unite per gli obiettivi della sostenibilità e dello sviluppo e che sono ben leggibili nei piani che tutti gli Stati mandano alla revisione delle Nazioni Unite. Se voi andate sul sito delle Nazioni Unite e cliccate “piani volontari nazionali” trovate il tipo di piani che svolgono e i tipi di risultati e di aspetti che maggiormente accentuano e così via. Quindi c’è questo riferimento a una piattaforma comune; in più ci sono continui scambi, anche sorprendenti; il flusso dei movimenti innescato dal processo della globalizzazione si sta riorganizzando e non si è fermato anzi, in certi settori, è diventato ancora più intenso. Mi ha colpito molto, e lo dico a titolo di esempio, un articolo apparso una quindicina di giorni fa, che ha celebrato il numero dei treni che dalla Cina sono arrivati ad Amburgo passando per tutto il teatro della guerra; sono i famosi lunghi convogli pieni di merci e di container di merci che vanno avanti e indietro dal mercato cinese ad Amburgo. Dall’inizio di gennaio fino alla fine di agosto sono stati 10.000 treni avanti e indietro, passando per Ucraina, Bielorussia, Russia e così via. Questo è stato celebrato come un grande risultato, addirittura da implementare nel prossimo futuro. Cosa vuol dire? Vuol dire che c’è la gente che soffre per le tragedie della guerra e ci sono quelli che portano avanti i commerci, gli scambi e così via. Ecco questa è il la contraddizione del nostro tempo. Da un lato aumentano le tensioni e dall’altro diciamo continuano gli scambi e soprattutto continua il riferimento alla piattaforma comune della sostenibilità. Mi colpisce un rapporto che è in fase di elaborazione e che fa riferimento alle riviste ufficiali cinesi perché abbiamo un collaboratore che parla cinese e che è in grado di leggerle. La Cina si sta ponendo l’obiettivo di raggiungere la stessa potenza navale degli Stati Uniti per il 2025 quindi fra tre anni. E lo fa costruendo navi che utilizzeranno metalli speciali forniti per esempio dalla Scandinavia, dalla Norvegia e così via. Quelli sono i metalli che rendono invisibili rispetto ai radar e così via. Quindi è un punto di tensione crescente. Nello stesso tempo ci sono gli scambi commerciali dei treni che ho prima ricordato. Fatto questo richiamo alla contraddizione, io chiarirei due aspetti importanti legati al discorso della sostenibilità perché se ne parla tutti ma bene avere le idee chiare. La sostenibilità, nella accezione più corretta, è la riduzione dei rischi di rottura di un sistema. Quindi siamo al di fuori di ogni concetto morale o economico; qualunque sistema è sottoposto ai rischi di rottura. Più io intervengo nel ridurre questi rischi di rottura, più lo rendo sostenibile. Questo è il punto. Poi i rischi di rottura possono essere legati al clima, ai fatti demografici e a tanti altrui fattori. Però questo è il dato di fatto e il concetto che è stato assunto di riferimento è un concetto che oggi circola ma che ha una storia antichissima. Il primo a usare, e lo dico per una curiosità che può essere utile nelle nostre chiacchierate future, il termine sostenibilità è di un aristocratico tedesco, Von Clausewitz, coniato nel 1730. Era un industriale che gestiva le miniere in Sassonia. Per le miniere e per fare le gallerie si usavano gli alberi e quindi si tagliava continuamente la foresta. Lui a un certo punto si accorse che andando avanti con quel ritmo e quell’intensità di sfruttamento, alla fine non ci sarebbero stati più alberi per cui coniò questa espressione: “bisogna procedere in modo sostenibile”. E obbligò che ad ogni taglio di un albero corrispondesse la piantagione di un altro albero. Siamo nel 1730. Questo concetto molto chiaro di sostenibilità è stato poi ripreso dal Club di Roma negli anni 70; è stato sviluppato col Millenium Goals ed è diventata la famosa agenda del 2015. Vuol dire che adesso ci si rende conto veramente del rischio di rottura del nostro sistema, sia esso globale che regionale o nazionale e così via. Il concetto di fondo della sostenibilità è che io devo passare da un modello di sviluppo basato sulla quantità a un modello di sviluppo basato sulla qualità dello sviluppo. Ciò vuol dire cambiare modi di consumo, cambiare i processi produttivi e così via. Poi l’agenda delle Nazioni Unite parla di partecipazione pubblica e privata insieme; i principali attori devono individuare questo percorso. Significa, sostanzialmente, che io devo intervenire sul mio modello tradizionale che ho seguito finora. Ridurre l’impiego delle risorse naturali e costruire un modello produttivo e di consumo che sia più equilibrato e più incentrato su consumi qualitativi che quantitativi. Se io apro l’armadio e trovo dentro venti paia di scarpe e dieci giacche e così via, forse è bene che io riduca questo tipo di consumo e stia più attento e più impegnato a quello che ho fuori di me. Poi esco fuori e c’è l’aria inquinata che produce il cancro, l’ecosistema che produce disastri che conosciamo e che abbiamo conosciuto in questi giorni e così via. Quindi è un passaggio a un modello che produce profitto, ma sulla base di una collaborazione fra pubblico e privato orientato sulla qualità del sistema. Questo discorso della qualità è uno dei punti chiave. E ci tornerò sopra più avanti. L’altro aspetto che mi interessa richiamare è che in tutti i maggiori sistemi del mondo possiamo dire, e lo sintetizzo in maniera forse eccessiva, che il sistema capitalistico si è ovunque affermato. Però se io applico l’approccio istituzionalista che risale agli anni 30 del secolo scorso in America, la scuola del Wisconsin, Veblen e così via, mi accorgo che si sono prodotti molti modelli diversi di capitalismo. Il modello cinese diverso da quello russo, da quello europeo, da quello africano e così via. Perché? Perché è impossibile che in un’economia di libero mercato ci sia la piena razionalità e la piena informazione nelle scelte delle persone. Secondo, perché le scelte delle persone sono influenzate da molti fattori: tradizioni, valori, visioni, elementi culturali. Anche le istituzioni sono costruite sulla base dei valori di una società. In India abbiamo ancora in vigore le caste; in Russia abbiamo la cultura dei mega impianti che non porta a sviluppare le piccole e medie imprese; In Cina abbiamo il Governo forte e così via. Sono tutti sistemi capitalistici ma che adottano modelli molto diversi fra di loro. Quindi il secondo passaggio da fare è aver chiaro che nello scenario internazionale il confronto è fra modelli di capitalismo diverso. Terzo elemento il riferimento all’impegno di tutti gli Stati sui piani della sostenibilità evidenzia e conferma questo fatto che è molto interessante. Cioè ognuna delle maggiori aree geografiche dei maggiori Stati del mondo sta interpretando l’impegno per lo sviluppo sostenibile, quindi per un modello di qualità, secondo la propria visione e la propria cultura. Cioè emerge il sottofondo vero che è alla base dei vari sistemi economici. E se andiamo a leggere appunto i piani che sono presentati dagli Stati e valutati e ammessi dalle Nazioni Unite e quindi sottoposti alla valutazione e certificazione, vediamo emergere gli elementi di diverso approccio allo sviluppo sostenibile. E questo è un primo elemento di vero confronto sul quale non si sta facendo molta attenzione. Facciamo un esempio. Nel piano indiano, ho qui ripreso proprio alcune frasi chiave che possono dare un’idea, si dice che il Piano nazionale dell’India per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 20 / 30 prevede una grande collaborazione e partecipazione fra pubblico e privato e soprattutto fra la federazione e tutti i territori nazionali. Per raggiungere che cosa? Come viene interpretata la sostenibilità secondo la cultura e il modello capitalistico indiano? Per raggiungere l’armonia. Nel sistema indiano loro usano il termine armonia, cioè l’abilità e la qualità dello sviluppo viene collegata all’elemento dell’armonia fra i gruppi sociali e fra i vari elementi che qualificano un tipo di sviluppo. Tenete presente che l’India ha ancora squilibri sociali enormi, livelli enormi di povertà. Ma nel suo piano ha dimostrato che ha raggiunto il miglior risultato al mondo nelle energie alternative. Quindi se domani avremo bisogno di comprare impianti per le energie alternative, l’India sarà già posizionata al primo posto nel mondo. E questa può essere la base non solo della competizione, ma anche della collaborazione fra gli Stati. Secondo esempio: nel piano cinese si mette in risalto il fatto che hanno potenziato al massimo l’apparato statale. Sono stati organizzati tre nuovi ministeri. Si dà molta enfasi al discorso della mobilità urbana e si dice che è stato posto l’obiettivo strategico, uguale a quello dell’Unione Europea, di non avere emissioni di carbone nel 2050. Hanno allargato il tempo; però ti dicono espressamente che l’impegno della sostenibilità del governo cinese è per dimostrare la superiorità del sistema socialista guidato fortemente dal Partito comunista della Repubblica Popolare cinese. Cioè dicono che per arrivare agli obiettivi della sostenibilità seguono il percorso del modello socialista, non del modello europeo oppure americano o altri. Quindi secondo la loro visione. L’India persegue l’armonia; il sistema cinese propone la soluzione socialista; il sistema europeo che è definito dal “green deal” e da tutti gli atti conseguenti veramente intensi che sono stati approvati dall’Unione in questi ultimi due anni, la parola chiave è quella di “sostenibilità competitiva”; quindi l’Unione europea dice chiaramente ed espressamente nel “green deal” che va nella direzione dello sviluppo sostenibile per riacquistare competitività a livello internazionale. Quindi è una visione completamente diversa da quella cinese o da quella indiana. Il criterio guida del sistema europeo è riacquistare la competitività; riaffermare la propria competitività nel sistema complessivo. In Russia si parla di stato sociale cioè la sostenibilità serve a costruire lo stato sociale. Nei piani africani si dice chiaramente che l’obiettivo è di attuare il programma “The Africa we want”, l’Africa che noi vogliamo, che ha obiettivi al 2063 per provare a creare l’unità quantomeno economica del continente africano. Il piano che l’Africa ha disegnato fino al 2063 quindi è legato all’esigenza e all’obiettivo di creare un’Unione economica del continente africano entro il 2063. Ecco, questo è importante. Non solo abbiamo diversi livelli, diversi modelli di capitalismo ma anche proprio camminando verso la sostenibilità emerge la diversità delle culture, dei valori, delle tradizioni e delle sensibilità che sono alla base dei vari sistemi. Questo cammino della sostenibilità ha bisogno di essere ben precisato nei termini sia dei modelli di valutazione di riferimento, poi mi spiego con degli esempi concreti, sia nell’attuazione pratica. Qui nascono i problemi. A livello internazionale i più grossi soggetti che stanno operando sono le banche multilaterali di sviluppo ed ognuna di queste ha un suo modello di valutazione dei piani della sostenibilità. C’è una convergenza, un continuo confronto, però ancora i modelli che loro applicano sono diversi e va tenuto presente che le banche multilaterali di sviluppo sono quelle che poi hanno rapporti con le banche nazionali. Una Banca Intesa parla con la Banca Europea o con la banca indiana, con la Banca asiatica e così via. Dove sta la differenza di valutazione e l’esigenza di fare un chiarimento di fondo, proprio per affermare l’opzione della qualità dello sviluppo? Sta nel tipo di esperienza e di iniziative che uno porta avanti. E faccio esempi concreti. La Banca africana di sviluppo quando deve realizzare un corridoio, un treno, un ponte se si trova di fronte a un villaggio distrugge il villaggio paga l’indennità a tutti gli abitanti del villaggio e continua a costruire. Gli abitanti del villaggio accettano l’indennità di pagamento che è sufficiente a coprire tutti i danni provocati però, per la coltura che hanno, per il fatto di rimanere senza riferimenti e così via, è stato dimostrato che finiscono per sperperare questi soldi inutilmente. Non hanno la capacità di organizzare altre comunità o diciamo iniziative alternative e vanno a finire negli slum delle mega città finiscono tutti diciamo a emigrare. La banca CABAY dell’America latina, che ha costruito un suo modello con una collaborazione stretta fra università, centri studi e organizzazioni internazionali, ha adottato un modello opposto. Nel realizzare un corridoio, un ponte, una strada ferrata che incrocia un villaggio si obbliga a ricostruire questo villaggio a dieci chilometri di distanza. Porta tutte le persone lì vicino a questo villaggio e si impegna a vedere che funzioni, che la vita comunitaria riprenda a funzionare come si deve. Quindi è una banca che fa un villaggio, è una banca che ricostruisce una comunità. Da una parte vedi che la distrugge e dall’altra parte vedi che invece la ricostruisce. Sono tutti e due investimenti definiti sostenibili, ma gli effetti sociali sono completamente diversi fra di loro. Allora questo è il mondo bancario, questo è il mondo della finanza. Se scendiamo nell’ambito delle istituzioni ci si accorge che ancora siamo molto lontani nel procedere in maniera equilibrata nella direzione dello sviluppo sostenibile. Questo perché lo sviluppo, come sappiamo tutti, deve procedere in maniera parallela nelle tre dimensioni: economica, ambientale e sociale. Ad esempio, l’Unione Europea ha disegnato benissimo lo schema di insieme legandolo a un discorso di competitività dell’intero sistema europea, secondo ha dato vita alle famose tassonomie cioè il sistema di classificazione di indicatori che esprime se tu operatore o cittadino operi in maniera sostenibile. Qual è il limite? E questo diventa un punto di discussione che si collega a quello che abbiamo detto all’inizio. Il punto è che la tassonomia ambientale, cosiddetta verde, è ben definita. Significa che agli imprenditori viene detto di fare i prodotti sostenibili cioè che non devono usare la plastica, ci sono addirittura pagine intere di classificazione dei nuovi prodotti e devono dimostrare che non solo la propria azienda ma tutta la catena del valore in cui è inserito va in quella direzione. Sulla tassonomia sociale invece il discorso si è arenato. È stato fatto un mega gruppo di esperti, il quale è arrivato a fare solo delle proposte perché il sociale non ha basi scientifiche. Cioè come si può misurare il sociale? Questa è la questione aperta veramente anche per UPF. Che cos’è il sociale? È maggiore assistenza, più asili, più scuole, più ospedali eccetera, oppure è invece legato a fattori qualitativi: più inclusione, meno precarietà, esistenziale, più coesione sociale; cioè tutti elementi in cui si misura la connessione, lo spirito comunitario dei cittadini. Io sono un individuo ma nello stesso tempo partecipo a una comunità. Tu puoi fare tanti asili o ospedali ma se poi io mi sento solo e vivo isolato arriviamo a una comunità disintegrata. Quello che è grave, è che nel sistema europeo, proprio questione di questi ultimi mesi, ci si è bloccati proprio sulla definizione del sociale e quindi la tassonomia sociale è stata rimandata indietro alla comunità e non si riesce a capire se va avanti o se va indietro. La giustificazione che hanno dato gli esperti è che il sociale non è definibile dal punto di vista scientifico. E questo è un paradosso. Tenete presente che in questo periodo, ecco quindi la cooperazione, si stanno moltiplicando proprio gli incontri, le videoconferenze e le analisi. Tre giorni fa eravamo impegnati con l’Accademia delle scienze sociali cinesi proprio su questo punto. Cioè, su come si deve identificare la qualità sociale dello sviluppo, e qui si torna al discorso fatto sui diversi modelli capitalistici. Vale a dire quali sono i valori culturali ed etici che possono giustificare il fatto che io sono un singolo individuo ma nello stesso tempo sono un soggetto di una comunità. Se non chiariamo i termini con cui l’appartenenza sociale è definita e giustificata rischiamo di fare danni. E quindi noi abbiamo un rischio gravissimo e cioè che il percorso verso la sostenibilità si blocchi proprio sui valori di qualità che riguardano la definizione del sociale. Un’ultima postilla; nel camminare verso questo modello di sviluppo tutti facciamo i conti con i famosi megatrend, i cicli della rivoluzione digitale, i processi demografici, l’emigrazione e il cambio del clima e così via. Però ci si rende anche conto che per affrontare questi megatrend, di cui abbiamo parlato tante volte, bisogna ripartire dalla base, cioè dai principi orientativi di riferimento che sono i principi etici. Allora nel sistema digitale si cominciano a inserire i codici etici per il digitale. Però voi vedete anche nei processi migratori emerge una diversità di approccio enorme proprio perché non abbiamo le stesse sensibilità e lo stesso patrimonio etico fra l’accoglienza e il rifiuto, la barriera alla non barriera e così via. Cioè lo stesso sforzo di andare verso la sostenibilità e di affrontare insieme i rischi di rottura legati ai mega trend richiedono un impegno etico per definire quello che è comunità di persone. Ecco su questo io registro, almeno a livello internazionale, un grande confronto anche se ho registrato, soprattutto a livello europeo, una visione molto riduttiva addirittura un blocco su questo punto; parlo più con i cinesi, con i russi e con i sudafricani che con i colleghi europei. Le sensibilità sono veramente molto deboli o molto diverse ed ognuno la vede come vuole. Il fatto che l’Unione Europea abbia impostato tutto sul riacquisire competitività del sistema europeo la dice lunga sul perché non si va in questa direzione. Chiudo riportando una raccomandazione di un esperto proprio in questi giorni; lui afferma che alla fine in tutto il percorso sarà la finanza che in base ai suoi riferimenti, profitti perdite e opportunità di investimento, definirà il percorso. Se fosse così, credo che avremmo perso tutti una grande occasione.
Risposte di MARCO RICCERI a varie domande:
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Se il sistema socialista cinese sia un sistema capitalistico o meno, è oggetto di una discussione molto approfondita fra economisti, scienziati, politici, eccetera? Quello che è stato messo in evidenza è che lo si può definire sistema capitalistico perché il nodo centrale su cui il governo cinese chiede la collaborazione di tutti è l’accumulazione del capitale. Poi la proprietà può essere privata o pubblica, ma il nodo vero del sistema capitalistico è avere la garanzia dell’accumulazione del capitale su cui viene chiesto lo sforzo convergente di tutti. Questo è l’elemento che qualifica. Sul secondo punto noi contestiamo il fatto che gli esperti della Commissione europea si sono bloccati sulla definizione del sociale. Come istituto EURISPES abbiamo 40 anni di ricerca, ma vedo anche la cattolica e le università fanno ricerche sociali avendo come riferimenti anche i dati qualitativi; cioè noi prendiamo i dati qualitativi dei processi sociali. Perché la Commissione europea non li vuole assumere con valore scientifico? Ecco questo è il vero punto. Non avendo basi scientifiche non si può definire una tassonomia sociale e questo è il ragionamento che è stato fatto, ma sono concetti generici perché c’è tutta una scienza sociale. Da Ferrarotti in poi, voglio dire, il mondo ha prodotto analisi qualitative molto importanti e tu le devi assumere come scelta politica di fondo per costruire una tassonomia su questo discorso. Se non si fa questo si va ad incidere sull’ultimo aspetto che hai detto te Mauro, quello del bilancio integrato delle aziende, che è l’altro vero aspetto. Proprio oggi è stata approvata dal Parlamento ed entra in vigore la dichiarazione delle imprese. Quindi le imprese sono tenute a fare il bilancio tradizionale ed un bilancio di sostenibilità in cui devono dimostrare i benefici che la loro attività fa alla comunità in cui operano. Lavoro difficilissimo, bisognerebbe potenziare tutti i servizi pubblici in questa direzione, però è la via obbligata perché gli atti sono entrati come Regolamento, cioè come legge già applicabile. Quindi le imprese, anche le piccole, oggi sono tenute a fare questo bilancio. Il fatto di poter disporre anche di una tassonomia sociale, oltre quella ambientale, faciliterebbe tanto nella formulazione di questo bilancio, del bilancio integrato diventato obbligatorio. È importante aiutare l’imprenditore a fare quello sociale. Perché ho messo cooperazione e competizione? Faccio un caso molto concreto che abbiamo avuto modo di approfondire grazie alla collaborazione con tutti gli esperti di ITA, ex Alitalia. I cinesi, come ho detto, che stanno puntando molto nel qualificare la mobilità analizzando qua e là nel mondo delle situazioni di eccellenza, hanno scoperto che l’aeroporto di Fiumicino, che infatti ha avuto anche un premio internazionale, è il meno inquinato di tutti e che alcuni aerei di ITA usano materiali diversi eccetera. Sono corsi a fare un accordo per poterlo applicare anche in Cina. Quindi il l’impegno comune, convergente sulla sostenibilità, può portare non solo a scambiare le best practices ma anche a formulare accordi per raggiungere meglio i risultati strategici che si sono proposti. Dalla Russia, dove opera la più grande associazione di produttori di grano, sono venuti in Italia a verificare e controllare i famosi robot che in agricoltura vanno lungo i campi e ti dicono se i tuoi prodotti sono umidi, se il tuo terreno è salato e così via, guidati da satelliti. Allora i russi hanno i satelliti, noi abbiamo i robot, soprattutto in Veneto, Lombardia ed Emilia, le aree in cui si è raggiunta l’eccellenza. Quindi nel programma che hanno inviato a New York sulla sostenibilità nel mondo agricolo, loro hanno messo questa collaborazione che è nata fra l’associazione agraria più grande del mondo e gli operatori italiani. Queste situazioni sono destinate a moltiplicarsi; ecco perché collaborazione e competizione, poi ognuno fai il suo gioco. Possiamo fare mille esempi in cui, lavorando sulla sostenibilità, si creano intrecci e collaborazioni.
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Gli americani hanno fatto un passaggio forte addirittura sotto Trump che all’inizio era estremamente contrario a ogni forma di imposizione, di regolazione e di programmazione in questa direzione; poi, negli ultimi tempi, si è mosso molto e ha accettato addirittura, per esempio, leggi importanti da lui promosse. Per esempio, gli Stati Uniti hanno adottato il Codice etico digitale. Dove punta la strategia americana? Sul coinvolgimento delle persone per rendere i cittadini consapevoli dell’importanza di procedere in questa direzione. C’è un grande impegno nei sistemi informativi, nella psicologia positiva, nella formazione ed educazione su questi temi. Si sono moltiplicati i corsi e lo Stato, proprio addirittura alla Casa Bianca, ha un’agenzia che promuove la consapevolezza dei cittadini. Più sono informato e più sono consapevole più adatto il mio comportamento alle nuove esigenze. Sui temi ambientali loro sono nella stessa direzione del 2050 per zero emissioni e così via. Però il punto chiave che hanno tirato fuori riguarda proprio creare consapevolezza nei cittadini; se l’americano è consapevole allora partecipa.
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Nei piani nazionali che hanno mandato, sia l’Argentina che il Brasile, sia altri Stati hanno posto come premessa il discorso di riordinare le finanze pubbliche, sul presupposto che se non si riordina la finanza pubblica, non si sarà in grado di fare le politiche della sostenibilità. Questo è il leitmotiv che è venuto e che è comune ai quattro cinque piani che abbiamo esaminato. Secondo, c’è la conferma della volontà di partecipare al nuovo multilateralismo. Questo avrebbe bisogno di una conferenza a parte. Però nel processo di globalizzazione si sta vedendo l’emergere di realtà regionali; molto forte in Eurasia, nell’Asia del Sud, in Africa, in America latina con il CELAC e così via. Queste organizzazioni stanno prendendo sempre più piede; hanno mille lati deboli però intanto l’adesione e la partecipazione degli Stati dimostra la volontà di costruire qualcosa di diverso e secondo di riformare l’ordine globale complessivo. Mi ha colpito molto, per esempio, il fatto che in questo processo il coordinamento dei BRICS, che noi stiamo studiando con particolare attenzione, è diventato oggetto di richiesta di adesione da tantissimi Paesi. Ad esempio il Messico. in America Latina non solo il Brasile partecipa ai BRICS come uno dei fondatori, ma di recente, quest’estate, è arrivata la richiesta ufficiale dell’Argentina. Quindi l’America Latina si sta spostando in questa direzione. In Europa abbiamo tre paesi mediterranei, perché c’è stata la richiesta della Turchia, dell’Egitto e venti giorni fa c’è stata la richiesta dell’Algeria. Allora forse qualcosa non funziona a livello europeo nei rapporti per esempio con l’area mediterranea. L’Indonesia è un altro di quegli Stati che ha ospitato il G20 ma ha chiesto di entrare nei BRICS. Cosa stanno facendo loro? Questo è molto importante anche nei rapporti col Sudamerica. I BRICS hanno, al di là di ogni valutazione politica che si possa fare, hanno individuato tre progetti principali veramente strategici. Il primo è di fare un’unione doganale comune, quindi possiamo immaginare cosa significa un domani se nasce una dogana unica fra questi cinque più quelli allargati. Secondo, si rendono benissimo conto che il petrolio e il gas vanno a finire, saranno oggetto sempre più di restrizioni, per cui il progetto strategico è l’energia nucleare a idrogeno per scopi civili. Il terzo è creare una moneta alternativa al dollaro, cioè un sistema monetario alternativo che usi le monete locali. Per cui se io faccio un investimento in Angola devo usare la moneta dell’Angola o viceversa. Questo per riconoscere anche la sovranità e la dignità dei pochi. Rispetto a questo organismo BRICS si è formato e sta abbastanza cominciando a funzionare, lo dico come sigla, MITCA, quindi Messico, Indonesia, Turchia, Corea eccetera, cioè gli stadi intermedi che hanno fatto domanda per entrare nel BRICS si sono intanto organizzati fra di loro per avere comuni politiche commerciali, scambi di investimenti, un ruolo politico all’interno, per esempio, del G20 o di altri organi delle Nazioni Unite e così via. Cioè, siamo nel pieno di un’evoluzione in cui le traiettorie sono ancora da definire, sia in America Latina sia in Africa. Ma la volontà di creare qualcosa di diverso, in effetti, è sempre più forte. Voglio dire questo perché è un dato da tener ben presente; l’attuale ordine non regge più, non funziona più. Inutile aggrapparsi alla distinzione Occidente e Oriente. Il processo di globalizzazione non regge più secondo lo schema che abbiamo avuto finora e quindi si moltiplicano i tentativi di nuove organizzazioni, nuovi coordinamenti e così via. Non dimentichiamo per esempio che il Brasile ha rapporti diretti con molti Stati africani; già uno scambio Inter-atlantico con molti scambi africani dove, rispetto ai grandi investimenti che fanno i cinesi, i brasiliani fanno le scuole di formazione, piccole imprese; si sono ridisegnati un ambito specifico non competitivo con quello cinese. È tutto in via di formazione, però il processo è avviato; qualcosa di nuovo sta nascendo.
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È uno dei punti di domanda che sono stati messi al vertice dei BRICS guidato dalla Cina. Come combinare la partecipazione del Messico con questo accordo a NAFTA con l’ingresso nei BRICS? Per tutta risposta il Messico intanto ha promosso insieme alla Turchia e agli altri il MITCA; quindi, cerca di lavorare nelle due direzioni.
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All’inizio dell’anno il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha lanciato questi allarmi; siamo di fronte a degli allarmi molto concreti. Accelerate, accelerate, accelerate. Questo è il decennio dell’azione. Questa l’espressione che lui ha usato. Quindi siamo al 2022 inizio 23; abbiamo sette anni. Per le zero emissioni sia la Cina che l’Europa si sono date il 2050 però entro il 2030 dovrebbe essere fatta una riconversione complessiva. Devo dire che l’Unione europea rispetta il green diesel nel 2000 2021. E in questo 2022, per quello che riguarda la finanza e le imprese, ha veramente fatto un pacchetto enorme di provvedimenti. Rischia di essere un pacchetto squilibrato, come si è visto. Ma per quello che riguarda l’altro aspetto della qualità dello sviluppo e del sociale ha accelerato tanto. I cinesi stanno accelerando tanto. Vediamo se prevale il senso di responsabilità; ecco questo è il punto.
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Volevo tornare su quello che abbiamo detto prima; sul sistema dei valori, delle tradizioni, del tipo di istituzioni che definiscono un modello capitalistico; tutti elementi da prendere in molta considerazione ed analisi perché altrimenti non capiamo le reazioni dei diversi sistemi. Mi hanno colpito molto le parole del Segretario di Stato Vaticano Parolin che ha spiegato e commentato il rinnovo dell’accordo che hanno fatto poco tempo fa con la Cina; è un accordo biennale che riguarda le nomine dei vescovi i rapporti della Chiesa eccetera. Ecco Parolin spiega che questi accordi richiedono tempi lunghi; per arrivare a degli accordi veri bisogna entrare nella forma mentis dell’altra persona; bisogna stare attenti, per esempio, all’interpretazione di ogni parola, il significato che diamo noi e che danno loro. Bellissima questa espressione “entrare nella forma mentis degli altri”. Quindi anche sulla sostenibilità il fatto che i vari sistemi, i vari Paesi facciano emergere poi alla fine le differenze di approccio fa capire che dietro queste cose c’è la loro cultura, la loro storia che ha un valore; che ha un valore sul successo o meno di un piano. Ecco stare attenti alla forma mentis, ai valori che sono sottintesi; questo è importante.
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Per vivere correttamente la politica della sostenibilità, ti dicono che uno degli elementi da affrontare insieme ai processi digitali, ambientali e così via vi sono anche gli squilibri sociali; se non vengono affrontati rimane aperto questo sistema di tensione. Noi vediamo, nelle rilevazioni diffuse di precarietà, che dall’economico diventa precarietà sociale poi diventa esistenziale; un giovane non fa più progetti di vita, non fa figli, finisce per protestare e vivere il populismo e così via. Allora l’agenda delle Nazioni Unite è molto chiara su questo discorso. Quando si affrontano le questioni sociali, gli squilibri che si sono prodotti fra ricchi e poveri sono un rischio di rottura della società. La scienza, attraverso per esempio l’applicazione dell’indice “Gini” fra ricchi e poveri, dice che quando arrivi a certi dati esiste il rischio di rottura della società. Una buona società si costruisce prendendo questi parametri che limitano le situazioni di rottura. Se non vengono considerati perché si procede solo sulla base dei sondaggi giornalieri politici e così via e non vengono assunti come parametri di riferimento rimane aperto il rischio di rottura. Questo è il punto.
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L’agenda delle Nazioni Unite è molto chiara e offre un’opportunità enorme e ben precisa perché dice che uno degli elementi su cui poggia la costruzione delle strategie di sostenibilità è la nuova governance. Cioè gli Stati non sono più in grado di farla da soli; ci vuole il rapporto fra pubblico e privato, ci vuole una grande partecipazione della società civile. Quindi per fare un esempio UPF dovrebbe essere un soggetto attivo che siede ai tavoli in cui si disegnano i piani della sostenibilità; magari per discutere gli aspetti riguardanti gli squilibri sociali, il rapporto fra i territori, le comunità eccetera. UPF dovrebbe chiedere di svolgere questo perché ne ha diritto, secondo le Nazioni Unite, così come i sindacati, come le confederazioni etc. Secondo punto: se non si partecipa e non viene chiarito il proprio pensiero, sulla strategia della sostenibilità, come ci dicono molti esperti autorevolissimi, alla fine il percorso lo disegna la finanza e le banche. E alle banche del sociale importa solo nel poter dire di avere sponsorizzato dieci ospedali in più, ma non importa nulla della coesione sociale. E faccio un esempio molto concreto. Si sente parlare molto dei famosi Smart City, i 1000 investimenti da fare nelle celle elettriche, nel traffico fluido ecc. Benissimo quando sono stati fatti tutti questi investimenti in cui il traffico è più veloce, so quando arrivano gli autobus, ho tutte le informazioni precise, la domanda da porsi è: la mia comunità è più coesa, più integrata o io sono più monade, più isolato, più colto? Questo è il punto che alla fine va misurato. Tutto questo investimento che faccio, che rende tutto più efficiente, qual è l’effetto sociale che produce? Ha creato più comunità, più integrazione fra la gente, o ha isolato ancora di più i cittadini perché alla fine la qualità la misuri su questo discorso. Ma bisogna sedersi al tavolo perché l’agenda ti dice che si costruisce solo portando l’esperienza delle organizzazioni come UPF dentro il tavolo.