CARLO ZONATO – Buon pomeriggio. Siamo giunti al 7.º appuntamento del nostro THINK TANK e, più in particolare, il 4.º incontro incentrato su tematiche specifiche. Oggi ci concentriamo su un tema molto significativo e per molti aspetti in linea con la visione che UPF promuove e cioè la Diplomazia Culturale. Con Marco Lombardi abbiamo accennato spesso alla diplomazia culturale; per questo sono molto curioso di sentire una trattazione più articolata e più completa. Marco Lombardi è direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano ed è inoltre direttore del centro di ricerca ITSTIME; è membro del comitato scientifico del Master in Diplomazia Culturale nella sede di Roma dell’Università Cattolica ed ancora direttore della scuola di giornalismo. Ma vorrei ricordare anche che Marco è tra i primi ambasciatori di Pace, riconoscimento ricevuto in Corea nel 2000 proprio in occasione dell’80° compleanno del Rev. Dr. Moon. Tra l’altro prima di incontrarci in Università Marco aveva già contribuito per Voci di Pace con un suo articolo sul Kashmir. Abbiamo poi condiviso insieme la bellissima esperienza del Summit 2020 a Seul in quanto Marco era parte della delegazione italiana. Ora è con noi per intrattenerci sul tema “La Diplomazia Culturale come strumento di risoluzione e prevenzione dei conflitti”. Marco a te quindi la parola.
MARCO LOMBARDI – Grazie. Sono tra amici e quindi è bello affrontare un tema che è tutto in divenire. Ne parlo con molta franchezza e anche rispetto a quello che è l’approccio specifico che noi stiamo usando, come si fa in un’università, con quelli che sono i riferimenti scientifici, quelli che lo fanno diventare un paper da accademia. Però non nasce così. Giorgio quando hai ricordato un mio articolo su Voci di Pace di circa 15 anni fa sul Kashmir, hai già citato una delle ragioni per cui poi si è arrivati a parlare di “Cultural Diplomacy”, nel senso che non è quello di cui parliamo oggi, indifferente rispetto al mio percorso. Io mi sono sempre occupato di crisi e di emergenze, in particolar modo di gestione delle emergenze. Noi siamo abituati a considerare le crisi sul piano locale, quindi il mio lavoro stretto con la Protezione civile. Quando si va a gestire queste cose a livello internazionale ci si rende conto che si incrociano spesso con dimensioni anche più ampie, che hanno a che fare con la criticità o con la crisi, ma non necessariamente con lo stress che l’ha generata. Cito ad esempio le mie attività in Sri Lanka, all’epoca dello tsunami verso il 2004, piuttosto che il terremoto in Haiti verso il 2011. Le mie attività vengono generate dalla mia competenza specifica nel “crisis management”. Poi, quando ti trovi a gestire gli effetti dello tsunami o del terremoto in quei due paesi, ti rendi conto che in realtà emergono delle crisi in contesti che hanno dei caratteri che rimandano a ben ad altri tipi di stress o conflitti; per esempio interetnici dello Sri Lanka con gli scontri che avvenivano lì. Oppure Haiti dove la gestione del terremoto era strettamente sovrapposta al disastro socio politico che ha caratterizzato e continua a caratterizzare quella società. Oppure il Kashmir che nel 2005 aveva avuto un terremoto piuttosto pesante che si era sovrapposto ai conflitti da lungo tempo perduranti tra il Kashmir libero pakistano e la parte indiana. Sono stato su entrambi i versanti. Quindi a partire dal mio interesse per la gestione delle crisi dovute a fenomeni naturali e poi i cosiddetti men made disasters, ci si è resi conto che a livello internazionale questo portava a dover considerare la situazione rispetto a variabili molto più ampie e spesso sociopolitiche che caratterizzavano la crisi.
Una riflessione, che è venuta dopo, è che quelle crisi venivano affrontate da noi, che venivamo dall’esterno, con una prospettiva che non teneva assolutamente conto di quelli che già fossero i caratteri che mettevano in grado quelle popolazioni locali di essere così resilienti rispetto allo stress oppure no. Quindi la diplomazia culturale nasce ben dopo queste mie esperienze sul campo, almeno nella prospettiva che vi sto proponendo. Nasce intorno al 2015 e comincia a prendere forma, a prendere una connotazione, diciamo così, più argomentata sul piano teorico e politico dal 2016 2017 in poi. Perché in realtà, quando voi vi trovate a parlare di diplomazia culturale, fate riferimento a una storia ben consolidata che rimanda ad altro. Se voi cercate su Google innanzitutto vi riporta indietro all’idea di diplomazia attraverso lo sport. Sotto l’etichetta di diplomazia culturale c’è un istituto a Berlino, da molti anni, che si occupa di diplomazia culturale. Riprende la storia proprio a partire dalle Olimpiadi. Se volete, comincia con Olympia quando si fermava tutto. Ma quello che noi conosciamo è l’incontro di Mao e di Nixon del 21 febbraio ‘72. Quindi torniamo indietro un bel po’, circa cinquant’anni se vi ricordate. Promosso da che cosa? Da una serie di incontri preliminari. Almeno così è la narrativa tra alcuni giocatori della Cina maoista e dell’America durante le Olimpiadi. La storia narra di un incontro più o meno casuale, dovuto a un passaggio in pullman di un giocatore di ping pong americano restato bloccato nel compound ed al quale è stato dato un passaggio nel pullman cinese. Da lì nasce la narrativa che porta a una serie di inviti, prima tra le squadre che poi si allargano ad un pubblico anche politico, sino all’incontro appunto con Mao. Ma questa linea, che è quella dello sport, è andata ben oltre. Vi ricordate che nel 2018 ci sono stati i giochi invernali in Corea. In Corea hanno sfilato sotto la stessa bandiera Corea del Nord e Corea del Sud e avevano una squadra di hockey su ghiaccio femminile che era mista; quattro anni fa. Lo sport è sempre stato una sorta di area di sospensione del conflitto e questa modalità è stata inserita nella diplomazia culturale. Un altro filone di diplomazia culturale che noi italiani conosciamo bene è quello che ha a che fare con il brand nazionale. Una sorta di diplomazia della cultura che passa attraverso il prestito delle opere d’arte, cioè attraverso la diffusione della cultura nazionale come strumento di relazione tra i popoli. Sempre più oserei dire, come strumento più che di relazione a costo zero, di promozione del proprio brand. Negli ultimi quattro cinque anni si parla ampiamente di marketing nazionale, di marketing locale eccetera. Questi sono i filoni tradizionali che legano certamente lo sforzo diplomatico alla cultura passando soprattutto attraverso questi punti: lo sport e appunto, la cultura altra, quella delle opere d’arte. In realtà la riflessione che abbiamo cominciato a fare noi è diversa e parte dalla considerazione che ogni comunità locale ha una propria cultura che dimostra spesso capacità di resilienza nella situazione di crisi.
Faccio un esempio; l’esempio dello tsunami in Sri Lanka. Era il 2004. Noi, come università cattolica, abbiamo operato per circa un anno nella zona di Matara, a circa 200 chilometri a sud est di Colombo, proprio la punta dello Sri Lanka. Si stava affermando un pò la moda della psicologia dell’emergenza. Avevamo squadre di psicologi che andavano sul posto per affrontare il tema psicologico, soprattutto del PTSD “Post-Traumatic Stress Disorder” che è un tema importante ma che ha i suoi problemi quando si cerca di affrontarlo in una prospettiva transculturale; a cominciare dal fatto che non conosci né la lingua, né la cultura della persona che stai cercando di andare ad aiutare con gli strumenti della psicologia, di per sé già una cosa abbastanza complicata. Comunque, soprattutto in quegli anni, c’era molto fervore per lanciarsi, lancia in resta, ad aiutare queste persone. Con me c’era un caro amico psicologo con il quale andavamo molto d’accordo; si è fatto sei delle mie otto missioni in Afghanistan insieme, quindi abbiamo condiviso tanto. E anche un vigile del fuoco e psicologo. Eravamo in Sri Lanka e siamo stati invitati in una delle scuole che conoscevamo, a una settantina di chilometri da Matara, verso nord est. Si chiama Dick Vella e lì abbiamo partecipato ad una serie di attività, tra cui una finale, un grosso spettacolo teatrale organizzato dagli studenti; erano più di 500 studenti, di cui una piccola parte sul palco. E’ stato di grandissimo interesse perché girava attorno al pantheon tradizionale della cultura variopinta e molto diversa tra i gruppi etnici srilankesi. Avevano portato in scena i ragazzi vestiti nei diversi vestiti tribali delle diverse etnie, avevano portato in scena questa rappresentazione, in cui le divinità del Pantheon, insieme ai diversi gruppi etnici, affrontavano le rabbiose divinità marine che, a causa della rabbia, si erano buttate con grandi ondate a devastare le coste. Cioè lo tsunami aveva una sua ragione di infrazione delle regole, evidentemente di rottura del patto Cielo e terra e tra le comunità. E’ tutta gente che guarda la televisione satellitare, quindi non possiamo prenderli in giro, ma sono anche persone che hanno un ancoraggio forte a quella che è la loro tradizione tramandata dai nonni, per la quale non vuol dire necessariamente crederci in termini taumaturgici, ma vuol dire poter utilizzare quelle tradizioni per superare quei problemi insondabili e inspiegabili che costituivano quel disagio diffuso nel rimettersi ad affrontare il mare dopo quello che era accaduto. Cioè una rappresentazione che, in una sorta di rito collettivo espiatorio di massa, era diventata una catarsi delle emergenze e aveva ricomposto l’equilibrio tra le comunità e il mondo sovrannaturale, portando i bambini ad essere tranquilli, ma soprattutto le comunità di pescatori, a riprendere a navigare sul mare, cioè alla faccia di dottor Fred. Dottor Fred è un famoso cartone animato degli anni 70 che prende in giro Freud.
Allora lì si è cominciato a ragionare su che cosa e su come i riferimenti alla propria cultura possono essere utili. Non necessariamente i riferimenti al mito, ma anche alle pratiche. Non è la prima volta che quando vai ad affrontare all’estero un’emergenza ti rendi conto che quella comunità l’ha già affrontata. L’ha affrontata e l’ha superata. Quella comunità è lì, e ha mostrato delle competenze nell’affrontare l’evento critico. Ora non sto dicendo che quindi l’aiuto è inutile, ma sto dicendo che la diplomazia culturale, che nasce nei contesti di crisi per affrontare i conflitti, parte dal presupposto che ci siano delle competenze sedimentate nelle comunità che hanno affrontato queste crisi e che non dobbiamo innanzitutto noi, che nella rete solidale che va a collaborare per affrontare queste crisi, porci nell’attitudine del 7.º Cavalleria lancia in resta che dice: Ecco il salvatore della patria, non pensate a nulla siamo noi a salvarvi. In questa prospettiva il salvarsi diventa una relazione efficace e strategica tra chi porta gli aiuti ed è aiutato. Non sto dicendo nulla di nuovo, lo sto solo declinando a un livello diverso. Ciascuno di voi che può aver lavorato nel sociale sa che per chi lavora nel sociale, cioè in quella dimensione di solidarietà sociale che è di tipo individuale, faccia a faccia o piccoli gruppi, una delle difficoltà maggiori è che chi è vittima si senta vittima e sia disponibile ad essere aiutato. E che si crei una relazione positiva tra aiutato e aiutante, in modo tale che quella relazione diventi collaborativa. Questa è una vecchia storia a livello di relazione micro. Non lo è mai stata a livello macro; il tentativo è quello di dire non pensate a niente, ci pensiamo noi. In fin dei conti, quando lavori a questi livelli ti muovi evidentemente su dimensioni organizzative estremamente complesse. Per cui una certa affermazione forte in termini anche di non condivisione del comando, ha una sua giustificazione sul piano organizzativo, ma si sta scoprendo che non necessariamente è sempre funzionale. Aggiungiamo un’altra cosa; la funzionalità è sempre stata usata in maniera strategica da chi ha supportato l’intervento in situazioni di emergenza. Questa è una pratica che si è affermata negli ultimi 15 anni in maniera significativa. Per esempio, si è consolidato il fatto che ogni evento critico, ogni conflitto promuove una situazione di cambiamento non voluta, cioè un’occasione per cambiare.
Scusate se banalizzo l’esempio: se ti cadesse giù la casa per il terremoto conti di ricostruirla tale e quale come prima; ma già che ci sei la migliori. Giusto? Questo è il meccanismo, non l’avresti mai abbattuta. Ma già che ti è andata giù fai questo. Quindi ogni evento critico e di conflitto è un’occasione per cambiare. Gli ultimi 15 anni hanno fatto diventare questo cambiamento una strategia di penetrazione da parte di quei sistemi organizzati che hanno portato aiuto nelle aree di crisi. Altro esempio, che ci riporta allo Sri Lanka, quando per la prima volta è stata formalizzata questa strategia. Allora, per esempio, l’Unione europea sovvenzionava la ricostruzione di strutture, soprattutto scuole e ospedali. Se, a seguito della ricostruzione della scuola e dell’ospedale, si prevedeva una organizzazione di quella struttura che, per esempio, incorporasse nella sua gestione, un uguale componente di uomini e di donne nella governance dove la governance si ispirasse ai principi democratici. Questo non era necessariamente previsto nell’ospedale vecchio, ma la logica era: vuoi l’ospedale, vuoi la scuola? Benissimo. Però io ti insegno anche come governarla adesso. E tra le opzioni di governo che io ti do c’è questa che è obbligatoria. Quindi Uomini e donne nella governance e gestione democratica dell’organizzazione. Tutto questo ha avviato, per chi si occupava di crisi, la ricerca di andare oltre, anche solo alla conoscenza finalizzata all’utilizzo strategico delle caratteristiche locali; ma cercando di capire in che modo le caratteristiche locali possono essere un percorso di alleanza più forte tra chi aiuta e chi è aiutato. Cioè il presupposto per ricostruire senza che la ricostruzione diventasse qualcosa di necessariamente diverso dal sistema che era stato posto sotto stress prima. Noi diciamo che. Il ritorno alla normalità deve necessariamente prevedere il fatto che il sistema sottoposto a stress sia descrivibile con le stesse variabili, con gli stessi fattori che lo descrivevano prima. Cioè ci può essere una discontinuità, però la normalità deve prevedere una discontinuità, ma non una cesura radicale. Cioè non stiamo parlando della distruzione dei dinosauri, per cui un ecosistema non esiste più dopo quell’evento stressante con i caratteri che aveva prima. Si tratta di cercare di prevedere delle strategie che garantiscano continuità anche in termini di riabilitazione di quel sistema, qualcosa che facilita il ripristino della cosiddetta normalità.
Ora si è cominciato a ragionare proprio in termini di diplomazia che va a lavorare in situazioni di post-conflitto, di conflitto, di crisi, in termini appunto di diplomazia culturale nell’accezione però che vi sto dicendo; quella di partire dalla conoscenza delle caratteristiche culturali della comunità sottoposta a stress per cercare di capire quali sono i punti di continuità. Un altro esempio? Voi sapete che noi stiamo lavorando in diverse aree di crisi. Per esempio in Oromia. L’Etiopia è oggi in grandissima difficoltà. Le prime azioni che abbiamo fatto sono state in Oromia, pochi anni fa verso il 2017, a sud dell’Etiopia, confini col Kenya, confini con la Somalia, area grande come tutta l’Etiopia. Conflitti etnici con gli Amhara che sono la popolazione dominante, più a nord i Green e via di seguito; loro hanno sempre sofferto di grandi conflitti interni e sparatorie. In Italia non se ne è mai parlato, ma nei tempi di normalità si andava avanti a centinaia di morti all’anno per i conflitti interetnici in Oromia. Bene, abbiamo cominciato a lavorare in quell’ambito. Che cosa abbiamo scoperto? Noi occidentali lo conoscevamo pochissimo; gli oromo hanno da centinaia d’anni un sistema che si chiama Gadaa. Lo trovate su Google e anche su Wikipedia. C’è anche su Wikipedia italiana, ma è del tutto misleading quello che è scritto su Wikipedia Italia. Dovete vederlo su Wikipedia inglese, che è descritto in maniera corretta. È un sistema di autogoverno degli Oromo che in se incorpora molte delle caratteristiche che noi attribuiamo a un sistema democratico. È un sistema di regole politiche, economiche, sociali e religiose. Serve a normare queste sfere e che prevede l’elezione di rappresentanti oromo che durano in carica otto anni, Solo maschi. Qui potremmo cominciare a discutere, ma stiamo parlando di un sistema che prevede l’elezione per otto anni di saggi che governano la sfera politica, economica, sociale e religiosa di una comunità. E ci sta. Tutto sommato stiamo parlando di Oromia che ha cominciato così 100 anni fa. Ma non solo. Questo sistema prevede il fatto che quando l’anziano muore non viene sostituito da qualcun altro, ma viene sostituito da sua moglie. Cioè l’anziano, uomo eletto in quel sistema che muore prima della fine del mandato, passa lo scettro del comando a sua moglie. Quindi non c’è un’esclusione della moglie. C’è una semplificazione, se vogliamo, nella scelta che converge su quello che è il responsabile della famiglia, ma presuppone il coinvolgimento della moglie, dietro all’anziano, che formalmente ne assume appunto il ruolo qualora questo dovesse mancare. Ecco, questo sistema oggi fa parte della eredità culturale intangibile, come si dice dall’UNESCO dal 2016 a questa parte. E, cosa interessante, noi abbiamo cercato di rivalutarlo. Perché? Perché molto spesso, e questo secondo me fa parte della diplomazia culturale, le stesse popolazioni locali perdono un pò la consapevolezza del tesoro che hanno ancora nascosto tra le loro radici. Un pò la perdono, perché l’abbiamo anche aiutati a perderla. Non sto dicendo che l’abbiamo fatto malignamente, ma magari con quello spirito che molto spesso è stato quello del 7.º cavalleria: “State tranquilli, non fate niente che vi aiutiamo noi. Questo tipo di atteggiamento, che è quello che ha fatto penetrare in maniera svalutativa, diciamo così, dei modelli alogeni anche in culture locali, è stato quello che poi a un certo punto ha fatto sì che i locali ci pensano loro. Le cose funzionano e buttiamo via tutto. Quindi un meccanismo proprio di non consapevolezza rispetto ai tesori che si hanno, a fronte di una pressione forte in uno stato di bisogno come quello di conflitto e di crisi nel quale si inserisce un attore esterno forte della sua capacità di intervento. La cosa interessante è che, nelle attività che abbiamo fatto di supporto agli Oromo in quel periodo, l’Università di Bole in Oromia ha lanciato un programma di master per gli studi nell’area del sistema Gadaa. Quindi, dopo averlo dimenticato, l’Università Oromo riscopre il proprio sistema normativo che servirà a regolare la vita. Ma non solo. In particolare era stato mantenuto attivo proprio per regolare i conflitti. E, guarda un po, le regole del Gadaa prevedevano un maggior coinvolgimento delle donne proprio nel momento in cui si dovevano regolamentare le crisi e i conflitti. Possiamo quasi dire che era maggiore la responsabilità delle donne che non degli uomini, nel decidere lo stato di guerra piuttosto che lo stato di pace. Non sto sottolineando una cultura asiatica piuttosto che una africana.
Sto sottolineando il fatto che sempre di più ci troviamo in una società reticolare che non è andata verso il percorso di omogeneizzazione previsto dai processi di globalizzazione che abbiamo pensato. Io devo dire, per fortuna, che la globalizzazione non è stata, come si pensava vent’anni fa, causa della reticolarizzazione. Sono due processi che convivono con una certa autonomia. La reticolarizzazione è andata avanti oggi, producendo una rete sempre più densa, ma con degli attori che sono sufficientemente autonomi l’uno dall’altro. Quindi il passaggio non è quello. La globalizzazione non ci porta a gestire l’omogeneità, ma ci porta a gestire le diversità. Il percorso che noi dobbiamo fare oggi è quello di gestire una società reticolare diversa tra i nodi. Quindi gestiamo le differenze di potenziale tra i nodi, non la tensione a diventare uguale tra i nodi. È un capovolgimento rispetto a 15 anni fa. In quest’ottica io non sto, quando parlo di società locali, identificando qualcuno che è diverso da noi. Noi siamo diversi da loro. Loro sono diversi da noi. Tutti abbiamo le stesse caratteristiche che sono quelle di perdere molto spesso quelle che sono modelli interpretativi della realtà, che sono ancorati alle nostre culture tradizionali e che possono tornare utili. Il lavoro, evidentemente, su questo è aperto. Finisco con un altro esempio che vi avevo già accennato. Vi ricordate quando si andò in Siria nel 2018? Lì artatamente noi facemmo questa operazione. Pensiamo innanzitutto alla cultura. Che cosa vuol dire pensare alla cultura? Vuol dire intervenire in una situazione di crisi avendo come primo obiettivo la ricostruzione dei legami della comunità locale prima che delle infrastrutture della comunità locale. E’ chiaro, il crisis management nel primo impatto ha delle necessità. La cultura scompare, se scompaiono i portatori biologici. Quindi dare da mangiare e da bere gli dà un tetto e via di seguito. Ma nel momento in cui torni a riabilitare l’intero sistema sociale, allora devi cominciare a pensare in maniera diversa. L’alimento della comunità locale sono i suoi pezzi di cultura. Io alimento l’organizzazione biologica che sto aiutando. Ciascuno di noi ha bisogno di energia, ma la comunità locale per sopravvivere ha bisogno di una energia che è l’energia culturale, la relazione o le relazioni che sono quelle che costituiscono e mantengono le società locali. Sono relazioni che si fondano su scambio comunicativo. La relazione, che è comunicazione, dipende da una condivisione di un sistema culturale, altrimenti non si va da nessuna parte. È il fornire nutrimento e fornire acqua e fornire sicurezza agli individui. È un gioco nei confronti di sistemi che sono singolarità, quelli biologici evidentemente. Ma una volta arrivato a questo hai bisogno di connetterli tra di loro. Questi sistemi costituiscono la comunità. Allora lì c’è una questione, quella di affrontare le caratteristiche culturali di quella comunità. Ve l’avevo già detto noi a Ma’lula che cosa si è fatto? Era ormai un anno e mezzo che era stata lasciata dal Nusra, che l’aveva occupata per un anno, distruggendo tutto, facendone di tutti i colori, a cominciare dal distruggere le chiese come vi avevo raccontato. Ma’lula è importante perché è la sede di Santa Tecla, è il luogo di San Paolo, giusto per intenderci, a 80 chilometri nord di Damasco. Eravamo lì nel 2018; a Ma’lula c’è la chiesa più antica che hanno distrutto. C’era questa famosa icona di cui vi parlai, che rappresentava il punto di riferimento per tutta la comunità. Era una strana rappresentazione dell’Ultima Cena, per intendersi di un’antica icona siriaca che andò scomparsa; era appoggiata su un altare paleocristiano. Noi che cosa si fece? Vi si riportò l’icona. Il Problema in quel momento di Maalula non era di mangiare. Era il problema di come andiamo a gestire una comunità che non ha più se stessa perché se ne sta andando. Cioè chi viveva in Maalula non trovava più il senso di star lì. Ma che cosa volevano? Volevano gli autobus. Volevano i camion per portare tutti i giorni la gente che andasse a 80 km a sud di Damasco, che andasse a 100 chilometri a nord di Homs, ma lasciando quel centro che era stato devastato, intorno al cui altare paleocristiano non c’era più quello che era il luogo che mi faceva riconoscere come parte della comunità di quel posto. Gliel’abbiamo portata. Non si aspettavano granché. Figuratevi il prete che c’era lì. Il capo del Consiglio ci aveva messo una vecchia fotocopia del Corano. Il fatto è che noi ne abbiamo portata una che non si distingueva dall’originale. Nessuno sa dove sia finita l’originale, ma noi ne abbiamo portato una che era identica all’originale, nel senso che è stata fatta fare da un maestro di icone, scritta da un maestro di icone perché si scrivono, sono oggetti sacri. È passata attraverso il processo di legittimazione attraverso il responsabile della Chiesa siriaca che sta in Vaticano, portata qui a Milano dal nostro vescovo. Attraverso tutti questi passaggi, portata al rettore del vecchio tempio di Dionigi e Bacco a Maalula. Questo qui, quando l’ha visto arrivare non ci ha capito più niente perché gli sembrava di avere in mano la vecchia icona. Soprattutto arrivata attraverso la conoscenza di tutti i segni che l’avevano portata. Il risultato qual’ è stato? Dopo la consacrazione fatta lì e l’esposizione, il giorno dopo ci siamo trovati con il sindaco, gli anziani, i cittadini di Maalula che a quel punto dicevano che è tornata l’icona, è tornata a Maalula. A questo punto non possiamo più andarcene. A questo punto a noi non servono più l’autobus e i camion. A noi servono le scuole, a noi serve un luogo d’aggregazione. A seguito di questo stiamo infatti ricostruendo quelle aree comuni che erano state distrutte, ma anche semplicemente il bar in cui tutti si trovavano, la scuola in cui tutti crescevano. A quel punto la comunità ha deciso di restare. Cioè l’abbiamo aiutata a ritrovarsi intorno a quello che era il loro principio di unificazione.
Questo è stato per noi interessantissimo ed è stato un punto di svolta di riflessione dal 2018 in poi, che ha portato a scrivere una serie di paper che abbiamo pubblicato e ci ha convinto ad andare avanti in questa strada. Noi stiamo lavorando adesso nel nulla, nel Mustang ai confini con la Cina, Tibet e Nepal. Stiamo lavorando in alcune zone del centro Asia, su cinque Paesi centro asiatici. Ci hanno convinto che servono le infrastrutture. Pensiamo innanzitutto alla infrastruttura culturale. Perché io, quando penso a una comunità legittimamente posso pensare in termini di infrastrutture culturali, cioè di quei sistemi di segni che permettono la relazione, che è quella che poi giustifica il bisogno dell’infrastruttura intesa come sistema di pietre che si collocano uno sull’altro. Questo è, se volete, l’idea di diplomazia culturale che stiamo usando e che troviamo particolarmente efficace proprio nelle situazioni di crisi ed emergenza. Chiudo con questo. Magari aiuta a capire meglio perché la crisi e le emergenze sono percepite da ciascuno di noi come una situazione di incertezza. Quindi l’ancoraggio soprattutto a modelli culturali condivisi e a modelli interpretativi della realtà è una risposta efficacissima a tutti i livelli, micro e quindi individuale, di gruppo e comunitario. È una risposta efficacissima per espellere l’incertezza. Espellere l’incertezza significa riacquistare la visibilità sul futuro. Finché tu sei incerto non puoi decidere. Finché non puoi decidere non hai una visione del futuro, non sai che percorso prendere. Quindi non dirlo tu ma aiuta a espellere l’incertezza, fornendo i modelli culturali che devi scoprire con loro all’interno delle loro radici culturali. Magari avrei dovuto dirlo prima, ma questo è il presupposto teorico sul quale oggi si costruisce questa idea di Diplomazia Culturale. Spero di essere stato abbastanza chiaro nell’illustrarvi quello che facciamo, le ragioni e il perché.
Si tratta di operare per ridare identità. L’identità è un’identità collettiva che ti fa riconoscere come appartenente a una comunità. Ecco perché si parte dalla cultura. Oggi non c’è più radicale differenza tra quello che si diceva una volta tra emergenza e guerra. Oggi la teoria parla più di crisi. E infatti parliamo di crisis management per una serie di ragioni. Perché, dal punto di vista percettivo o dal punto di vista relazionale, un fattore di crisi che può essere una guerra, che può essere uno tsunami che può essere diverse cose, ha degli effetti. Gli effetti di uno stressore sono simili in maniera indipendente dalle sue caratteristiche da poter definire un crisis management più ampio rispetto alla visione precedente. E proprio perché tu hai parlato di identità, in guerra succede spesso. Ricordiamoci che una delle operazioni che veniva fatta nei Balcani, come da altre parti, era quella per cui, se sopravvivevi, la prima cosa che facevano, se ti lasciavano vivo, era quello di cacciarti da casa, dividere la famiglia e strappare i documenti. Cioè il significato era proprio quello di privazione del sistema relazionale nel quale si è sempre vissuti. Uno viene mandato da una parte e uno dall’altra. Vuol dire rompere le relazioni che ti danno identità e dall’altra rompere i documenti vuol dire espellerti dalla comunità. Quindi tu vedi proprio come in guerra, anche una strategia ampiamente usata negli ultimi decenni è stata proprio quella: se non ti uccido biologicamente, ti uccido socialmente, che è una strategia ampiamente usata in tanti contesti bellici. Quindi il crisis management ricompone una visione appunto più unitaria rispetto al passato.
Avere uno sguardo globale non vuol dire rinunciare ad avere lo sguardo locale. Questo è il punto. Cioè fino a 40 anni fa quella era la linea. Fino a vent’anni fa era un po la tendenza. Si giocava per sostituzione. Quando io ho detto la reticolarizzazione aumenta, ma non aumenta l’omogeneità, anzi aumenta la diversità. E’ questo che intendo, cioè la consapevolezza di giocare in rete e quindi di far parte tutti dello stesso ecosistema che ormai sta diventando un ecosistema digitale, ma portatore di diversità. La cosa è più difficile. Quindi non vanno bene le stesse cose per tutti, ma noi dobbiamo restare insieme garantendo la diversità; quindi la gestione della diversità. Quando si dice non siamo eurocentrici o americanocentrici secondo me vuol dire non dimenticare le radici, ma portarle consapevolmente al confronto con tutte le altre.
Io sono convinto che questo tema della “Cultural Diplomacy” sia un tema estremamente importante per UPF. Per me UPF è una di quelle poche grandi entità che a livello globale ha una tensione che connette molto bene cielo e terra. Cioè lavoriamo qui per migliorare noi e migliorare gli altri, ma sempre con una visione che va ben oltre. Quindi ha una dimensione spirituale, una dimensione politica e una dimensione culturale, secondo me. UPF è una dimensione organizzativa e, aggiungo, ha una vocazione. Secondo me UPF potrebbe essere sicuramente uno di quegli enti globali che per affrontare le criticità globali del mondo, in questa prospettiva, potrebbe far parte delle sue corde. Per questo mi piace molto parlarne nel nostro contesto.