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Religione e Credo: la prima libertà umana, anche Politica

E’ ambasciatore di pace di UPF e ha partecipato a diversi eventi, anche internazionali, di UPF.

Marco Respinti
Ringrazio dell’invito a condividere con voi alcune riflessioni. E’ sempre un piacere partecipare alle attività di UPF in Italia e all’estero; non lo dico perché sono ospite di UPF, gli amici di UPF lo sanno che sono parole sincere. Quando parlerò di libertà religiosa o di libertà di religione lo intenderò come viene internazionalmente intesa, addirittura con una sigla, che è diventata canonica anche in ambito scientifico cioè FORB che sta per Freedom of Religion or Belief cioè libertà di religione e di credo. Si potrebbe continuare con l’elenco di sinonimi come Freedom of Thought and Conscience, Religion and or Belief, cioè libertà di pensiero, coscienza, religione o credo. L’elenco può allungarsi ma il problema non è la moltiplicazione degli enti, quanto il tentativo di intendere nella maniera più ampia e comprensiva questa espressione. Per alcuni l’espressione religione in quanto tale richiama troppo un’istituzione; alcune espressioni hanno una concezione della divinità molto diversa da quella di altre. E allora in qualche maniera Freedom of Religion or Belief quindi di religione se vogliamo più istituzionalizzata e credo, nel senso più ampio delle vie spirituali possibili, è la definizione che viene adottata.
Ho riportato l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che è luogo canonico dove si trova sostanzialmente questa definizione: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti” (Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, 1948 art. 18). Questo il senso con cui accademicamente ma anche giornalisticamente uso l’espressione libertà di religione. Chiamare diritti umani quei diritti naturali. E si chiamano così perché derivano dalla natura dell’uomo. Poi qualcuno può mettere in discussione quale sia la natura dell’uomo e le filosofie contemporanee lo fanno. E qui il problema si complica. Però se volessimo in tutti i modi contemplare anche questa complicazione avremmo bisogno almeno di un altro seminario. Cominciamo almeno a tenere ferma per quel che ci può servire questa sera l’idea che i diritti umani sono quei diritti che attengono alla natura dell’uomo intendendo per natura l’uomo così com’è; l’uomo così come è fatto, quella natura che fa sì che esistano delle prerogative dell’essere umano che sono così radicali e così definitive che precedono ogni e qualsiasi potere umano e che nessun potere le può modificare, ridurre, conculcare o negare. Nessun potere di nessun tipo, sia esso politico, sia esso culturale, sia esso sociale, sia esso economico, sia esso addirittura religioso. Cioè neanche un potere umano di tipo religioso ha il diritto di conculcare i diritti che attengono alla natura dell’uomo in quanto tale.
I diritti umani sono quella carta d’identità che appartiene alla natura dell’uomo in quanto uomo, proprio perché è uomo e costituiscono una zona franca potremmo dire, una no fly zone come un’altra volta ho avuto modo di definirla su cui non può volare nessuno; la metafora indica che esiste un territorio entro il quale nessuno ha il diritto di intervenire. Questi sono i diritti umani e noi ci battiamo per questi diritti perché riconosciamo che questa caratteristica dell’uomo è assolutamente preminente rispetto a tutto il resto e assolutamente inalienabile e intangibile.
Il primo di questi diritti naturali è il diritto a esistere. Il diritto alla vita è lapalissiano, nel senso che di fronte a un soggetto non vivo, di fronte a un soggetto non morto non ha senso parlare di diritti. Se parliamo di diritti abbiamo bisogno di postulare l’esistenza del soggetto cui faccio riferimento e quindi il primo di questi diritti a cui nessuno può derogare e che deve essere tutelato, al di là di qualunque potere umano, è il diritto a esistere, il diritto a vivere, il diritto alla vita. Dal diritto alla vita, primo di questi diritti umani, consegue immediatamente il secondo dei diritti: la libertà, cioè il poter disporre di questo primo diritto. E’ la capacità tecnica di poter disporre del primo; io sono vivo e quindi della mia vita faccio come saggezza mi consiglia, come ragione mi consiglia. Faccio, se mi permettete l’espressione, quello che voglio. Questa è la mia vita, ho la libertà di disporne. Quindi il primo è il diritto alla vita, il secondo e immediato che è attuazione del primo è la libertà. Quando consideriamo la vita dell’uomo non soltanto come singolo, ma come insieme di persone, come comunità, come gruppo, qualunque esso sia; per esempio il nostro, questa sera, siamo in un certo modo una comunità. Diamo a questo nome e diamo a questo gruppo umano il nome di società e politica è la vita di questo gruppo umano considerato nella sua dimensione pubblica perché anche un gruppo umano, che pur ha una identità comunitaria, continua a conservare un livello privato. Ecco laddove invece prendiamo in considerazione il livello pubblico parliamo di dimensione politica. E allora la libertà come attuazione del diritto alla vita, non soltanto di un singolo ma di un gruppo di persone che chiamiamo società, è la libertà di un gruppo, colto nella sua dimensione pubblica; quindi la libertà assume immediatamente un contenuto politico, un contenuto di vita comunitaria.
Una bella silloge di tutto questo è contenuta nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, varata il quattro luglio 1776. La cito non per una botta di americanismo o di americofilia, ma perché mi sembra una delle più brillanti e sintetiche definizioni di che cosa siano quelle libertà inalienabili, secondo la scansione che ho seguito fino a poco fa. La vita, anzitutto, da cui consegue la possibilità di godere di questa vita. La libertà, ergo il perseguimento della felicità. Io ho combattuto battaglie giornalistiche che non ho mai vinto per far tradurre ai miei colleghi bene questo inglese. Per questo l’ho messo anche in inglese “Portrait of happiness”, il perseguimento. Non c’è scritto la ricerca della felicità come Diogene Laerzio che girava a cercare il mistero e il perseguimento della felicità. La libertà esiste affinché la vita dell’uomo possa perseguire concretamente la felicità. Questa sintesi, e ho citato questo documento per la sua brillante sintesi, contiene secoli e secoli di riflessione umana su questo tema. E’ una sintesi che trova dentro di sé filoni religiosi, filoni laici, quindi ha una universalità che lo rende citabile ad esempio come lo stiamo facendo questa sera; ci si trova dentro San Tommaso d’Aquino; ci si trova dentro John Locke che avevano metafisiche non solo diverse ma addirittura confliggenti. Ed è per questo che vale la pena di tenerlo a mente.
Abbiamo parlato finora di vita e libertà. La libertà intesa come il mettere in moto il primo; il secondo diritto umano che mette in moto il primo, la libertà che rende fruibile la vita. Ma non abbiamo definito cosa sia la libertà. Ora non comincio questa sera a definire che cos’è la libertà, perché l’Occidente va avanti a cercare di definire la libertà da 2500, forse 3000 anni a questa parte. l’Oriente ha altre datazioni. Non mi metto a scoprire l’acqua calda questa sera, ma sottolineo che la libertà, intesa come primo dei diritti naturali umani politici perché è una dimensione di vita pubblica, si sostanzia per essere anzitutto libertà religiosa. Non definisco cos’è la libertà per i motivi che ho appena detto ma mi arrogo la supponenza di definire il contenuto della libertà anzitutto come libertà religiosa. In che senso? Nel senso che non può esservi piena libertà pubblica, non soltanto dietro le mura di casa propria ma nell’agone pubblico, nella vita pubblica, in società, ovunque, senza la libertà di poter anzitutto e soprattutto impostare la questione di principio; quella da cui parte tutto il resto e che fonda quindi ogni altra relazione di tipo sociale, politico, culturale ed economico. E questa libertà è il rapporto fra sé, come essere umano, e Dio. quando dico Dio in questa sede possiamo chiamarlo Essere Supremo, possiamo chiamarlo Essere Infinito, possiamo parlare di trascendenza cosmica, possiamo dargli il nome che vogliamo. La filosofia greca 2000 anni fa ha cominciato a lavorare con questo concetto. Lo prendiamo quasi come termine tecnico. L’importante è la sostanza.
Non vi è libertà pubblica piena della persona se non parte dalla libertà principiale, che è quella di poter liberamente, sovranamente, senza alcuna intromissione, senza alcuna interferenza di nessuno, di nessun gruppo privato, impostare il rapporto fondamentale, quello che fonda tutto il resto del rapporto fra sé e qualunque nome gli diamo, l’Essere che riteniamo per qualcuno il Creatore, per qualcuno è l’essere che definisce le regole dell’universo e quant’altro, cioè Dio come lo definisce la filosofia greca. Perché questo è il rapporto fondante più fondamentale? Perché dietro questa questione non ce n’è un’altra. Tutte le fedi, tutte le religioni, tutti i credo, in qualunque modo chiamino Dio, anche quando non lo chiamino o gli danno nomi diversi o definizioni diverse, evidentemente lo ritengono la questione iniziale e ultimativa, principiale e ultima. E se è principiale ed ultima, dall’impostazione del rapporto fra sé e questa entità, deriva poi il modo con cui l’essere umano imposta la sua vita. Ne deriva una morale, derivano dei criteri di giusto, di sbagliato, di bene, di male, di come raggiungere il bene, di come non fare il male, eccetera eccetera. E quindi da come io imposto il rapporto principiale e ultimativo fra me e Dio, dipende tutto il resto delle mie libertà, anche quando dovessi concludere (e qui l’universalità del principio della libertà religiosa, che vale per tutti, nessuno escluso) e decidere in piena coscienza, in piena libertà che Dio non c’è, non esiste, Non mi interessa. Quand’anche un ateo, e uso il termine in senso tecnico evidentemente per colui che non crede che esista una divinità con nessun nome e nessuna entità, quand’anche qualcuno pensasse appunto che non esiste, ha risolto o ha deciso di risolvere in maniera del tutto sovrana e libera questo rapporto principiale e ultimativo con il divino in una certa maniera. Per esempio, concludendo in maniera negativa che Dio non esiste; da qui deriva anche per lui, anche per questa persona il modo con cui organizzerà la sua vita, la sua vita privata e la sua vita pubblica. A noi interessa evidentemente la vita pubblica, se non quanto la vita privata ha una dimensione sociale riconoscibile e pubblica definita. Deriverà il suo modo di intendere il bene e il male.
Di recente, per anni, c’è chi riflette sull’etica laica, su un’etica non religiosa, su quali siano le fonti dell’etica laica. L’etica non è un’altra questione, è la stessa questione di cui stiamo parlando. È l’aver risolto il punto nodale, fondamentale e principale del rapporto fra uomo e Dio in un certo modo alternativo a quello delle religioni. A me non interessa in questa sede come una persona risolva questo quesito, questa relazione fondamentale. Interessa il fatto che sia il rapporto fondamentale che quindi è addirittura una scelta non religiosa. E contribuisca a definire questa, cioè la libertà religiosa, come il punto principale; principale proprio perché è quella da cui deriva tutto il resto. Uso sempre dei documenti universali, per il loro valore universale. E’ così vero che quando nel 1789 gli Stati Uniti, dopo quella dichiarazione da cui siamo partiti nel 1776, scrissero la loro Costituzione e diedero vita a uno Stato nuovo, quello che chiamiamo Stati Uniti d’America, a un certo punto scrissero la Costituzione. E’ un po la Carta dei diritti e dei doveri dello Stato e si resero conto molto presto, due anni dopo, che quella carta dei diritti e dei doveri dello Stato americano era lacunosa in alcuni aspetti fondamentali e principiali; tanto che a meno di due anni dal varo della Costituzione americana, si misero a puntualizzare alcune cose fondamentali; così fondamentali da dover essere ribaditi in un documento nuovo, quello che viene chiamato Bill of Rights, traducibile in qualche maniera con Carta dei diritti. Si compone di dieci punti per ribadire quali sono i diritti e doveri dello Stato americano. Il primo di questi punti, vuol dire che sta in cima, sta prima, sta a capo e gli altri seguono di conseguenza. Se mi permettete questo debordare nella tradizione giudeo cristiana addirittura il Decalogo è fatto in una certa maniera; con un primo e gli altri quasi a scalare non dico di importanza ma comunque di gerarchia. Il primo dei diritti a cui si mise mano è quello che che ho riportato; il congresso cioè l’Assemblea parlamentare degli Stati Uniti non promuoverà leggi che istituiscono una religione di Stato o che ne proibiscano la libera professione.
La libertà religiosa è pietra angolare fondamentale; non soltanto dello Stato americano perché il Bill of Rights ha valore giuridico negli Stati Uniti perché mostra un modo corretto di impostare il problema. Il livello della politica non promuoverà leggi che istituiscono una religione di Stato o ne proibiscano la libera professione. La libertà religiosa è il primo dei diritti del cittadino americano; in questo caso il primo dei doveri dello Stato americano che deve riconoscerlo. E cosa deve fare lo Stato americano in maniera di religione? Nulla! Deve lasciare libertà al cittadino. Attiro subito la vostra attenzione su due punti. Il primo è che non istituiscano una religione di Stato, né proibiscano la libera professione. Vuol dire la professione in pubblico. Non c’è scritto che il cittadino degli Stati Uniti è libero in camera sua di credere nel Dio che vuole. Neanche gli stati totalitari, neanche nel carcere più terribile, (leggetele le testimonianze nei regimi più disumani del mondo; mi viene in mente a caso il regime nazionalsocialista, piuttosto che in Germania, piuttosto che il regime comunista in Albania di Enver Hoxha) nessuno è riuscito, neanche nei modi più crudeli, a estirpare la libertà di credere dal cuore dell’uomo. Ma qui si dice una cosa ancora più importante; quella libertà non te la può togliere nessuno. Questo documento garantisce la libera professione in pubblico. Vuol dire che non soltanto nella tua cameretta puoi professare la tua religione, ma hai il diritto, e lo Stato ha il dovere di non cozzare contro questo tuo diritto, di professarla in pubblico e di trarre da questa professione pubblica tutte le conseguenze. Vuoi istituire una scuola? Vuoi istituire una libera associazione? Vuoi istituire una banca? Quindi la libertà di religione in tutte le sue dimensioni pubbliche, cioè politiche.
Ecco il titolo da cui siamo partiti. E la seconda cosa su cui vorrei richiamare la vostra attenzione di fronte a questa frase è che mostra un modo concreto, adeguato alla natura per tornare al principio dell’essere umano, di regolare i rapporti fra coscienza, stato e religione. Il Congresso non promulga leggi che istituiscono una religione di Stato. Quindi libertà religiosa è il primo dei diritti. Poi gli altri: libertà di parola, di stampa, il diritto di riunirsi pacificamente e possiamo elencare tutti quanti gli altri diritti, vengono tutti in sequenza dopo il primo che è la libertà di religione. Come dire che la libertà di religione regola il rapporto più importante e più fondamentale fra l’uomo e la divinità. Posso anche dire che Dio non esiste, ma quella è la questione principale da cui partire. Questa che vi ho fatto vedere poco fa, che è il primo degli emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti nel 1791, ha la propria ragion d’essere in un documento che è coevo alla dichiarazione d’indipendenza del 1776 che è la dichiarazione dei diritti dell’allora colonia, poi Stato della Virginia, che la riporta ancora una volta per la sua liberalità e per la sua universalità e, se mi permettete, la sua bellezza. La religione, vale a dire il dovere che abbiamo nei confronti del nostro Creatore e i modi per adempiere a questo dovere, può essere guidato solo dalla ragione e dalla convinzione, non dalla forza o dalla violenza. E pertanto tutti gli uomini hanno egualmente diritto al libero esercizio della religione secondo i dettami della coscienza. Nella bellezza e nella rotondità di questa frase c’è dentro da San Tommaso d’Aquino a Platone, a Locke. Ma più studio l’Oriente, più vedo che c’è dentro anche Confucio. La riporto proprio per questa sua ricchezza, per questa sua bellezza. Direi che questo è il modo corretto del rapporto politico, quindi pubblico, fra Stato, uomo e religione.
Mi sono accorto però che ho parlato fino adesso di FORB, Freedom of Religion, ma non ho ancora definito la libertà religiosa. Non l’ho ancora definita. Definire la libertà religiosa e come definire l’essenza di Dio, quindi Dio mi scampi. Però certamente alcune notazioni le possiamo elencare; io ne ho elencate tre. La libertà religiosa come il diritto di Dio prima di tutto. Il diritto di Dio di essere adorato in coscienza e sincerità dall’essere umano. Questo attiene ai credenti evidentemente, gli altri hanno un’opinione diversa, che rispetto totalmente, ma che è un’altra. Dio, se è Dio, ha il diritto di essere adorato liberamente dall’uomo e quindi nessun potere umano ha il diritto di frapporsi. A maggior ragione per un credente che ritiene Dio l’essere più importante, l’Essere Supremo, questa divinità ha il diritto alla preghiera, all’adorazione da parte dell’uomo in totale libertà, non in costrizione, non in condizioni di cattività, non in condizione di minorità. Dio ha il diritto di essere adorato dall’uomo liberamente, sulla pubblica piazza, nei modi che Dio e che l’uomo immagina, evidentemente fatto salvo il diritto positivo. Se per adorare il mio Dio devo far esplodere dei palazzi questo no, evidentemente, ma nei modi consentiti dalla legge, dalla legge naturale, dalla legge vera del bene e del male. Il diritto di adorare Dio nella modalità che io ritengo essere la più adeguata; nei modi, con i riti, con i gesti che ritengo in piena coscienza essere adeguati. Dio ha diritto a questo da parte dell’uomo.
La seconda dimensione della libertà religiosa è il diritto di credere o di non credere che è una forma di credenza. La persona umana ha il diritto di credere o di non credere e nessun potere costituito può conculcare o sottrarre o decurtare questo diritto. Con quale diritto si può negare a una persona di credere e di vivere la sua credenza in pubblico? Il terzo è il diritto della persona umana alla verità. E io credo che questa sia la sintesi forse più bella; non è mia ma l’ho colta una volta che vidi un convegno organizzato con questo titolo: “il diritto alla verità”. E l’ho fatta mia perché mi sembrava l’espressione più piena, più rotonda per definire la libertà religiosa. Di che cosa parliamo quando parliamo di libertà religiosa? Parliamo del diritto della persona alla verità, a credere che una verità esista, a inseguirla, a cercarla, a trovarla, a cambiare opinione sulla verità, a cambiare opinione sui modi per raggiungere la verità. Quindi il diritto alla conversione da un gruppo a un altro fa parte della libertà religiosa e quando parliamo di verità evidentemente stiamo parlando della verità ultima su tutte le cose. Quindi diritto alla verità, credere che esista, il diritto a inseguirla, a cercarla, a trovarla, a cambiare idea sulla verità, a cambiare modo di pensare e di cercare la verità e a vivere questa verità in pubblico, traendone tutte le conseguenze pratiche. Quando eravamo partiti prima da quel documento che ho citato per la sua sintetica bellezza, la libertà, la vita e la possibilità concreta materiale di poter perseguire quella che io ritengo la felicità, è la dimensione politica pubblica del mio diritto alla verità. Io voglio credere in Dio e credere che Dio, qualunque nome io gli dia, esista o non esista, ed essere libero di trarne tutte le conseguenze pratiche, concrete, materiali, organizzative, sociali, politiche. Fatti salvi i limiti che dicevamo prima: il diritto naturale e la legge vigente. E’ chiaro che se mi trovo in Unione Sovietica o in Cina o nel Terzo Reich, il discorso sulla legge può modificarsi molto, ma è un caso particolare. Quindi a trarne tutte le conseguenze consentite appunto dalla legge, perché questo è il primo dei miei diritti.
Se io ho questa garanzia, se lo Stato mi garantisce questo, io posso vivere la mia vita serenamente, posso contribuire al bene comune serenamente. E credo che sia uno dei temi che interessano tantissimo a UPF e che quindi interessano a tutti noi che partecipiamo alle attività di UPF nei modi più diversi. Ho la possibilità di fare tratti in comune, tratti di percorso in comune con sensibilità culturali e religiose diverse, anche con chi sul discorso religioso conclude in maniera diversa perché riconosco l’universalità di questa prima e fondamentale libertà. Non è semplicemente la libertà di essere libero nel mio recinto ma di portare la libertà, questa mia libertà, fuori e viverne tutte le conseguenze senza che nessun potere organizzato o potere religioso concorrente di uno Stato o di un gruppo qualsiasi me lo neghi. Chiudo semplicemente con questa battuta: lavorando con diversi gruppi religiosi o nuove religioni non ho mai trovato nessun credente, in alcuna religione, che definisse la libertà religiosa come relativismo; oggi sono una cosa domani sono un’altra o meglio ancora un po di tutto come un insaccato misto. Ho sempre trovato persone che credono fermamente nella propria tradizione religiosa, tanto da essere così delicati, caritatevoli, amorevoli nei confronti del prossimo da dire: guarda che io penso che questa sia vera. E’ soltanto con queste persone che io sono riuscito a lavorare, personalmente da giornalista, bene in comune; pur avendo appartenenze religiose diverse ma essendo tutti quanti rispettosi della propria tradizione. Addirittura mi è capitato questo con dei non credenti. La libertà religiosa deve essere la capacità di ogni singolo uomo a organizzarsi liberamente e sovranamente patendone le conseguenze positive e negative nel regolare il primo e più importante rapporto: quello fra sé e, come diceva un mio carissimo amico americano, colui che abita al piano di sopra. Grazie.

(…)
Dici delle cose importantissime ma che aprono un filone enorme. Io ho impostato la questione per massimi sistemi perché credo sia importante avere sempre più chiaro, e lo dico anche per me, cosa faccio dalla mattina alla sera quando cerco di operare per la libertà religiosa facendo il giornalista. Quindi in una maniera molto particolare, se vogliamo minimale, però quello che dici è il punto vero perché poi i massimi sistemi vanno calati nel pratico. Soprattutto abbiamo detto la libertà religiosa è un diritto umano politico perché ha una dimensione pubblica e quindi non possiamo non prendere in considerazione che i massimi sistemi poi devono essere calati nella pratica. E qui io credo che non esista una ricetta; credo che esistano forme e modi diversi che gli organismi e le organizzazioni politiche debbano prendere in considerazione quando trattano questo tema. Io dico, se non mi scambiate per un per un matto, che meno gli Stati si pronunciano legislativamente in termini di regolamentazione religiosa meglio è. Perché di esempi virtuosi non ne ho visti moltissimi. Io ho citato il primo emendamento del Bill of Rights dove c’è scritto appunto il modo migliore dello Stato per agire in politica è di non occuparsene perché tutti i luoghi dove se ne occupa non va bene proprio (nei casi eclatanti di regimi totalitari quello l’abbiamo chiaro però non è che, come dicevi tu, nei nei Paesi della cosiddetta democrazia compiuta, Stati Uniti compresi che sono il portatore di quel documento piuttosto che altri, poi allora vada tutto bene). Ma perché quasi sempre gli Stati pensano di dover legiferare in materia di religione, addirittura dover legiferare per garantire la libertà religiosa laddove invece paradossalmente è meglio un totale lasciar fare. Fatto salvo che se uno ammazza, ruba e stupra, non interessa di quale religione, ma ha rotto il patto civile e quindi va perseguito a norma di legge. E non interessa se l’ha fatto per motivi religiosi, per motivi non religiosi e di quale religione sia. Ma al di là di questa evidente flagranza di reato meno lo Stato legifera e più si lasciano le comunità religiose regolamentarsi meglio è. Qui poi entrerebbe in gioco il dissidio fra le comunità, quella più forte e quella meno forte; qui forse l’unico ruolo che lo Stato può avere è quello di arbitraggio fra queste comunità; ma decidere chi fa che cosa è sbagliato. Detto questo io sono però convinto che si debba in qualche modo tenere conto del fatto che in un certo paese esiste una tradizione culturale identitaria, sentita, forte e condivisa da cui non si può prescindere. Questo non giustifica evidentemente nessun tipo di prevaricazione di un gruppo sull’altro. L’intelligenza dell’uomo politico o meglio ancora l’intelligenza delle comunità maggioritarie deve essere quella di non buttare a mare la propria identità culturale e religiosa ma non trasformare questo nella negazione di quello che ho definito il diritto alla verità di un altro gruppo. Ci sono piccole oasi ci sono luoghi dove qualcuno prova, ci sono stati anche nel passato e non lo dico perché abito a Milano ma qui abbiamo avuto nel Settecento e nell’Ottocento, con tutti i suoi difetti, un ordinamento politico che cercava di far stare insieme almeno quattro religioni.

(…)
È verissimo ed è bellissimo questo concetto di diplomazia spirituale. Io ho detto FORB per dire Freedom of Religion and Belief cioè la cosa più ampia possibile. Una cosa che spesso ci sfugge, sfugge a me per primo per cui ogni ogni tanto cerco di costringermi a ricordarlo, tutti i problemi fra le fedi, le religioni, i gruppi religiosi istituzionalizzati non liberi, derivano dagli uomini. Sono gli uomini che aderiscono a una o un’altra religione che hanno problemi con altri uomini che aderiscono. Non sono le religioni, non sono i gruppi religiosi, non sono le fedi ad avere problemi, sono gli uomini che le vivono in una maniera particolare. Io posso portare qualche banale esempio perché faccio il giornalista e mi occupo di queste tematiche. Mi trovo a difendere gruppi musulmani perseguitati da altri musulmani che interpretano l’Islam in modo diverso. Quell’altro non è islamico. Perché? Perché l’ho detto io; perché obbedisce a un criterio normalmente non religioso, cioè di tipo politico a cui si dà una veste religiosa. A volte è un tipo religioso ma di una interpretazione religiosa non autentica e quant’altro. Questo è successo nell’ambito del cristianesimo questo è successo in qualunque religione. Avrete sentito il caso degli Ahmadiyya che sono qualche milione di fedeli musulmani che hanno un’interpretazione particolare dell’Islam certamente, ma che comunque si fonda sui sei pilastri della fede musulmana. Quando sono stato a trovarli nella loro città Santa nel Punjab indiano di qua della frontiera in India in un Paese a maggioranza musulmana e a maggioranza indù e con un governo di un certo tipo ma che garantisce la libertà religiosa al di qua del confine nel Punjab indiano facciamo quello che vogliamo. Mi hanno portato a vedere moschee meravigliose hanno centri culturali. Passano la frontiera e sono bollati come eretici; devono firmare un documento che va allegato al passaporto in cui c’è scritto “io non sono musulmano” che però per lui che è musulmano, perché lo Stato pachistano li perseguita per questo, rasenta quasi non dico la bestemmia ma rinnega la sua fede. E c’è un confine politico di mezzo. Il problema ce l’hanno gli uomini, gli uomini che vivono le religioni in una certa maniera. Io ho chiuso definendo la libertà di religione in primis come il diritto di Dio di essere liberamente e pienamente adorato. In secondo luogo la libertà dell’uomo di credere e deve essere lasciato libero di credere; ha questo diritto umano fondamentale di poter credere. Terzo la libertà religiosa come diritto alla verità. Se queste cose sono vere Dio non viene assolutamente toccato dai dissidi fra gli uomini. Allora gli uomini dovrebbero anzitutto cominciare, e voglio sembrare utopista, a pensare prima di tutto, quando perseguitano qualcun altro per motivi religiosi, se questo sia adeguato alla fede che dicono di professare. Se si cominciasse a fare questo piccolo esame di coscienza rispetto alla serietà con cui una persona vivo non vive la propria impostazione religiosa addirittura anche quella atea, come dicevamo prima, forse le cose comincerebbero a cambiare. Le persone serie sono serie rispetto alla propria tradizione religiosa. Quella serietà è la serietà rispetto alla tradizione religiosa o al nome di Dio che do. Anche se un altro chiama Dio in maniera diversa o ha un’interpretazione, una lettura diversa, io posso legittimamente considerarla diversa e sbagliata, ma non ho nessun diritto di dire che lui deve essere massacrato o quant’altro o impedito anche semplicemente di aprire una scuola, di aprire qualche cosa semplicemente perché la mia interpretazione che continuo a ritenere giusta è diversa. Io non so se oggi le nazioni o gli Stati facciano l’esame di coscienza ma se cominciassero.

(…)
Se mi concedete mezzo minuto vi racconto un episodio. Tutte le volte che ci penso mi tocca ancora oggi. Sono stato in viaggio di nozze a Salisburgo e sono stato invitato a pranzo quando una certa persona ha saputo che ero lì con mia moglie freschi e novelli sposi. Era uno dei più grandi studiosi di materie giuridiche Thomas Kaimowitz, tedesco di origine slava, ebreo praticante; lui ci ha invitato a pranzo. Prima di pranzo ha indossato la kippah, ha reso grazie in ebraico e poi mi ha tradotto il ringraziamento; ha ringraziato Dio per il pranzo, per gli ospiti e ha ringraziato Dio per il signore che aveva raffigurato a casa sua dietro di lui. Dietro di lui aveva un ritratto dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo. Gli ho quindi chiesto come mai e mi rispose: perché io sono ebreo, lui era cattolico e noi eravamo garantiti. E ha cominciato a elencarmi una serie di diritti pubblici che gli ebrei avevano sotto quell’impero. E mi disse: sai quando è finito? Quando c’è stato, nei decenni dopo, l’avvento al potere del nazionalsocialismo. Lì è cambiato tutto e io non mi dimentico mai di pregare questo signore. Lo racconto perché tutte le volte che ci penso, forse perché era il mio matrimonio, mi sembra una cosa bellissima. Questo signore di una minoranza perseguitata che ne ha fatte di cotte e di crude che però veniva garantita dalla maggioranza. Proprio quello che stavi dicendo tu Giorgio cioè una maggioranza che sente la responsabilità; l’imperatore che si concepisce padre e, anche se ha figli diversi, li garantisce. Quando al posto di questo padre è salito al potere, evidentemente un Barbablù, i figli diversi sono diventati figli di un Dio minore e neanche esseri umani. C’è una profonda differenza.

(…)
Credo che la diplomazia possa partire ancora una volta e prima di tutto conoscendosi. Se uno non conosce dice stupidaggini e sbaglia. E poi serve rispetto che non è un rispetto da etichetta appiccicata. Io sono credente e lo siete anche voi; io credo che voi abbiate una scintilla divina dentro di voi e che qualunque essere umano abbia questa scintilla perché è creato in una certa maniera. Che cos’è la mia fede se non è anzitutto rispetto e direi inginocchiarsi di fronte alla scintilla divina che c’è nell’umano. E allora un uomo le mani addosso ad un altro uomo non le mette, quindi comincia ad ascoltarlo, a dire ok, proviamo a parlare. La diplomazia comincia così io credo; quindi conoscenza e quel rispetto che deriva da questa profonda dignità divina dell’essere umano che è il principio poi per fare ogni altro passo.