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“Relazione SUMMIT Agosto 2022” – prof. Michele Pavan

LINK video:     https://vimeo.com/765227008  password:   thinktank28102022

CARLO ZONATO –Carlo Zonato Buon pomeriggio e grazie a tutti per questo ulteriore collegamento al nostro appuntamento che è il penultimo di quest’anno. Ve lo introduco brevemente. Abbiamo pensato di inserire, in questo nostro incontro, una testimonianza diretta relativa all’ultimo Summit Mondiale per la pace. Non c’era stata l’occasione per il prof. Michele Pavan di essere presente, per impegni di lavoro, nei nostri incontri precedenti. Oggi invece è con noi, ci siamo sentiti per telefono e ci ha dato la sua conferma.  Vi do giusto qualche cenno rispetto al Summit. Si tratta del secondo organizzato quest’anno da UPF International e si è svolto in Corea dall’11 al 15 agosto scorso. E’ stato organizzato sia in presenza che on line. Erano presenti circa 350 leader mondiali appartenenti alle 157 nazioni che intrattengono relazioni diplomatiche con le due Coree, sia con la Corea del Sud che con la Corea del Nord. Il tema generale di questo secondo summit era: “Verso la pace nella penisola coreana e per una cultura mondiale di pace”. Nell’ambito del Summit si è svolta, come di consueto, anche la “Conferenza Internazionale della Leadership” (ILC), con diverse sessioni come quella dedicata alla protezione delle libertà di fede nel mondo, una sessione molto significativa dedicata ai temi dell’Africa, le iniziative di pace, la formazione dei giovani e la cooperazione interreligiosa. Oltre 100 gli illustri relatori che hanno partecipato, sia in presenza che con messaggi online. Il professor Michele Pavan ha partecipato quindi ai lavori del Summit nel suo ruolo di fondatore e presidente di Mondo Internazionale, che è l’Istituto di analisi geo strategiche e di intelligence per le organizzazioni internazionali ed è inoltre docente presso la Scuola di Management della LUM, cioè la Libera Università Mediterranea a Milano. Quindi abbiamo voluto dedicare questo nostro incontro alla sua diretta esperienza. Lascio quindi la parola a Michele Pavan per raccontarci questa sua esperienza, ringraziandolo sin d’ora di aver accolto il nostro invito. Prego Michele a te quindi la parola.

MICHELE PAVAN – Grazie Mille! Ringrazio voi dell’invito, innanzitutto per avermi permesso di andare in Corea che è stata veramente un’esperienza molto, molto interessanteMichele Pavan e credo molto, molto importante. In qualche modo dovrebbe essere, a mio avviso, riproposta in altre parti del mondo, tra cui l’Europa, per una connotazione diciamo della diplomazia culturale; che poi di quello si è parlato, alla fine, nell’ambito internazionale. Come è stato anticipato, il focus specifico era una conferenza sulla leadership, in particolare con oggetto principale la Corea; la Corea vista dalle due parti, quindi Corea del Sud e Corea del Nord, con quello che poi UPF, come sappiamo tutti, porta avanti come missione principale, ma non soltanto, perché poi si declina in altri settori. Poi vi farò vedere qualche foto e qualche video che, a mio avviso, senza nulla togliere a tutti gli altri interventi,  penso siano quelli più rappresentativi del contesto internazionale attuale. Il Summit si è svolto partendo sì dalla Corea, però cercando di introdurre tanti altri temi estremamente interessanti in un contesto internazionale molto, molto più complesso. E’ stata citata la parte dedicata all’Africa che ha visto una partecipazione molto ampia da parte di Presidenti e di rappresentanti dell’Africa, ma anche come temi discussi e come dichiarazione poi finale, che è stata sottoscritta come impegno da parte di UPF e di altri attori, tra cui l’Unione Africana per uno sviluppo di una rete di sistemi e di attività per la pace e per le connessioni a livello africano. Si è parlato anche di stampa e si è parlato anche di religione. Si è parlato di tanti temi estremamente connessi. In una parte della cerimonia iniziale è stato dedicato un ricordo molto importante a Shinzo Abe, che è stato una delle figure principali proprio nella fase di apertura, anche perché penso abbia supportato molto le iniziative di UPF negli anni precedenti. Tutti sono stati estremamente riconoscenti verso Shinzo Abe per il suo apporto, a prescindere dall’opinione politica che si potesse avere;  per l’impegno che ha avuto nelle attività internazionali, non soltanto per l’area dell’Estremo Oriente, ma in generale come impegno a livello di potenza, in qualche modo mondiale, nelle relazioni con gli altri paesi. Successivamente sono intervenuti diversi rappresentanti di Stato, di presidenti, Primi ministri, rappresentanti dell’Unione europea. Tra questi Barroso, ma non soltanto, sono venuti tantissimi presidenti, tra cui il presidente Trump, il vicepresidente Pence, il Segretario di Stato Pompeo, Stephen Harper del Canada, Joseph de Trani che è stato ambasciatore e inviato speciale per la Corea. Insomma, tantissime figure che in qualche modo hanno rappresentato il mondo da diverse prospettive. E credo che uno dei primi aspetti secondo me molto, molto interessanti, è stato proprio che nell’apertura iniziale si sono viste le prospettive diverse e i punti di vista differenti del mondo, seppure ci siano stati dei punti di convergenza, ad esempio sui temi attuali delle nuove sfide; quindi il tema dei giovani e il tema dei conflitti. Ad esempio la Corea è stata presa come esempio, ma si è parlato appunto di Ucraina, parlato di altri territori che in realtà hanno le medesime sfide da affrontare, le medesime complessità e che in qualche modo hanno bisogno di una soluzione comune. Quindi, laddove si dovesse trovare una soluzione per le Coree si potrebbe trovare una soluzione, anche se gli attori cambiano, in altri contesti mondiali. Si è parlato di un contesto di empowerment femminile, di una maggiore inclusione dei giovani e quindi un maggiore ascolto verso i giovani nel contesto internazionale. E si è parlato di libertà religiosa, non intesa soltanto un aspetto proprio della fede in sé, ma di come rappresentare delle culture, accettandone la diversità, quindi facendo della diversità un punto di forza e non un punto di conflittualità tra diverse popolazioni. Vi farò vedere poi qualche foto. Per chiudere sono stato nelle sessioni dei giorni successivi dove si sono tenute delle tavole di lavoro. Io ho partecipato a quelle dell’Africa in particolare, quindi dopo vi racconterò di più, magari su queste. Se ne sono tenute anche altre su, come dicevo, la religione e anche alcune su quelle che sono le complessità di rappresentanza, di condivisione delle informazioni nei contesti internazionali. A questo proposito ha parlato il rappresentante del Washington Times;  ha parlato della stampa come un contesto  estremamente complicato, perché in questo momento tutti fanno informazione con l’accesso ai social, con l’accesso a Internet in generale. E quindi c’è un problema di condivisione delle informazioni. Cioè come poter verificare quelle informazioni su quel territorio e su quel contesto o quella cultura per capire se sono affidabili e veritiere? E quali di queste informazione non vadano a creare un effetto a catena di legami che possano essere anche a discapito di quella che è un’informazione oggettiva? Secondo me è stato uno dei punti fondamentali , tra quelli interdisciplinari e intersettoriali di tutte le conferenze. Fondamentale se si pensa ad oggi al contesto politico che non fa soltanto campagna politica ma fa anche informazione su dei fatti. E quindi dov’è il limite tra politica e informazione? È un grosso punto di domanda e lo stesso si può dire sui conflitti. L’ammiraglio, che condivide un’informazione su un’operazione militare, fa informazione, fa divulgazione e rappresenta semplicemente l’aspetto militare dell’operazione oppure come fa l’ambasciatore e così via. Quindi sicuramente questo è stato, dal mio punto di vista, un intervento molto, molto interessante che dopo vado a vedere insieme ad altri interventi. Io condivido con voi tre interventi: uno dell’ex Segretario di Stato Pompeo, uno dell’ammiraglio Harris e uno dell’ex presidente del Niger Rafini che, secondo me, rappresentano un po’ quello che è al momento la visione. L’ammiraglio Harris in questo videomessaggio parla del contesto attuale parlando di Reagan. Secondo me è stato importante, perché è difficile che da rappresentanti di Stato americani, come lui è stato un ambasciatore, si parli della fine del sistema unipolare. Solitamente gli americani parlano sempre del fatto che loro sono la potenza principale e sul fatto che loro sono i leader indiscussi a livello mondiale che non hanno avversità. E comunque parliamo di un ex ambasciatore americano in Corea e parliamo di un ammiraglio che comunque conosce benissimo l’aspetto anche militare. Ha avuto delle esperienze a livello militare estremamente importanti per gli Stati Uniti. Quindi il fatto che un rappresentante statunitense dica in una conferenza pubblica che è finito il sistema unipolare e rievoca quello che è successo durante la presidenza Reagan, che comunque era un contesto sensibile. Il richiamo, in questo momento storico, a quel tipo di attività, nel momento in cui si parla di guerra mondiale, si parla dei conflitti, si parla di un’interazione del contesto internazionale estremamente complesso, è quanto meno singolare. Penso che non c’è più una visione come quella che era alla fine seconda guerra mondiale, cioè in un contesto estremamente delicato ma in qualche modo delineato. C’erano i vinti e i vincitori di quello che era un contesto. In questo momento non abbiamo né un vinto né un vincitore, ma abbiamo un contesto estremamente polarizzato, dove ci sono diverse visioni e questo richiama, nel contesto attuale, la visione ovviamente del ruolo della Cina, del ruolo della Russia, probabilmente in un contesto più settoriale, ma richiama anche quelle che possono essere delle potenze invece regionali, perché comunque hanno un’influenza nel contesto regionale estremamente importante. Immagino la Penisola arabica. Quindi penso alle potenze del Golfo, ma penso anche al Giappone o altre potenze economiche che stanno emergendo in questo contesto. Quindi sicuramente questa dichiarazione mi ha colpito molto per questo motivo. Dall’altra parte è intervenuto Mike Pompeo, che in qualche modo è stato il portavoce, il segretario di Stato della presidenza che ha effettivamente messo piede, anche se solo un piede, in Corea del Nord; e  lui cita cinque esempi, a livello di segretario di Stato proprio quindi in veste ufficiale, di quelle che secondo lui sono le sfide attuali. Anche in questo caso un rappresentante di Stato americano, da quella che era la presidenza Bush che diceva che la democrazia andava esportata, in qualche modo va a rappresentare la pace in un altro contesto. Cioè dice che i cinesi parlano di pace, ma poi sparano sul confine agli indiani.  In Afghanistan dice noi con gli accordi di Doha abbiamo lasciato liberi gli afghani di poter vivere. Effettivamente sì, in parte, anche se era lo stesso governo che poi ha realizzato  il muro tra Stati Uniti e Messico. Quindi c’è, secondo me, una dicotomia tra quello che è stato fatto e se il contesto che tu esporti di pace è di lasciar liberi di decidere al proprio governo quello che fa. E non bisogna parlare di pace se poi effettivamente si uccidono al confine degli indiani, come nel caso dei cinesi, o si va a utilizzare l’aspetto economico. L’aspetto economico di fatto rende subordinato uno Stato rispetto alla potenza cinese, quindi è solo un parlare di pace, ma di fatto diventi dipendente da me e quindi in qualche modo io instauro in te un obbligo di relazionarti a me, di accettare le mie condizioni. Quindi è un modo diverso, forse, di imporre una logica, un’idea o una condizione rispetto a usare delle armi. Sicuramente è cambiato il metodo, ma non è cambiato il  fine; il contesto però è lo stesso, quindi bisogna cercare di unire i punti di vista e capire esattamente cosa si intende. Primo cosa si intende per pace? Due cosa si intende per soluzione pacifica? Tre cosa s’intende per un’attività che lascia liberi gli altri? Perché un conto è accettare la cultura della diversità, un conto è dire sparate uccidetevi, ma io mi giro dall’altra parte, penso a me. Su questo ha fatto un po’ di chiarezza. Però già rispetto a Harris, che comunque rappresentava lo stesso stato, ha avuto una visione totalmente diversa. La cosa più interessante e particolare, ed è il motivo per il quale vi faccio vedere adesso direttamente l’ex premier del Niger, è che tutti hanno parlato dei massimi sistemi, delle varie interazioni abbastanza complesse tra gli Stati, quindi il contesto di pace, il contesto della sicurezza e dei sistemi multipolari o unipolari. L’unico però che ha parlato di giovani in questo contesto, in modo molto marcato, è stato la persona che rappresenta di fatto l’Africa. Africa che è un contesto di giovani  perché si parla della maggior parte della popolazione under 25, quindi obbligatoriamente in qualche modo loro sono influenzati. Però ne ha parlato, secondo me, in un modo estremamente vasto e in diversi contesti e in modo chiaro ha fatto capire che tutto quello che consegue la pace, la stabilità, lo sviluppo economico e lo sviluppo sociale parte dai giovani. Quindi se si entra in interazione con i giovani e si coinvolgono i giovani nel contesto internazionale, si ha poi un effetto a catena in questa dinamica. E secondo me lo ha fatto molto bene. Lui ha citato come esempi i problemi principali che noi abbiamo in Europa. Tutto secondo lui parte dai giovani, cioè nel momento in cui noi andiamo a investire sui giovani e andiamo a investire su un sistema che funziona, andiamo a investire su un sistema che dà speranze, andiamo a risolvere poi, con un effetto a catena, tutto quello che è conseguente a questo sistema, quindi l’emigrazione e la criminalità, il fatto che ci sia una migrazione continuativa interstatale, cioè in Africa e intra Africa. E quindi sostanzialmente abbiamo un contesto ovviamente molto più chiaro e facile da risolvere. Secondo me questo è stato l’intervento più lungimirante da una persona che ha rappresentato il Niger, quindi penso che fosse anche nel cuore di questi meccanismi, non soltanto a livello africano, ma nel contesto tra Africa, Europa e anche tra Africa e America del Sud. E quindi credo sia un sistema estremamente interessante che andrebbe valorizzato in qualche modo e che andrebbe compreso perché anche nei tavoli successivi, quindi nelle sessioni più specifiche legate all’Africa, legate ai giovani, che è proprio il sistema delle attività svolte in Corea, e l’approfondimento su questo, cioè come poter mettere in connessione i giovani con il contesto politico rappresentativo di leadership dei vari Paesi o come poter sviluppare un approccio da parte dei giovani che sia partecipativo in questi contesti o come dare loro delle speranze. E quando si è parlato di Africa, ovviamente, si diceva, i problemi sono tantissimi perché mancano, in alcune regioni e in alcune zone, gli elementi base. Manca un futuro, mancano dei fondi, manca una connessione. Spesso le potenze straniere che vengono a investire in Africa lo fanno per un’esigenza di proprio profitto e non di investimento su  quello che è il contesto africano, come è stato fatto ad esempio dalla Cina.  Con me a pranzo proprio parlando con alcuni abitanti dell’Africa mi dicevano che la Cina investe in Etiopia o in giro per l’Africa; abbiamo gli ospedali, abbiamo le ferrovie, abbiamo le metropolitane. Benissimo, ma poi se non abbiamo la gente che lavora per poterle utilizzare cosa ce ne facciamo? Qual è il ritorno? La Cina non fa lavorare soltanto i locali, ma fa lavorare i detenuti che manda in Africa per coprire il periodo di detenzione. Quindi è un investimento per la Cina stessa; per l’Africa soltanto in parte. Io non mi dilungo oltre perché ho dato una panoramica. Poi se ci sono delle domande potrò rispondere. Quello che pensavo di offrire come spunto di riflessione è che a mio avviso è stata un’esperienza unica. Non lo dico perché sono qui; è stata un’esperienza unica in generale perché penso  sia stata una delle poche conferenze che si tengono a livello mondiale, dove effettivamente c’è la possibilità di un’interazione a livello paritario tra i diversi Paesi, tra le diverse culture. E penso che sia uno degli elementi necessari se si vuol parlare di pace a livello globale, nel senso che la prima cosa è la conoscenza dell’altra cultura e dare la possibilità agli altri di conoscere la propria cultura. La seconda è che difficilmente c’è la possibilità di interazione per poter rappresentare così in sequenza quelli che sono i diversi punti di vista. Perché, ad esempio, l’apertura iniziale che ha visto la partecipazione di Trump, di Pompeo, di presidenti dell’Africa e quant’altro ha fatto proprio vedere la differenza delle prospettive mondiali. Ci sono paesi che sono magari potenze regionali e che a loro, in qualche modo, tocca si l’Ucraina, per fare un esempio, o la Corea ma non hanno un impatto effettivo in quella che è la loro stabilità, o almeno non direttamente. E quindi per loro l’importanza di quei contesti è inferiore rispetto ad altri; ma questo non vuol dire che loro non abbiano esigenze uguali nei propri territori. Quindi penso che sia emerso il fatto di quanto noi, dalla nostra parte come occidentali, andiamo ad etichettare delle priorità che probabilmente sono per noi le priorità a livello mondiale, ma non lo sono per gli altri e questo secondo me è uno degli elementi principali. Per ultimo vorrei evidenziare una dichiarazione fatta da Mike Pompeo quando parla della libertà religiosa che secondo me è anche molto attuale. Afferma che la libertà religiosa è un elemento chiave per la sicurezza. Secondo me è una riflessione molto importante perché, come dicevo prima, è una rappresentazione di quello che è il contesto culturale delle diversità e in qualche modo richiama ai giorni nostri l’Iran. Capire quindi esattamente cosa si intende per libertà religiosa, anche noi l’abbiamo e ce l’ha anche la Spagna, che è uno Stato cattolico e comunque sono ammesse altre religioni. Il consentire una libertà religiosa può essere uno dei passi da fare per far sì che ci sia una comprensione reciproca da parte delle persone. Quindi penso che possa essere uno dei punti essenziali su un tavolo di dialogo prima ancora di parlare di diritti umani, cioè il farsi conoscere, come dicevo prima, e conoscere l’altra cultura. Condivido giusto qualche foto così vedete alcune delle l’attività svolte. Queste che vedete sono le risoluzioni che condivido. Durante il summit sono stati prodotti tre documenti; una risoluzione per la Carta universale della pace, una risoluzione per istituire un comitato consultivo tra una rappresentanza di UPF e l’Africa, in collaborazione, come dicevo, con l’Unione Africana e per promuovere la cooperazione interreligiosa. E poi una dichiarazione sul valore universale della libertà religiosa, tutela di questo diritto per tutte le persone. E poi, infine, è stato firmato un protocollo di intesa che ha visto proprio la partecipazione di Rafini che è rappresentante della Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara attualmente in carica con UPF, con una realtà di giovani per la pace e con la IEF fondazione internazionale  per l’educazione, che è sempre collegata a UPF e questa è una delle attività della cerimonia d’apertura. Questa, appunto, era la sala. Questa una delle sessioni dell’Africa e, come vedete, la rappresentanza dell’Africa era estremamente importante. Tra l’altro c’erano paesi che per noi sono insignificanti, sono mete di turismo come la rappresentante di Capoverde, per fare un esempio, che in realtà, come ho avuto modo di dire a Carlo, a Giorgio e a Gabriella, è stata estremamente partecipativa e ha dato un punto di vista su Capoverde che è totalmente diverso; c’è anche il rapporto e la sinergia con il Senegal sull’importanza dei rapporti sui contributi che Capoverde dà anche all’Unione Africana non tanto economici, ma quanto di idee, di attività che si possono fare, di implementazione. Questa è sempre l’apertura, qui l’onorevole Rafini. Gli eventi che si svolgevano nell’attività nelle varie sale di questo hotel gigantesco in Corea. Qui vedete la signora Moon. Questo è una rappresentanza dell’Africa. Volevo farvi vedere alcune ultime foto che sono queste. Qui l’attività legata proprio alla Corea, alla Cina e al Giappone. Quindi tutto quello che è il contesto del Pacifico;  in questa sede si parlava non soltanto dell’aspetto di conflitto; si parlava di tutto un sistema di relazioni, di formazione universitaria, di infrastrutture da costruire, di legami che ci possono essere, di informazione. Quindi non ci si limitava al conflitto in sé, ma si apriva, diciamo, alle prospettive di interdisciplinarietà su quelli che erano i vari contesti. Non mi dilungo oltre e vi ringrazio.

Zoom

CARLO ZONATO – Ti ringraziamo molto Michele per il tuo ampio ed esauriente racconto e per le tue riflessioni. Io personalmente ero collegato come buona parte di noi online anche se non siamo stati in grado di collegarci su tutte le sessioni, ma per una buona parte si. L’aiuto della tecnologia in questi casi è estremamente utile. Dico questo ricordando l’esperienza del summit del 2000. Qui con noi c’è anche Antonio Stango che era parte della delegazione italiana e che è ormai un veterano date le sue molteplici partecipazioni a questi incontri internazionali.  L’esperienza nel 2020 era tutta in presenza e c’era una moltitudine incredibile. Però in realtà non era semplice seguire tutto, perché le sessioni che coprivano tutte le varie discipline e progetti di UPF, erano in contemporanea, quindi si sovrapponevano.

MICHELE PAVAN – Devo dire che con il mio compagno di stanza, che era portoghese, ci siamo divisi perché io seguivo l’Africa e lui seguiva la parte dei giovani; poi ci aggiornavamo perché era, diciamo, una scelta combattuta; cosa seguire in una o l’altra sessione e quindi in qualche modo ci siamo divisi le varie sessioni. In realtà c’erano dei punti, diciamo dei fili conduttori che portavano al soggetto della trattazione. Poi in realtà un approccio al tema dal punto di vista dell’Africa, l’altro dal punto di vista dei giovani in generale. Ma poi il filo conduttore era sempre come arrivare in un contesto di pace, di non conflitto.

FRANCO RAVAGLIOLI – Nel 2020 i delegati erano quasi 6000 di presenza. Quindi chiaramente era una cosa incredibile. Quello che stai dicendo tu si è verificato un po’ anche nel contesto del 2020, perché c’erano diverse sessioni in contemporanea per cui ti toccava scegliere. Magari eri interessato ad alcune o addirittura altre, ma non potevi partecipare contemporaneamente. Il Summit ha avuto un impatto notevole come numero, come presenza, come partecipazione. Allo stesso tempo, magari, è mancata un po’ questa libertà di poter interagire, perché troppe cose si accavallano.

MICHELE PAVAN – In realtà sulla capacità di interazione poi ci sono stati comunque tutti i vari momenti del pranzo, della cena e del post cena, comunque poi si era liberi. Anzi c’erano magari anche dei momenti dove ci si poteva anche conoscere, confrontarsi nella condivisione dei propri punti di vista e delle opinioni. E penso che sia avvenuta anche lì. Chiaramente eravamo  meno di 6000 quindi c’era anche più modo di incrociarsi.  Banalmente, quando ci si incontrava per prendere al buffet le varie pietanze c’era modo di chiedersi ma tu da dove vieni? Tu cosa fai? E quindi c’era poi l’interazione.

GIORGIO GASPERONI – Volevo evidenziare quello che ho trovato interessante nell’ascolto di Michele. Anch’io ho seguito online, però molto oltre gli orari e non era così facile cogliere quegli aspetti che invece tu hai espresso. Mi è piaciuto perché non ero riuscito a cogliere tanti aspetti che invece tu hai spiegati e spiegato anche bene. Quindi l’ho trovato interessante.

GABRIELLA MIELI – La differenza tra questo Summit e quello del 2020 è che comunque eravate tutti, in linea di massima, nello stesso albergo. Per il numero di presenze di due anni fa eravamo divisi per continenti; un albergo per ogni continente, quindi tutt’al più ti potevi relazionare nel caso nostro, con gli europei. Cosa che va comunque bene, ma ovviamente con i limiti del caso. Se magari volevi interagire con un esponente americano, africano ecc. allora era un po’ più difficile. Anche se allora eravamo tutti al KINTEX per quel che riguardava la parte di conferenza e quindi lì sì che eravamo più o meno tutti insieme, eccetto i capi di Stato, nella stessa sala, poi a pranzo o a cena.

MICHELE PAVAN – Ma io so questo e ora vi faccio un po’ ridere. Vivendo in questo hotel tanti aspetti delle varie culture si vedono di più. Il cibo che si prende ad esempio al pasto o che si scarta, e l’usanza di come si mangia, come si interagisce con l’altra persona. Banalmente vi racconto l’episodio appena arrivati dopo il viaggio di 12 ore dall’aereo, voglia di andare in hotel, cambiarsi, ecc. Eravamo in coda per fare la reception. C’erano alcuni dalla parte africana ma non mi ricordo di che paese fossero. Eravamo lì con il mio compagno di stanza perché stavamo parlando e loro arrivano dopo di noi dicendo ma noi siamo dell’Africa, siamo giovani, siamo donne e passiamo davanti a tutti; iniziavano a sorpassare tutti noi per arrivare prima alla stanza. Allora io dicevo: ma guarda che in generale bisogna fare la fila. E lei:  no, no, ma io sono tranquilla. Da me si usa  fare così. Abbiamo Iniziato a prenderla in giro. E comunque lei diceva no, ma da noi non si fa così. C’è la gente davanti ad un posto e il primo che arriva arriva, non importa, ma nessuno si arrabbia. È così. Chi è più furbo va avanti. E già tutto questo è la rappresentanza di come la stessa cosa, lo stesso gesto, lo viviamo in modi totalmente diversi. E c’erano alcuni che se la prendevano perché lei faceva così. Noi ci siamo messi a ridere con alcuni miei compagni di stanza. Siamo qua in dieci, se arrivi prima o dopo la stanza è sempre la stessa, mica ti cambia qualcosa. Come questo tantissimi altri episodi; dal fatto di voler prendere prima il pullman per la trasferta. E naturalmente come ci si veste, come ci si cambia magari per andare a cena, a pranzare. Alcuni si cambiavano, altri no. Alcuni scendevano in ciabatte con le loro ciabatte tipiche, altri che si cambiavano soltanto per le conferenze con i loro abiti tipici delle loro usanze. Si scopre un mondo ed è come vivere con loro e secondo me il valore aggiunto di questo tipo di esperienze è questo, perché hai modo di comprendere la loro mentalità e la loro cultura, cosa che nella conferenza uno arriva a fare l’intervento e se ne va;  magari ti colpisce quello che è più bravo nell’oratoria, ma non vedi queste sfumature che invece sono la parte essenziale più importante, se uno vuole lavorare poi veramente per fare qualcosa di utile a livello globale.

CARLO ZONATO – Nel nostro ultimo incontro di fine settembre c’è stata la relazione sulla diplomazia culturale e mi sembra ci siano, dal tuo racconto, molti elementi che si collegano in qualche modo alla diplomazia culturale; soprattutto parlando dell’Africa e parlando anche del clima e dello spirito che si respira in questi momenti di incontri internazionali. Una accoglienza aperta verso le persone in quanto tali, con le loro differenze, con le loro diverse percezioni, modalità, comportamenti; una sorta di diplomazia culturale applicata alla circostanza. Antonio forse lo può confermare.

ANTONIO STANGO – Questo l’ho notato in tutti gli eventi di UPF ai quali ho partecipato in diversi continenti; in Corea del Sud, ma anche quando abbiamo avuto eventi altrove. Ed effettivamente con uno spirito di mutua comprensione, di simpatia e di accettazione dell’altro, che credo sia uno dei pilastri dell’UPF. Ci possono essere tante ragioni di non essere d’accordo su un punto, su un altro. Ma questo spirito c’è e l’ho sempre notato. Poi, giustamente, se  tutti avessero un’unica idea, non ci sarebbe bisogno di stare lì in 6000 o più perché basterebbe una persona che proclama qualcosa. Però c’è un’interazione sempre positiva ed è stata un’ottima esperienza da tutti i punti di vista.

CARLO ZONATO – Ricordando la trattazione di Marco Lombardi sulla diplomazia culturale nel nostro ultimo incontro mi sono reso conto che, senza aver approfondito da un punto di vista strutturale o metodologico la diplomazia culturale e di come si è evoluta nel tempo, noi nell’ambito degli incontri sia nazionali che internazionali di UPF adottiamo in qualche modo lo stesso spirito, analoghe modalità di ascolto o di empatia. Questo perché cerchiamo quasi per vocazione di aprire ponti di collegamento, ovvero di superamento di conflittualità; proprio in vista di creare cultura di pace.  Inoltre se non entriamo con un approccio di empatia e di comprensione di quelle che sono le diversità di culture o tradizioni diverse diventa difficile creare dialogo e cooperazione concreta. Sono modalità essenziali per costruire coesione e pace.

MICHELE PAVAN – Tra l’altro i primi cenni di diplomazia culturale, se non si va proprio  indietro nella storia, risalgono all’Impero romano. Quando noi eravamo in Corea al Summit con i canadesi o con gli americani, che erano in realtà di origine italiana causa i loro genitori, si parlava proprio di questo; nel senso che non dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo ma di riscoprire quello che è già stato fatto nel passato. Togliere gli effetti negativi di quello che è stato fatto e utilizzarlo in maniera propositiva e positiva facendo emergere i vantaggi. Sia con loro che anche con il mio compagno di stanza che è uno studioso e quindi faceva ricerca anche sui testi in Vaticano, si conveniva che in tutti i testi che andiamo a leggere, tra le righe, effettivamente il messaggio è diplomazia culturale. Cioè noi non ti imponiamo qualcosa, ti diamo dei regolamenti che sono per il quieto vivere. Poi tu rispetti il tuo dialetto, la tua lingua e il tuo sistema e noi lo accettiamo così com’è e andiamo avanti perché è mio interesse che tu sia a posto, che tu abbia un’interazione con me e non vada da altri. E tra l’altro questo dà un beneficio a te perché tu non mi causi più problemi. Lui parlava ad esempio come anche nella Bibbia o in altri testi religiosi questo è uno dei messaggi che passa, sostanzialmente per conoscere e farsi conoscere.

GIORGIO GASPERONI – Comunque ti volevo chiedere Michele in linea generale nelle persone che erano lì, anche se ci sono opinioni diverse sui temi più fondamentali del vivere a livello mondiale, c’è comunque un desiderio di comunicare, di dialogare e di capirsi?

MICHELE PAVAN – Assolutamente sì. E c’è una cosa che mi ha stupito è vedere gli Stati Uniti in presenza così massiccia in un evento di questo tipo. Solitamente gli Stati Uniti, almeno per come ho vissuto io le relazioni internazionali e per come è stato il mio background, hanno sempre avuto un approccio nel dire “noi facciamo questo e voi vi uniformate”. Invece secondo me, in un contesto storico come quello attuale, dove loro  cercano di dimostrare la loro forza e la loro importanza internazionale, sono però anche consci della loro debolezza su quello che è il sistema culturale;  non a caso sta partendo da loro questo meccanismo, questa necessità della diplomazia culturale che loro non la chiamano così, la chiamano necessità di conoscere e dare libertà. Ma se leggiamo tra le righe il loro messaggio effettivamente è la diplomazia culturale. Quindi stanno tornando sui loro passi. Se vediamo anche in Africa hanno cambiato  il meccanismo di intervento; non fanno come in Medio Oriente dove hanno mandato delle truppe dicendo vi paghiamo e facciamo noi. Invece dicono che se voi avete bisogno venite pure da noi e noi ci siamo. Altrimenti noi guardiamo e in qualche modo vi diamo un minimo di supporto. È totalmente diverso nella politica e se lo mettiamo tutto a sistema è quello che noi chiamano diplomazia culturale.

CARLO ZONATO – A me è capitato spesso di sentire il termine soft power; mi pare che loro lo declinano in questo modo, però in sintesi  il concetto è lo stesso. Molto bene! Ringraziamo molto Michele Pavan per questo suo racconto, per queste sue esperienze e riflessioni. Per quanto ci riguarda ascoltare questo tipo di report e queste percezioni da parte di chi non è direttamente parte del nostro ambito operativo è comunque un conforto e costituisce un incoraggiamento a proseguire su questa strada. E comunque sempre pronti e nella disponibilità di ricevere suggerimenti e indicazioni per migliorare. Con questo un cordiale saluto ed un arrivederci al nostro prossimo incontro.