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Franco Ravaglioli – Care amiche e cari amici buon pomeriggio! Grazie per essere ritornati insieme per questo ulteriore incontro. Oggi siamo giunti al nostro terzo incontro su tematiche specifiche. Ma prima di dare la parola al nostro relatore e amico professor Giovanni Lodigiani, abbiamo qualche annuncio da fare. Già ho detto che il professor Matteo Napolitano si scusa e vi saluta tutti. Qualche giorno fa abbiamo inviato la relazione del nostro ultimo incontro tenuto dal professor Riccardo Burigana e tradotta in lingua inglese alla UPF Europa e Medio Oriente e alla UPF International. Ci auguriamo che venga menzionata come è successo per il nostro primo incontro che abbiamo avuto con il professor Marino D’Amore. A tal proposito volevo farvi vedere brevemente la pubblicazione sul sito dell’UPF International.

Questa è la pagina di UPF International e qui è stato riportato il nostro evento think tank con la foto del professor D’Amore e con una breve spiegazione del contenuto di questo evento. Abbiamo fatto la stessa cosa per la esposizione tenuta dal professore Burigana. Relativamente al contenuto abbiamo suggerito di indicare che coloro che fossero interessati al testo completo possono scrivere all’indirizzo e-mail segreteria@italia.upf.org e noi provvederemo a mandare il testo integrale dell’intervento del relatore. Da ora in poi faremo così.
Ancora una cosa; oggi abbiamo il piacere di avere con noi la dottoressa Maria Barbarisi, Mary per gli amici. Abbiamo avuto il piacere di conoscere la dottoressa Barbarisi grazie a Maria Pia Turiello che le ha presentato il nostro progetto UPF Italian think tank, al quale Mery ha aderito con molto entusiasmo. Avremo modo di conoscere più avanti, in modo più dettagliato, le sue competenze e qualifiche. Dico solo, in questo contesto, che lei è psicologa forense, criminologa, ambasciatrice di pace del World Organization of Ambassador of European Union e senatore accademico della Fondazione Internazionale Papa Clemente Undicesimo. Benvenuta tra noi Mary e speriamo altri vostri amici possano avere il desiderio di partecipare a questo nostro progetto tutto italico. Passo la parola a questo punto al nostro presidente Carlo Zonato, grazie.

Carlo Zonato – Bene grazie molte Franco per questa introduzione. Anch’io spendo qualche informazione sintetica prima di passare la parola al professor Giovanni Lodigiani. Volevo darvi un breve ragguaglio perché, nonostante il mese di agosto, in Corea si è tenuto un evento speciale. UPF ha infatti organizzato un Summit Mondiale per la Pace, che si è svolto dall’11 al 15 di Agosto. Abbiamo avuto l’opportunità di avere due rappresentanti italiani; uno di questi è Michele Pavan che è parte del nostro think tank. Avevamo chiesto a lui se poteva spendere qualche breve minuto per darci la sua esperienza. Purtroppo oggi si trova in Svizzera per un altro impegno. Magari sarà per la prossima occasione. Vi dò io giusto una sintesi. Hanno partecipato oltre 350 leader mondiali appartenenti alle 157 nazioni che intrattengono relazioni diplomatiche sia con la Corea del Sud e del Nord.. Molti hanno partecipato in presenza, ma alcuni hanno partecipato online in questo che è stato il secondo summit 2022. Come in ogni summit, è stata organizzata la Conferenza Internazionale della Leadership (ILC) strutturata in diverse sessioni. Il tema centrale “Verso la pace nella penisola coreana e per una cultura mondiale di pace”. In questa circostanza ricorreva il 10.º anniversario della scomparsa del dottor Sam Myung Moon che insieme alla moglie Dssa Hak Ja Han Moon sono cofondatori di UPF. I coniugi Moon, per chi non lo sa, sono entrambi originari di quella che è oggi la Corea del Nord. Diverse sono state le sessioni che hanno caratterizzato il summit. Particolare rilevanza ha avuto la sessione sulla protezione della libertà di religione nel mondo, ma anche molto significativa è stata la sessione dedicata all’Africa e alle iniziative di pace che proprio in Africa sono state intraprese come la formazione dei giovani e la cooperazione interreligiosa. Oltre 100 gli illustri relatori che hanno partecipato, sia in presenza che tramite videomessaggi e che hanno arricchito i lavori del summit. Alcune risoluzioni molto significative sono state firmate da tutti i presenti: la “Carta Universale della Pace”, la risoluzione per istituire un comitato consultivo dell’Associazione Interreligiosa per la pace e lo Sviluppo in Africa, in collaborazione con l’Unione Africana per promuovere la cooperazione interreligiosa. Ed ancora la “dichiarazione sul valore universale della libertà religiosa” a tutela di questo diritto davvero per tutti i popoli. Inoltre è stato firmato un protocollo d’intesa tra la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara con UPF, la International Association of Youth Students for Peace e la SUNHAK Educational Foundation con l’intento di promuovere la formazione professionale e l’educazione del carattere dei giovani africani. Queste risoluzioni le abbiamo tradotte e le invieremo con la prossima UPF NEWS; le potrete ricevere e leggere con calma. Come vi dicevo il 14 agosto si è tenuta al Global Art Center, appena fuori Seul, alla presenza di più di 30.000 partecipanti, la commemorazione del 10º anniversario della scomparsa del dottor Sun Myung Moon che è stato definito, proprio in questa occasione, un pioniere della pace e della riunificazione ricordando il suo incontro diretto con Kim Il sung nel 1991. E termino qui. Vi voglio presentare ora il professor Giovanni Lodigiani che ringrazio di cuore per aver accolto questo nostro invito. Il professor Lodigiani è docente di Giustizia riparativa e mediazione penale presso l’Università degli Studi dell’Insubria a Como. Quindi, senza esitazioni, lascio la parola a Giovanni Lodigiani.

Prof Giovanni Lodigiani – Grazie a voi per l’invito. Il tramite di questo momento è stata Katia Trinca Colonel, la quale si è formata da noi con il corso di formazione alla giustizia riparativa e la mediazione umanistica, un corso di specializzazione superiore, dopo aver frequentato, nello specifico, il corso accademico di giustizia riparativa dell’azione penale che è di 50 ore. Lei ha fatto il corso per diventare mediatrice come mediatrice penale in particolare. La mediazione per noi dell’Università degli Studi dell’Insubria ha come retroterra antropologico, come referente antropologico, il referente della persona. Dico questo perché ci sono diverse modalità di mediazione, dalla “alternative spot resolution” per quanto riguarda gli aspetti civili e altre modalità di risoluzione che vertono piuttosto che sulla ricostruzione delle persone e sulla ricostruzione dei legami personali, vertono più sullo scambio di materialità in materie economiche, immateriali e finanziarie. La giustizia riparativa, così come la approcciamo noi, è una giustizia che cura, è una giustizia che ha, nelle sue intenzioni di fondo, quella di riportare l’armonia e quindi la pace, riferendosi anche al Salmo 84, visto che siamo in un contesto spirituale, religioso e di ricerca di consapevolezza di quella che possiamo tranquillamente definire la fratellanza universale. Mentre ascoltavo il presidente mi veniva in mente proprio la “Dignitatis Humane”, Il Decreto del Vaticano II sulla libertà religiosa, che è il profilo fondamentale della libertà da tenere. Veniamo a noi. Sarà una presentazione estremamente sintetica. Quando inizio con gli studenti questo momento, e quindi lo dico anche voi, parlo di lezione zero. Se volete, per utilizzare un linguaggio che viene utilizzato nei contesti delle secondarie di secondo grado, oggi sono i cosiddetti pre-requisiti, ovvero ciò su cui è necessario essere consapevoli, per poter poi approcciare in modo adeguato la conoscenza di questo aspetto della materia che riguarda l’umano in quanto umano. Inizio la condivisione e ditemi se funziona il tutto.
Ho cercato e son contento che l’ho indovinato, Il logo vostro di “Universal Peace Federation, a Global Network of Peace Builders”. E dopo che ci siamo sentiti con Carlo e Franco, ho intitolato “La giustizia riparativa, una giustizia dell’incontro per i conflitti sociali”. Siamo soliti, dico siamo con riferimento alla mia collega Grazia Mannozzi che è come se fosse con me perché siamo un corpo solo, un’anima sola. Lo può testimoniare anche Katia, perché ci ha visti co-docenti del Corso. Noi teniamo il corso in co-docenza, cioè siamo in due a fare il Corso. Gli studenti immediatamente si stupiscono di questo fatto. Poi quando entrano nelle dinamiche, si sciolgono completamente. Entrano giustizialisti ed escono pacifisti, come si diceva una volta: si nasce incendiari e si muore pompieri. Ai nostri studenti, tenete conto che insegniamo nella zona di Como e di Varese e quindi con una connotazione partitica di un certo tipo, è significativo operare certi discorsi proprio per far comprendere come coloro che abbiamo di fronte appartengono alla nostra medesima umanità. Per creare contesto e clima adeguato abbiamo scelto questa poesia di Wislawa Szymborska, polacca e Nobel per la pace, che penso conosciate e si intitola “Disattenzione”. La potete trovare nella raccolta “La gioia di scrivere poesie dal 45 al 2009” edito da Adelphi. La leggo perché significativo questo momento per entrare nel clima, per entrare nel film adeguato, per cogliere che cos’è la giustizia e quale sia la consistenza della qualifica di “riparativa” associato all’esercizio della giustizia. “Ieri mi sono comportata male nel cosmo, ho passato tutto il giorno senza fare domande, senza stupirmi di niente. Ho svolto attività quotidiane come se ciò fosse tutto il dovuto. Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze, ma senza un pensiero che andasse più in là dell’uscire di casa e del tornarmene a casa. Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle e io l’ho preso solo per uso ordinario. Nessun come e perché. E da dove è saltato fuori uno così e a che gli servono tanti dettagli in movimento. Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro (e qui un paragone mi è mancato). Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti perfino nell’ambito ristretto di un batter d’occhio. Su un tavolo più giovane da una mano un giorno più giovane il pane di ieri era tagliato diversamente. Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai, poiché dopotutto cadeva con gocce diverse. La terra girava intorno al proprio asse, ma già in uno spazio lasciato per sempre. È durato 24 ore buone. 1440 minuti di occasioni, 86.400 secondi in visione. Il savoir-vivre cosmico, benché taccia sul nostro conto, tuttavia esige qualcosa da noi: un pò di attenzione, qualche frase di Pascal e una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote”… Perché parliamo di giustizia. Di che cosa si tratta? Cos’è la giustizia? Qual è l’essenza della giustizia? Potremmo fare un corso su questo. Dobbiamo necessariamente essere sintetici. L’indagine ad ampio spettro si può riassumere in due elementi essenziali che la storia ha consegnato a noi; due campi d’indagine. Uno è quello relativo alla storia, storiografia e storia del pensiero, storia della cultura. L’altro Invece quello del vivere quotidiano. Questi due aspetti si incrociano, cioè la giustizia come artefatto culturale che determina un modo di vivere in una determinata società, attorno a valori condivisi; poi, soprattutto per quanto riguarda noi, la giustizia nella quotidianità che essendo una dinamica relazionale implica il riconoscimento dell’altro. Nella dimensione del profilo della giustizia riparativa concepita in ambito umanistico e quindi che ha come referente antropologico la persona, il riconoscimento dell’altro è fondamentale. Tutti noi, se dovessimo definire la giustizia, troveremmo delle parole che non presenterebbero in modo esaustivo il concetto. Tuttavia facciamo esperienza comune dell’ingiustizia o di diverse ingiustizie che abbiamo subìto a titolo personale. Questo sta a significare che l’esigenza della giustizia è un bisogno fondamentale della collettività, è qualcosa di innato. La storia ci insegna che appunto occorre individuare un profilo essenziale dal punto di vista etico, cioè del comportamento buono e corretto. Un minimo comun denominatore che spieghi proprio come si sta insieme. Questo stare insieme ha come nucleo fondamentale la centralità della dignità della persona e lo sviluppo della persona stessa. Il problema sotto il profilo penale è indicato in quella domanda che troviamo lì: “E’ violata la norma perché ho fatto del male, oppure proprio perché ho fatto del male, ho violato la norma? Ovvero, viene prima la norma o viene prima il male? In qualsiasi caso protagonista negativo è il male che è stato fatto. La giustizia riparativa pone l’attenzione, come considerazione del reato, non semplicemente enunciandolo come una violazione di una norma astratta. Prendete la norma sull’omicidio. Chiunque lede la persona sino ad arrivare alla soppressione fisica di essa, eccetera eccetera, è punito con la reclusione di un certo numero di anni. Il reato, nella sua consistenza essenziale non è semplicemente la violazione di una norma astratta, perché l’astrattezza è una delle caratteristiche fondamentali della norma, bensì è la violazione di persone e di relazioni. La giustizia riparativa va a considerare questo aspetto, ovvero potremmo dire la complementarità della definizione di un reato. Tutti i giorni, chi più chi meno, ci imbattiamo senza accorgercene in quella che possiamo considerare una domanda inganno. E la domanda inganno è raffigurata da Pinocchio. Quando diciamo che ho fatto una certa cosa. Ma che male c’è? Ora la domanda vera, per crescere in umanità e per crescere in dignità, è: “Dov’è il bene?” Perché nel procedere con la domanda inganno, ovvero “che male c’è?”, noi abbiamo anche una distorsione della concezione del bene pubblico. Occorre porsi la domanda adeguata, la domanda vera, nelle diverse situazioni, ovvero “dov’è il bene?”, potremmo aggiungere: “Dov’è il bene possibile in quell’istante?” Questo permette effettivamente di considerare ogni dimensione, ogni profilo di bene pubblico, come il privato di tutti. Non mi dilungo su esempi perché penso che abbiate intuito di che cosa stiamo parlando.
Venendo a noi, perché parliamo di giustizia riparativa? Fondamentalmente per due ragioni. Per ragioni giuridico culturali, proprio perché abbiamo visto il fallimento di un determinato diritto penale, il fallimento sotto diversi profili; prendete come epigono dei problemi, il sovraffollamento carcerario. In secondo luogo perché ce lo chiede l’Europa. L’Europa, già dal 2012, ha emanato delle normative sovranazionali chiedendo agli Stati membri di aderire. l’Italia ha accolto le norme sovranazionali della giustizia riparativa nel settembre 2021, un anno fa circa. Sono stati istituiti delle commissioni di lavoro che hanno prodotto i loro testi normativi che ora sono all’esame delle commissioni parlamentari. Tra gli altri hanno lavorato due docenti dell’Insubria: la mia collega Grazia Menozzi e Stefano Marcolini, un processuale penalista. I lavori sono nelle commissioni parlamentari, ma la situazione politica attuale in Italia lo conosciamo tutti e non ci dilunghiamo. Le ragioni culturali e giuridiche sono un circolo ermeneutico tra la tutela dei diritti umani e la verità della giustizia; la giustizia vera nella misura in cui accoglie e ripara. Perché? Perché quando noi parliamo di conflitto, come ci ricorda Zeev Winstock dell’Università di Haifa (Israele), è solo la punta dell’iceberg di complessi processi cognitivi, affettivi, motivazionali e identitari profondi. Penso vi ritorni alla mente il fatto che ricordavo all’inizio circa la significatività del mettere al centro la persona, perché la persona non è solo cuore o ragione o spirito o materia. La persona è il complesso di tutta quella dimensione processionale di conoscenza, affettività, emotività, motivazioni, identità. Il conflitto è la punta dell’iceberg di tutti questi processi che in qualche modo hanno prodotto delle situazioni purtroppo anomale . Accennavo prima alla direttiva del 2012 che fa riferimento a ciò che abbiamo detto in esordio, ovvero che il reato non è semplicemente la violazione di una norma, bensì è la violazione di diritti individuali di persone le quali, subendo quella determinata azione negativa, sono delle vittime. Perché mediare un conflitto avente rilevanza penale e perché più in generale, mediare dopo un conflitto? Perché è importante l’azione di mediazione dopo che c’è stato un conflitto? Allora dire giustizia riparativa significa offrire un paradigma che sia capace di affrontare i conflitti che sono scaturiti da azioni illecite, coinvolgendo tre soggetti. La vittima cioè colui che ha subito; il reo cioè colui che ha agito male e la comunità civile. Attenzione che la comunità civile siamo noi, comunità civile non è un ente astratto, è la nostra partecipazione. Quindi cosa c’è all’origine della giustizia riparativa? C’è una comprensione complementare del reato rispetto al diritto positivo, non semplicemente una violazione astratta di una norma, ma una violazione dei diritti individuali delle persone.
Zehr, padre della giustizia riparativa, parla di cambiamento delle lenti, cambiamento dello sguardo sul reato. E così abbiamo visto la direttiva nel cenno che abbiamo fatto immediatamente prima. Allora che cosa è violato essenzialmente quando si commette un reato? Viene violata la dignità delle persone, perché il reato è un’azione che ha una connotazione immediatamente penale. Come ci ricorda la Costituzione italiana, la responsabilità penale è personale. La Giustizia Riparativa, e riprendo la definizione della direttiva del 2012, è qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, ovvero di mettersi in gioco, se vi acconsentono liberamente, in una comprensione dell’esercizio della libertà positivo. Non secondo una concezione dei nostri cari avi latini che distinguevano libertas maior e libertas minor dove volgarmente possiamo dire Libertas Minor è una concezione di libertà riducibile all’affermazione “faccio quello che voglio”. Rispetto invece alla Libertas Maior secondo la quale ho constatato che sono libero quindi impegno positivamente la mia libertà per la risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale denominato appunto mediatore o facilitatore o terzo imparziale. Nel 2018 la raccomandazione numero 8 del Comitato dei ministri degli Stati membri sulla giustizia riparativa ha ulteriormente ridefinito il reo e la vittima e ha modificato i termini per evitare una cristallizzazione dei ruoli. Parla di persone che subiscono un pregiudizio a seguito del reato e persone responsabili di tale pregiudizio. Quindi il soggetto che ha subito che è più di vittima, il soggetto agente che è più di reo e la comunità positivamente relazionata. Quindi c’è un aspetto che si rifà in modo ancora più ampio alla persona stessa. Allora che cosa vuol dire che l’elemento primario è la dignità della persona? Vuol dire che il carattere conflittuale assunto dalle relazioni tra individui e comunità di appartenenza è prioritario. La ricostruzione del legame sociale è prioritario rispetto alla violazione della norma astratta. O meglio, rispetto la violazione della norma considerata nella sua astrattezza. La connotazione del reato, quindi, supera la mera qualificazione penale perché entra nella definizione antropologica e sociale che sottostà a tutto. Io posso viaggiare solo con il diritto penale. Però cosa faccio? Di fatto disgrego la società. Allora cosa si propone la giustizia riparativa? La riparazione del danno, la riconciliazione fra le parti e il rafforzamento del senso di sicurezza collettiva. Si tratta di un nuovo concetto di giustizia. Se nel modello attuale previsto dal Codice di diritto penale il modello retributivo, cioè al male, rispondo con un altro male raddoppiando il male che hai fatto tu; rispondo con il male della prigione. Il concetto di giustizia riparativa gode di una definizione a priori. Hai fatto il male. Ti punisco con un male. O meglio, cerco la tua riabilitazione, perché per la nostra Costituzione il concetto di pena è comunque un concetto medicinale. Tuttavia il mezzo per soddisfare quello che dovrebbe essere la possibilità di recupero del reo, di fatto deve passare attraverso un male. E questo è logicamente improponibile. Ora. La giustizia riparativa, guarda al futuro, guarda all’impegno della libertà del reo. Vi accenno un dato; chi commette un reato viene sentenziato ed entra in carcere. A fine pena il tasso di recidiva, ovvero il tasso che riguarda la possibile ripetizione del reato che è stato commesso in precedenza e per il quale è stato condannato scontando già la pena, è del 68%. Ovvero quasi sette persone su dieci che commettono un reato, quando escono dal carcere lo ripetono.
Chi, in fase di esecuzione della pena, compie percorsi di giustizia riparativa, ha una recidiva pari al 18%. Ovvero per chi entra in dinamiche di giustizia riparativa mentre è in esecuzione della pena, solo 2 su10 andranno a ripetere il reato. Quindi non è il rispetto della regola di una procedura formale a fare giustizia, ma è l’accesso a un’esperienza che permette di vedere l’altra persona con occhi diversi. Parlando con alcuni autori di reati diversi, quando narrano le loro esperienze, parlano proprio di aver oggettivizzato coloro che avevano di fronte. Perché se si fossero resi conto chiaramente che si trovavano di fronte a una persona, non avrebbero ucciso. Allora la giustizia riparativa abbandona la legge? Nel modo più assoluto no! La giustizia riparativa non abbandona il diritto penale, ma nel diritto penale propone di mettere l’accento sul precetto, ovvero sul valore che è inscritto nella norma penale. La norma penale dell’omicidio, come precetto, come parte attiva e positiva, mette in evidenza il valore vita. La Giustizia Riparativa non abolisce la legge ma pone rilievo sul precetto della legge e non sulla pena. Allora, rispetto al diritto penale ordinario, come si pone? Due scopi. Primo umanizzare gli elementi presenti nella dinamica processuale e penalistica, finalizzandola al riconoscimento dell’atto. Secondo è una giustizia che incoraggia coloro che sono stati coinvolti nel reato a trovare una soluzione adeguata; sciogliendo da una parte sentimenti di mancato riconoscimento e sentimenti di vendetta dall’altro. La risorsa principale della giustizia riparativa è il dialogo. Perché permette un avvicinamento reciproco agli attori e permette la possibilità di riconoscere l’altro; di riconoscere l’altro come persona passando attraverso la sofferenza che ha subito. Le caratteristiche salienti sono appunto l’incontro dei tre soggetti: reo, vittima e comunità con il coinvolgimento libero e volontario. La partecipazione attiva, libera e volontaria. L’adempimento libero e volontario dell’accordo che è stato preso e la presenza del mediatore facilitatore, terzo imparziale che ha come scopo quello di fare da specchio, rimandando ciò che sentono le diverse parti. Ma come vedete, partecipazione libera, attiva e volontaria, cioè non può essere forzata. Quali sono gli atteggiamenti positivi per attivare una cultura dell’incontro, Non solo sentire, ma ascoltare. L’intenzionalità è fondamentale. Noi lo sappiamo quando semplicemente sentiamo o siamo disposti all’ascolto. Non solo vedere ma guardare. Ovvero come dispongo gli occhi, lo sguardo in determinate situazioni. Non solo passare accanto le persone, ma fermarsi e impegnarsi con loro. Quindi la giustizia riparativa crea uno spazio di riconoscimento e di incontro. Cosa che, nel processo penale attuale, non è possibile. Dal riconoscimento all’incontro. Spazi di accoglienza interiore che esigono la cura dell’interiorità tra la memoria, ovvero le radici di una possibile identità, anche negativa, e la libertà intesa come impegno. Tutto questo attraverso lo storytelling, ovvero la narrazione prima di tutto a sé stessi di ciò che è stato compiuto affinché si possa arrivare ad una adeguata consistenza e ricognizione della verità. Questo perché c’è coinvolto qualcuno. Un accenno brevissimo per quanto riguarda l’istituzione scuola. La scuola educa attraverso l’istruzione. E oggi come oggi, ma potremmo parlare anche dei secoli precedenti, viviamo sempre in una situazione di complessità. E ogni volta che semplifichiamo la complessità corriamo il rischio di dare fondamento all’atteggiamento aggressivo.
Lo strumento cardine della giustizia riparativa è la mediazione. Cos’è la mediazione? Vado verso la conclusione con la mediazione. La mediazione è uno spazio protetto di ascolto, di un ascolto senza pregiudizio, senza una valutazione negativa anticipata, di un ascolto senza giudizio. Di un ascolto empatico. E una disposizione di attenzione ad un ascolto attento, attivo ed empatico. Ascolto dal quale abbiamo la generazione della parola, del Logos, che è nuovo rispetto a quello precedente che ha portato al reale. Non è un surrogato del processo, non è un arbitrato, non è una transazione, cioè non sono implicate somme di danaro. La mediazione è affrancarsi dal vincolo dell’io, cioè superare l’individualismo che è un segno di maturità anche in una constatazione rilevante nazionale. Ma è incontrare l’altro e incontrarlo nella sua cifra sintetica, che è il volto, è riconoscere l’altro per quello che è. La mediazione è definita dal Consiglio d’Europa come un qualsivoglia processo che vittima e autore sono messi in condizione liberamente di partecipare alla soluzione di questioni derivanti da un reato attraverso l’aiuto di un terzo imparziale. Marc Umbreit, uno dei più grandi mediatori viventi attuali afferma: “La mediazione è un processo informale, non strutturato, che offre alle vittime opportunità di incontrare l’autore del reato. Gli obiettivi sono quelli di incoraggiare nel reo una responsabilità attiva e di fornire assistenza e riparazione alla vittima”. Lo storytelling, come abbiamo detto, è la forza della mediazione linguistica che permette di generare attraverso un linguaggio, un nuovo modo di affrontare la vita. Qui abbiamo le domande fondamentali, ridotte al minimo, nella gestione penalistica dei conflitti. Fondamentalmente il pubblico ministero chiede: “Chi è stato? Perché ha commesso il fatto? Come sanzionare l’illecito?”. Il focus è sull’autore dell’illecito e sulla sanzione. Nella giustizia riparativa il focus non è sul reo, ma sulla vittima dell’offesa. Allora la domanda è: “Chi è stato danneggiato o offeso? Quali sono i suoi bisogni, i bisogni della vittima? Che tipo di obbligazioni nascono dall’illecito? Cioè cosa posso fare come reo per soddisfare il bisogno della vittima? E perché è accaduto? Chi altro è rimasto coinvolto? E quale percorso di riparazione è appropriato per ripristinare l’ordine delle cose così com’erano precedentemente rispetto al reato commesso e prevenire illeciti futuri?”. I circoli o restorative circles hanno come scopo quello di gestire i conflitti e di gestire anche disagi gravi. Questo è un esempio di circolo che abbiamo fatto durante una simulazione nel nostro corso di giustizia riparativa e mediazione penale. Era presente la mia collega Grazia Mannozzi, il sottoscritto e poi gli alunni di quell’anno di corso. Se vi interessa sul sito del nostro Centro Studi sulla giustizia riparativa e la mediazione penale trovate anche questo testo in pdf “Il Lock-down, vissuti e memorie della pandemia da COVID-19”. Sono le le nostre esperienze perché abbiamo fatto, in quegli anni, sostanzialmente lezioni ed esami tutto in remoto. E allora, nonostante questo, abbiamo fatto anche delle simulazioni in remoto. Abbiamo raccolto queste esperienze e le abbiamo pubblicate. Sono a disposizione di tutti se volete leggere. Il programma di giustizia riparativa, ricordando quelle due percentuali a cui ho fatto cenno prima, possiede un buon rapporto costi benefici nella riduzione del tasso di recidiva, perché riescono a ridurre la frequenza e la gravità degli episodi di recidiva quando vengono utilizzati, soprattutto per i reati violenti. Si potrebbe pensare che queste cose vanno bene per i reati cosiddetti di consistenza minima. Paradossalmente quanto più è grave il reato, tanto più la persona che ha compiuto un reato grave e passa attraverso dinamiche di giustizia riparativa, si sente messa in gioco e sente la gravità di ciò che ha fatto e sente l’esigenza di riparare. Un esempio per tutti la TRC sudafricana, con il superamento dell’apartheid. Ma è un esempio, perché ce ne sono state tantissime altre nel mondo. Restorative Justice allora è giustizia relazionale, come ci ricorda Todorov. Giustizia riparativa si occupa in primo luogo e al massimo grado di individui che compongono la società e la società siamo noi. Suo scopo non è proteggere un ordine impersonale, ma mettere in grado coloro che hanno perpetrato un reato e le vittime di vivere di nuovo fianco a fianco. Cerca non di punire ma di riparare le relazioni che non dovrebbero mai essere state interrotte. Qui vedete gli indirizzi del nostro Centro Studi sulla sinistra e l’indirizzo del Forum europeo sulla giustizia riparativa. Se vi può interessare l’ultima pubblicazione; è l’ultimo sforzo della mia collega, di Roberto Mancini e del sottoscritto. Questo testo, edito da Franco Angeli, “La giustizia accogliente” sono dieci parole più una considerazione finale su giustizia e democrazia e sostenibilità per mostrare come la verità della giustizia passa attraverso l’accoglienza e la riparazione. Vi ringrazio. Spero di essere stato nei tempi.
Carlo Zonato – Wow! Mi viene da dire come sintesi. Io ne avevo sentito parlare, ma giusto un accenno quando ne abbiamo parlato con Katia Trinca. E’ davvero un mondo interessantissimo. E’ una modalità che dovrebbe essere utilizzata non solo parlando di singole persone, ma anche in situazioni più ampie. Parto io con una prima domanda. Giovanni tu hai parlato di tre entità: colui che ha commesso il reato, la vittima e la comunità civile. Poi hai parlato del facilitatore, ma quindi la comunità civile come entra? Ma cosa è inteso per comunità civile? Forse coloro che comunque sono stati partecipi alla situazione?
Giovanni Lodigiani – Anche quello. Diciamo che c’è un doppio livello di cultura nella giustizia riparativa. Uno è il vivere in modo riparatorio nella quotidianità e non in modo conflittuale. Faccio un esempio. Tu abiti in condominio e quello sopra di te sciorina la tovaglia e manda le briciole del pane sul tuo balcone. Se hai un approccio, tra virgolette, conflittuale alla realtà, non ti poni su una dinamica di riconoscimento dell’altro, ma pensi l’altro come un nemico. Pensi che l’abbia fatto perché ti vuole male. Vai dall’amministratore e se l’amministratore non ti dà soddisfazione lo denunci. L’approccio riparativo è chiamare quello di sopra per farli notare quello che accade e che magari è meglio se la sciorina in casa e poi raccoglie le briciole. Cioè l’approccio riparativo è all’opposto dell’approccio conflittuale. Noi stiamo vivendo in una società che ha un approccio conflittuale, poi ci deresponsabilizziamo su tutto e per me parlerà il mio legale. Vi dò un dato. In Francia il numero degli avvocati è equivalente al numero degli avvocati del foro di Roma. Tutta la Francia. In Italia c’è una tendenza a tenere alto il livello di conflittualità. Mentre invece la giustizia riparativa pensa che la precedenza costitutiva è del noi, perché la persona umana nasce da un noi, quindi l’elemento costitutivo che precede la possibilità identitaria è il “noi”. La giustizia riparativa parte da qui ed è per questo che coinvolge la comunità. La comunità è coinvolta nel senso di non alimentare profili di conflittualità più che reati. Cioè se uno coltiva una mentalità conflittuale arriviamo ad una escalation che arriva, in ultima analisi, a pensare al porto d’armi per tutti.
Katia Trinca – Scusate, se posso porto un esempio di coinvolgimento della comunità che è stato fatto proprio a Como, dove nel quartiere periferico ci sono stati problemi con le cosiddette baby gang, cioè un gruppo di ragazzini che ha imparato a rubare nelle case, ha creato disagio, ha spaventato anche degli anziani. Ci sono stati problemi e questi ragazzi sono stati coinvolti in un progetto proprio di giustizia riparativa. Sono stati così organizzati dei circoli con le persone dei cosiddetti corpi intermedi, cioè dei rappresentanti delle varie associazioni sportive, religiose, piuttosto che i semplici comuni cittadini del quartiere. Si sono trovati per alcune sere insieme con questi ragazzi, ma non per fare un secondo processo, ma per raccontarsi, per aprire quello spazio di dialogo di cui parlava prima Giovanni. Quindi senza pregiudizi, senza fare appunto un nuovo processo. Uno di questi ragazzi è stato anche nel carcere minorile. Quindi la legge è andata avanti. Però si è voluto andare oltre, tentare un nuovo modo per gestire questo conflitto. Questi anziani mentre raccontavano dicevano di avere paura a uscire di casa da soli. Questi ragazzi dicevano: “ma noi non ce l’abbiamo con voi perché avete paura?” Quindi era anche un modo per far capire che cosa l’altro sentiva in determinate situazioni e anche per la comunità di dare a questi ragazzi un’altra possibilità. Che poi sappiamo che questi ragazzi vengono da situazioni complicate dove c’è l’abbandono scolastico e ci sono le difficoltà nei rapporti familiari. Quindi questi ragazzi non si sono sentiti giudicati, ma hanno avuto l’occasione di essere ascoltati e visti per quello che erano. Quindi non un titolo sul giornale, una stigmatizzazione, ma delle persone. E in questo caso la società civile è stata proprio quella dei corpi intermedi che sono stati appunto coinvolti in questo progetto. Ovviamente non è una panacea. Non è che la giustizia riparativa risolve i conflitti, però li ridefinisce e dà la possibilità a chi è coinvolto di essere ascoltato e crea dei legami, crea delle nuove relazioni che poi portano sicuramente a una nuova visione anche della persona coinvolta. Sia delle vittime che di chi compie il reato. E lo abbiamo visto anche, per estensione, nella comunità dei nativi canadesi. Non so se avete avuto occasione di vedere Papa Francesco durante queste cerimonie in cui ha preso il copricapo di un nativo indiano e se l’è messo in testa. E’ stato molto bello. Ecco, secondo me non c’è migliore metafora del mettersi nei panni dell’altro o di entrare empaticamente nel ruolo dell’altro. E questo gesto secondo me è stato molto significativo perché vale più di 1000 parole. Ha fatto capire che cosa significa ascoltare l’altro e mettersi nei suoi panni. Un modo semplificato per far capire l’empatia.
Giovanni Lodigiani – E’ come quando, mi permetto di aggiungere a questo livello, nei diversi viaggi apostolici si arriva su un territorio e si bacia la bandiera di quel territorio; la bandiera come simbolo di valori, di cultura, ecc. Il bacio vuol dire entro in una sintonia con questo.
Maria Pia Turiello – Io mi occupo di mediazione familiare. Nelle famiglie noi lavoriamo soprattutto quando ci sono i minori, perché la mediazione deve proprio servire a far capire ai genitori che comunque genitori si rimane per sempre. Per superare il conflitto si devono trovare dei punti che servono per la crescita almeno armoniosa dei ragazzi. Certo molte volte sono proprio gli avvocati a scatenare i conflitti. Questo lo sappiamo. Purtroppo è così. Perché a volte, anche quando noi entriamo in punta di piedi nelle separazioni, chiediamo agli avvocati di darci spazio, di provare. Non è che diciamo che ci sarà la soluzione. Però perlomeno proviamo. Ci sono i minori. A volte il conflitto nasce proprio dagli avvocati, da entrambe le parti che alimentano il conflitto nei clienti. Quindi diventa difficile. Però, proprio parlando di mediazione penale, la Cartabia ha sollecitato nella riforma di utilizzare la mediazione in tutti gli ambiti, quella penale soprattutto per quanto riguarda i reati minori. Insomma, con la lungaggine dei tribunali, potrebbe essere per noi in Italia, una panacea.
Giovanni Lodigiani – Maria Pia a Como ci sono esperienze di questo tipo. Lo può confermare anche Katia. A Como c’è un tasso abbastanza alto di reati dei neopatentati, di chi guida in stato di ebbrezza. Immediatamente, quando sono fermati e coinvolti in questa tipologia di reato, cercano la pena alternativa al carcere. Quindi non sono proprio processi di giustizia riparativa. Però chi commette un reato, una violazione di quel tipo e incorre in quel reato è sanzionato. Opta per una modalità di risoluzione della pena diversa del carcere. Che vuol dire un impegno che va dal canile alla biblioteca etc. Mediamente parlando, l’esperienza ha fatto constatare che questi giovani, quando vivono una modalità alternativa, di espiare la pena secondo una modalità alternativa, tipo 2000 ore di impegno in un certo contesto, con questo impegno della libertà, restano poi in associazione e continuano anche oltre. Proprio perché hanno ritrovato il senso del loro esistere. Hanno ritrovato il senso della vita. Non avevano provato ad esplorare oltre. Lo trovano in un impegno come dicevo dal canile alla biblioteca, passando attraverso una RSA per anziani etc. Non è ridotta solo al fare ma attraverso il fare e l’esercizio di riflessione sul fare, grazie a una persona che accompagna il giovane, questo arriva a cogliere che la sua vita è un valore e ha un valore in relazione a se stesso, al prossimo e agli altri. La vita è un valore e ha un valore. Questi sono i passaggi.
Qui abbiamo tutti più o meno una tonalità di capelli tale per cui ricorderemo che qualche anno fa c’erano i famosi lanci dei sassi dai cavalcavia. Ma perché? Perché non sapevamo come far passare il tempo. E allora tu che fai? Tu passi il tempo ammazzando gli altri? Oppure quella delle violenze sui clochard, sugli homeless. Ma questo deve essere un impegno. La giustizia riparativa in Italia oggi ha bisogno del doppio canale. Il canale dell’impegno giuridico formale a questo livello e l’impegno di creazione di cultura di giustizia riparativa. È duplice l’impegno, creare cultura e attivare queste dinamiche.
Mauro Sarasso – Grazie Giovanni. Io abito poco lontano da Como. Abito nella provincia di Varese che le statistiche dicono essere la provincia più litigiosa. Questo detto dagli avvocati di zona che conosco e amici. Dal litigio del condominio alla difficoltà tra le famiglie e il luogo comune è “Parli con il mio avvocato”. Riflettevo su quello che dicevi. Una delle componenti che viene a mancare nelle nostre realtà cittadine è la mancanza della comunità, ovvero lo sfaldamento della comunità. Voi suggerivate che la realtà importante, per la giustizia riparativa, è passare attraverso la comunità. Però quello che stiamo cercando di fare da diverso tempo, è di ricreare le comunità perché è quello che manca. Questa litigiosità che porta spesso alla frase: “Ma cosa c’è di male?” Che parte dai social, che lo si vede con i genitori che affrontano i docenti nella scuola, che parte dal genitore che difende il proprio figlio. “Ma che ha fatto di male”, se poi ha fatto delle azioni che hanno danneggiato la comunità. Quindi viene proprio a mancare questo tessuto sociale che permette poi alla comunità di riconoscersi in alcuni simboli. E devo dire che in qualche modo questa realtà che abbiamo vissuto in questi ultimi periodi ha sfaldato ancora di più il senso di comunità. Noi siamo diventati un gregge che corre disperatamente da un supermercato a una connettività sociale o qualsiasi altra cosa. Chiaramente però la comunità passa attraverso dei paradigmi, dei valori che sono consolidati nel tempo. Tutti questi valori, che erano le comunità di trent’anni o quarant’anni fa, non le vediamo più. Quindi come la mettiamo? Ho capito che le comunità che intendete sono le comunità fatte da associazioni, da gruppi di persone, altre cose. Noi, nella nostra realtà da dieci anni abbiamo messo in piedi un progetto che si chiama Patto Educativo di comunità, che coinvolge sia le scuole, che coinvolge le associazioni culturali, sociali, sportive e le parrocchie. La difficoltà è ancora quella di ricostruire la comunità e dare la possibilità a questi ragazzi di identificarsi e saper riconoscere la comunità nella quale crescono e nascono.
Giovanni Lodigiani – Caro Mauro, condivido tutto quello che hai detto e condivido tutto il discorso valoriale, anche di gerarchia dei valori. Il fatto fondamentale è proprio questo, cioè come vivere i valori, il valere dei valori. Oggi cioè non è che i valori sono scomparsi, non essendo vissuti sembra che non ci siano più, ma il valore solidarietà poi noi lo attestiamo. Il sociologo che è mancato qualche anno fa, se non ricordo male Alberoni parlava, già negli anni 80, dell’Italia come comunità che manifesta la sua solidarietà quando ci sono le catastrofi. Non dobbiamo andare lontano. Abbiamo visto cos’è accaduto quando c’è stata la punta massima del COVID. Noi tutti a osannare infermieri eroi, quando c’è una catastrofe siamo pronti. Sul quotidiano litighiamo. Ma perché dobbiamo aspettare la catastrofe per vivere la solidarietà? Viviamola serenamente nella quotidianità. Perché bisogna attendere che accada un fatto totalmente negativo per attivare le migliori risorse di noi stessi? Inoltre questo è dato dal fatto che è venuta a mancare la percezione dell’autorevolezza dell’autorità. Che cosa intendo dire? Faccio un esempio sempre perché mi riferisco a noi che abbiamo una tonalità di capelli di un certo tipo. Quando il sottoscritto frequentava le scuole elementari tra il ‘65 e il ‘70 e magari percepiva o poteva percepire un’ingiustizia, se fosse andato a casa dai genitori recriminando sulla maestra, non era proprio in discussione. Cioè ha ragione la maestra. Ora accade l’esatto contrario cioè quello che hai detto tu. La mancanza di riconoscimento dell’autorevolezza dell’autorità, non dell’autorità, ma dell’autorevolezza dell’autorità. Se una persona adulta ti manifesta qualcosa è perché ti sta parlando per un frutto di esperienza che ti chiede di mettere in gioco la tua libertà. Qui faccio una digressione sulla filosofia africana al concetto di Ubuntu. Ubuntu da bantu, cioè la persona è persona nella misura in cui è riconosciuta dall’altra persona, cioè tu sei persona nella misura in cui appartieni alla comunità. Noi dobbiamo arrivare a vivere Ubuntu. O meglio, a recuperare quello. Perché nel secondo dopoguerra questo era chiarissimo. Penso ricordiamo tutti che nelle nostre realtà cittadine potevamo tranquillamente uscire di casa e accostare semplicemente la porta senza chiuderla. Oggi è impensabile. Parlo di 40 o 50 anni fa. La porta veniva chiusa solo quando si andava a dormire. E tutti avevano una dimensione di controllo sociale reciproco, che era dato dal fatto che ci si fidava reciprocamente e si poteva fare affidamento reciprocamente. Tu, Mauro, hai citato il contesto varesino che è un contesto ad alta densità di litigio. Questo non vuol dire che non esiste più la solidarietà, non è più vissuta e quindi è più difficile da riconoscerla. Grazie che fai quelle azioni di patto che le chiamo alleanze educative da ricostruire. Dobbiamo ricostruire alleanze educative in quest’ambito. Io sono impegnato anche in un comitato etico al Policlinico per parlare di tutto l’ambito sanitario. L’ambito sanitario si regge come tutti gli ambiti, come tutto il diritto romano, si regge fondamentalmente sulla fiducia. Se la fiducia è sfaldata, tu puoi fare tutte le normative di diritto positivo che vuoi. Non sta in piedi niente. Quindi ben vengano queste iniziative, chiamiamole pure di ricostruzione; potremmo dire di rigenerazione delle relazioni finalizzate ad un profilo di recupero della fiducia. Scusate se lo cito e la Katia lo conosce, ma se vi interessa, edito da Giappichelli Editore nel 2017 autori Mannozzi Lodigiani: “La giustizia riparativa” formanti parole e metodi. La parte centrale che abbiamo scritto a quattro mani, tratta cinque parole essenziali, concetti essenziali che dicono ciò che occorre recuperare oggi: l’ascolto, l’empatia, il riconoscimento dell’altro, la vergogna non nel senso negativo del termine, ma nel senso etimologico; la vergogna come recupero del presidio della propria identità, cioè il diventare rosso, perché si sa che si è fatto qualcosa che non va bene. E la fiducia. È il primo manuale di questa materia, edito in lingua italiana, che è stato scritto dalla mia collega e dal sottoscritto dopo cinque anni di didattica ferrea su questo. E’ provato anche con gli studenti, nel senso che abbiamo chiesto anche a loro di correggere parti del libro dicendo loro di essere spietati con noi. Se non capite qualcosa, ditelo. Non abbiate paura di pensare “ io correggo il professore poi all’esame chi sa cosa mi fa”? No! Perché noi ci poniamo immediatamente con loro, non siamo qua per fregarci reciprocamente, ma consideriamo voi gli atleti e non gli allenatori. L’allenatore è chiamato a far emergere il meglio dell’atleta. Noi impostiamo le lezioni così.
Katia Trinca – Volevo aggiungere solo una cosa. Una delle obiezioni che sento fare sulla giustizia riparativa e che magari ha un carattere buonista. Voglio raccontare invece quello che ho imparato io facendo proprio dei colloqui anche con dei detenuti e mettendoli un po’ alla prova su questo. Ma voi incontrereste la persona cui avete fatto del male, la vittima indiretta nel caso non ci sia più la vittima diretta, nel caso di reati gravi di omicidio o le vittime invece di furto. E vi assicuro che la maggior parte di loro era terrorizzato all’idea di poter incontrare la vittima perché significa mettersi davanti alla propria responsabilità. Quindi è un percorso molto difficile da fare. Sia per la vittima che rischia di rivivere di nuovo quello che ha subìto e quindi deve avere il tempo e il mood; deve essere aiutata a elaborare quello che ha subito. Ma anche per chi ha commesso il reato perché significa riconoscerlo innanzitutto e significa rimettersi in gioco davanti alla persona a cui tu hai fatto del male. Quindi è un percorso altro che buonista. E infatti sono pochi quelli che preferiscono ripararsi nel processo, perché nel processo la persona che commette un reato, e la legge lo consente anche, tende a non dire la verità oppure di avvalersi della facoltà di non rispondere. Quindi la giustizia riparativa è anche un portare a galla la verità ed è un percorso molto difficile, molto lungo, che richiede tempo. Questo, ovviamente, nei casi di mediazione più complicati, più difficili. A livello di comunità, invece, significa favorire l’espressione del proprio disagio e quindi dire quando c’è qualcosa che non mi va bene avere il diritto di dirlo e di essere ascoltato. Quindi anche una modalità di dialogo aperto e che non nega il conflitto perché il conflitto c’è ovunque, è una cosa umana, connaturato alla natura umana. La differenza la fa come lo affrontiamo.
Giovanni Lodigiani – Tutto quello che ora Katia ha mostrato a livello esperienziale è presente nelle normative, anche sovranazionali e tecnicamente si parla di vittimizzazione ripetuta, vittimizzazione secondaria. Quando purtroppo accade che una vittima deve ridire o riesporre quello che ha vissuto, magari di fronte ad un rappresentante delle istituzioni in senso ampio, polizia piuttosto che carabinieri, si trova di fronte magari una persona che anziché porsi in una dimensione di ascolto potrebbe dire: “Ma lei se gira così chiaro poi che le fanno questo.” Sono appunto questi profili di vittimizzazione ripetuta e di vittimizzazione secondaria che inducono le persone a non dire nulla e si crea quella che tecnicamente viene definita la cosiddetta zona grigia, cioè tutto il sommerso che non può venire a galla perché o non c’è spazio di ascolto, oppure c’è il rischio di sentirsi trattati come oggetto. Questa è un’esperienza estremamente negativa.
Maria Pia Turiello – Infatti, soprattutto nelle violenze di genere. Mi ricordo al tavolo in audizione si cerca, ma non tutti la adottano, di cristallizzare la prima volta quello che mi veniva detto proprio per non sottoporre la vittima a un continuo ricordare, fin quando poi tace perché, come vengono poste le domande, alla fine da vittima diventa quasi lei quella responsabile che ha commesso il fatto. Insomma, per come viene trattata dall’altra parte, c’è invece, quando la vittima si presenta e quindi denuncia e viene chiamata la prima volta, va cristallizzato tutto e quello deve rimanere. Tanti tribunali lo fanno, tante procure, ma tante alter no.
Gabriella Mieli – Mentre ascoltavo questa bellissima presentazione e, come veniva suggerito prima, siamo al punto zero di tutto l’argomento, mi sono venute in mente tre cose. Una è che in tutto questo contesto l’accusato, cioè chi compie il reato, difficilmente viene anche considerato come vittima. Però, nel contesto di come si è presentata la cosa e del lavoro che viene fatto comunque dalla giustizia riparativa si va proprio a lavorare su quegli aspetti della persona che praticamente esprimono il disagio di chi ha commesso il reato. Cioè si dovrebbe ricostruire tutto quel tessuto che è stato distrutto o comunque calpestato nell’atto di male che si è commesso. Molte volte mi è capitato, in vari contesti, di porsi dall’altra parte per valutare tutto quello che c’è dietro il mondo di chi sta dall’altra parte. Il secondo aspetto che mi è venuto in mente è che in tutte queste situazioni emerge sempre di più l’esigenza di abbinare alla parte istruttiva della scuola una parte più educativa e di formazione, perché va a incidere su quello che è uno degli aspetti più importanti della nostra vita, cioè il nostro carattere. Come UPF abbiamo un programma dedicato alla formazione del carattere dei ragazzi e chiaramente questo va a coincidere, riprendendo questa relazione, magari da un’altra prospettiva per i ragazzi, per chi è in fase di crescita, chi si affaccia comunque al mondo della vita e potrebbe dare degli input che possono aiutare naturalmente. Il terzo punto è che, parlando di Federazione delle donne, per molti anni, a cominciare da questo millennio, dal 2000 al 2010, ma anche buona metà del secondo decennio, abbiamo preparato un programma che era basato sulla riconciliazione. È chiaro che siamo partiti da livelli diversi, però anche ciò che avviene molte volte è spesso risultato di fatti avvenuti molto distanti da noi nel tempo, soprattutto che emergono nel nostro quotidiano, perché magari sono ricordi di famiglia, ricordi di situazioni che nel contesto comunitario si sono vissute e che non sono ancora state risolte. E queste emergono, con riferimento ai cinque punti che lei nominava, come parte di punti che noi abbiamo elaborato nel programma finalizzato alla dignità. Chiaramente, essendo Federazione delle donne, parlavamo soprattutto di dignità della donna, però ovviamente è tutto un lavoro che facciamo senza disconoscere l’altra metà del cielo, ovviamente. Quando si parla di dignità poi si parla nel contesto generale del lavoro più specifico sulle donne, però vedo molta convergenza. Il mondo della scuola, magari non arrivando a situazioni di reato, è molto di competizione, molto di disagio di vario tipo e quindi ritengo che ci sia la necessità di dover intervenire creando dei programmi, anche insieme a quella parte della società civile che si occupa di questo, insieme ai formatori, ai docenti, eccetera. Il mondo della scuola ne ha bisogno. Però quando volevamo proporre programmi educativi per i ragazzi fondati sulla dignità, quello che emergeva sempre di più, sentendo nostri contatti fra gli insegnanti, era il bisogno di programmi per i genitori dei ragazzi. Quindi un altro aspetto, secondo me, che va nel contesto generale della discussione dell’argomento di oggi.
Prof Giovanni Lodigiani – Grazie Gabriella, lei che tipo di attività svolge?
Mieli Gabriella – Io sono per UPF la responsabile delle relazioni esterne internazionali in Italia e sono coordinatrice a livello di Sud Europa. Per la Federazione delle donne sono la vicepresidente nazionale. Come attività professionale, ormai quasi completata, vengo dal mondo del turismo come direttrice di agenzia di viaggi. Poi ho sempre operato nell’ambito dell’organizzazione di convegni e di eventi; questo è il mio mondo. Sono nata a Roma, cresciuta a Varese, tanto per rimanere nell’ambito geografico che è emerso oggi.
Prof Giovanni Lodigiani – Bene grazie. Uscirà tra un po’ un testo su “Il trattato del carattere” a mio avviso estremamente significativo, di Emmanuel Mounier. Poi qui dipende sempre dal referente antropologico che si sceglie per la caratterizzazione pedagogica. Chiaramente ci muoviamo in una caratterizzazione di referente antropologico e quindi di declinazione pedagogica come persona. Perché dignità è dignità della persona. Riconciliazione sì è tra gli aspetti fondamentali della giustizia riparativa. Però attenzione. Riconciliazione non vuol dire immediatamente perdono, perché il perdono implica un profilo interiore, un cammino interiore. Riconciliazione significa prendere atto di quanto è successo; ci confrontiamo, ci riconosciamo su questo e possiamo stare di nuovo insieme in modo civile. Nonostante quello che è successo, lo riconosciamo e lo superiamo. Questa è la riconciliazione, cioè un profilo attivo. Per tornare a quello che diceva prima Katia, la giustizia riparativa non ha nulla di buonismo, perché quando si fanno i programmi di giustizia riparativa con chi entra in dinamiche di mediazione e atti riparatori, si fanno delle ipotesi di lavoro e si mettono a ferro e fuoco quelle ipotesi di lavoro. Cioè si mette a fuoco una cosa e si fa la verifica. Lavorando attraverso il “facere”, come dicevamo prima sulla persona, l’esperienza è tale nella misura in cui non considera il facere esclusivamente nella sua materialità, ma la materialità viene risignificata a livello simbolico, per ricostruire il mondo interiore e attivare il vissuto concreto di quei valori che, se non sono praticati, si fa sempre più fatica a riconoscere. Non sto dicendo che è facile e non sto dicendo neanche che è immediato, perché i cambiamenti dei valori esigono tempi lunghi. Noi quando nel corso parliamo anche della significazione del tempo, che è uno dei problemi filosofici fondamentali, distinguiamo sempre immediatamente tra Chronos e Kairos, tra il tempo quantitativo e il tempo qualitativo. La giustizia riparativa lavora sulla qualità del tempo, come l’uomo dovrebbe lavorare sulla qualità del tempo. La “disattenzione” della Szymborska la utilizziamo all’inizio proprio per questo aspetto, perché dovrebbe far sorgere la domanda su come vivo il tempo, sia quello impegnato sia quello del riposo. C’è un bellissimo sostantivo tempo fa, che veniva utilizzato proprio per dire come la dimensione anche di quello che noi oggi definiamo lato debole era a mio avviso estremamente significativo. Si parlava di ricreazione. Una volta a scuola c’era la ricreazione. La ricreazione porta in sé una valenza rigenerativa, ricostruttiva, riformativa. Dobbiamo ricercare una nuova poiesis, una nuova ricostruzione. E come dicevo con Mauro la giustizia riparativa non è formale, ma non è destrutturata. I corpi intermedi a cui ha fatto riferimento prima Katia sono necessari in una visione di sussidiarietà. Non c’è una dimensione di solidarietà e di sussidiarietà se non è presente una dimensione di corpi intermedi sul territorio. Perché il corpo intermedio è la dimensione che crea la cultura. Provate a pensare all’impegno nelle associazioni di volontariato a diverso titolo. Quelle fanno cultura. E sono luoghi, spazi dove sono presenti persone che hanno diverse estrazioni sociali. Non so se nei vostri territori sono presenti le bande. La banda è, a mio avviso, a livello simbolico, uno spazio nel quale sono presenti persone di diverse estrazioni, legate necessariamente da un profilo che, per quanto attiene alla loro passione, richiede l’armonia. Nella banda suonano in tanti ma bisogna suonare insieme. Perdonate queste esemplificazioni.
Mauro Sarasso – Io volevo lanciare il sasso per ritornare su un argomento che Giovanni hai accennato proprio al volo; la situazione del Sud Africa. Perché chiaramente noi adesso abbiamo parlato molto di giustizia riparativa nei confronti del singolo individuo. Per quanto riguarda le nazioni, era qualcosa che mi intrigava particolarmente, perché chiaramente le realtà che vediamo intorno a noi presenta situazioni di conflittualità e di sofferenza. E ho letto alcune cose sia della situazione del Sudafrica, ma anche del Ruanda o di altre. Però le nazioni che avrebbero bisogno di questa applicazione e di agire insieme ce ne sono parecchie. Credo sarà un tema per una prossima puntata.
Prof Giovanni Lodigiani – La TRC venne fatta nella prima metà degli anni 90. A capo c’era Desmond Tutu, il vescovo anglicano, dopo che venne liberato Nelson Mandela. Eravamo in una condizione dove la guerra civile era all’ordine del giorno e la questione dell’apartheid la conosciamo. Ma ci sono anche altre, almeno altre più o meno 14 o 15 esperienze di quel tipo lì: Colombia, Venezuela, il Ghana, se non ricordo male il Marocco etc. Personalmente non mi dispiacerebbe se ci fosse anche in Italia qualcosa a quel livello proprio per una ricomposizione sociale; per una ricomposizione del tessuto sociale. Le TRC, che sta per Commissione sulla Verità e la Riconciliazione, sono delle applicazioni a livello di comunità nazionale della giustizia riparativa.
Carlo Zonato – Buono a sapersi. Quindi è un altro motivo ancora per ritornare sul tema della giustizia riparativa e le sue applicazioni e collaborare insieme. Giovanni ti ringraziamo veramente di cuore. E’ stata un’esposizione per quanto da te definita di livello zero, ma illuminante. Quindi ci salutiamo. Questo era il terzo incontro, come accennava Franco, del ciclo sulle tematiche specifiche. Ma noi vorremmo continuare. Manteniamo il nostro appuntamento il prossimo fine mese con venerdì 30 settembre con lo stesso orario. Vi faremo sapere quale tematica tratteremo. Un augurio di cuore per la migliore conclusione di questo mese di agosto. E ogni bene a tutti voi.