quindi studioso di fenomeni migratori; è anche docente di filosofia presso l’Istituto San Pietro di Viterbo aggregato al Pontificio Ateneo Sant’ Anselmo di Roma. Il tema che ci presenta e che ci è sembrato particolarmente interessante, viste le sue competenze, è questo: “Le Ragioni della Pace alla prova delle migrazioni contemporanee”. E’ un tema scottante ed anche molto divisivo. Idealmente, dal punto di vista di UPF, la migrazione dovrebbe essere una libera scelta di ogni persona, non certo una costrizione spesso per ragioni di vita o di morte. Purtroppo le circostanze in cui viviamo, i fatti che sentiamo nelle notizie, ci mostrano una situazione molto sofferta e spesso tragica. Quindi abbiamo chiesto a Luca un suo intervento proprio su questa tematica, per capire le ragioni della pace e se ci sono possibili vie d’uscita. Quindi lascio senz’altro a te Luca la parola e grazie ancora.
Luca Di Sciullo
Grazie a te Carlo per queste parole così lusinghiere e così gentili, dopo le quali non posso fallire, mi sento iper responsabilizzato. Sono molto grato a te, a Franco e a voi tutti per avermi invitato a questo incontro e prendermi questo spazio; cercherò di fare un intervento che riesca a coniugare anche queste competenze e interessi di vita che coltivo ordinariamente. Però c’è un dono che vorrei farvi e di cui voglio dirvi sin dall’inizio. È possibile, per tutti voi che partecipate a questo incontro, scaricare gratuitamente dal sito di IDOS, che è il centro studi che presiedo, il nostro più importante rapporto sull’immigrazione, un rapporto annuale sull’immigrazione in Italia, un rapporto socio-statistico che si chiama Dossier Statistico Immigrazione. Potete farlo lungo tutto il corso dell’incontro, e terremo anche aperta la possibilità, gratuitamente in pdf, e andando sul sito www.dossierimmigrazione.it – Allora il mio intervento è titolato “Le ragioni della pace alla prova delle migrazioni”. Intanto quali sono le ragioni della pace? Poi vediamo come viene declinata, soprattutto nella gestione delle migrazioni a livello mondiale e poi anche in Europa e in Italia. Intanto quindi le ragioni della pace. Si dice che la pace va a braccetto con la giustizia, quindi non c’è pace senza giustizia, però noi sappiamo anche che la giustizia da sola non regge e ha bisogno di essere pensata, concepita e anche praticata insieme ad altre due colonne che sono la verità e la libertà. Non c’è giustizia se non c’è neanche verità e libertà, non c’è libertà se non c’è verità e giustizia e così via. Nessuno di questi tre si regge da solo, vanno presi sempre tutti insieme. È come se la verità fosse un po’ la testa, la libertà i polmoni e la giustizia le braccia, quindi sono un insieme organico. Quindi in sintesi non c’è pace senza questi tre. Cosa vuol dire giustizia? Cos’è la verità e cos’è la libertà? Direi che intanto la verità è fondamentalmente ciò che l’umano è nella maniera più autentica. La nostra verità più profonda come esseri umani sta nella nostra umanità. L’umanità lo sappiamo è un insieme di doti, ma anche i limiti della nostra persona fanno la nostra verità. Quando desideriamo realizzare un incontro con un altro essere umano, se è un incontro vero, significa che è fatto nella verità di ciò che noi siamo e nella verità di ciò che l’altro è. Qual è la verità? La verità non sono tanto i nostri punti di forza, ciascuno ha i propri. Quando in un incontro ci si limita a mostrare i punti di forza è solo perché si vuole misurare le forze dell’uno e dell’altro, però misurare le forze dell’uno e dell’altro non è tanto un incontro bensì uno scontro. Invece l’incontro è tutto il contrario, è l’esibizione senza infingimenti, senza maschere, senza timori, senza mistificazione; è la capacità di mostrare all’altro non tanto i propri punti di forza, ma i propri punti di debolezza e qui ci vuole tanto coraggio. Ognuno ha i propri, però ci si incontra davvero quando ci si riconosce l’uno nell’altro, nella debolezza che abbiamo in comune, perché se c’è qualcosa in comune che gli esseri umani hanno sono i propri limiti, sono le proprie fragilità, non le proprie forze. Quando qualcuno miracolosamente espone la propria verità che sta nella propria debolezza, offre all’altro la possibilità di immedesimarsi e qui nasce un incontro vero, è un incontro della verità di ciò che siamo. Quindi tutti noi abbiamo dei bisogni, siamo fragili, non siamo autosufficienti e la nostra fragilità ci denota come esseri umani, molto più che i nostri punti di forza. Questa è in prima approssimazione quello che intendo per verità, la verità è la nostra pasta comune, siamo tutti fatti della stessa pasta umana che è fatta di questi bisogni, abbiamo tutti gli stessi bisogni e tutte le stesse necessità. Poi c’è la libertà e la giustizia. La giustizia non è tanto una giustizia formale, giuridica, ma la giustizia è la possibilità di esprimere, di realizzare ciò che ciascuno di noi è nella sua singolarità, nella sua originalità. Noi facciamo una vita giusta se siamo quello che siamo, se realizziamo noi stessi. Le altre forme di vita sono abbastanza ingiuste, cioè sono finte, non corrispondono a quello che siamo, ci procurano nevrosi, una forma di non realizzazione della nostra verità. Quindi la giustizia è giusta se realizza la verità che noi siamo. Per realizzare quello che noi siamo però dobbiamo essere anche liberi, dobbiamo poter avere la libertà di essere ciò che siamo veramente e di diventarlo, di realizzarlo giustamente. Se vogliamo condensare i diritti della persona, li possiamo anche guardare sotto questi tre punti di vista, verità, giustizia e libertà. Solo così si costruisce la pace. La pace viene da un termine latino che è pactus, cioè è un patto, è un patto che io stringo con gli altri esseri umani, è un patto collettivo in cui siamo d’accordo che dobbiamo realizzare intorno a noi le condizioni necessarie perché ciascuno possa realizzare con giustizia la propria verità ed essere libero di farlo. Se non c’è questo patto non c’è neanche la pace. Se queste sono le ragioni della pace, vediamo in che modo reggono o non reggono alla prova delle migrazioni. Noi gestiamo le migrazioni di altri esseri umani salvaguardando e promuovendo queste ragioni della pace? La verità dell’altro come essere umano? La possibilità che lui si realizzi, realizzi la propria giustizia e quindi che lo faccia in libertà? La risposta pare abbastanza negativa; questo è molto preoccupante. Noi sempre meno guardiamo i migranti come persone umane fatte della nostra stessa pasta, quindi non li riconosciamo uguali a noi, aventi i nostri stessi diritti; li riconosciamo a uno stadio di inferiorità. Il razzista fondamentalmente è quello che dice che un suo simile è inferiore a sé e facendo così cade in una specie di tranello perché alla fine dicendo che l’altro è inferiore non fa altro che ritenere se stesso e autodenunciare la propria inferiorità, quindi smaschera la propria sub umanità. Perché se io dico a un mio simile che è di una pasta inferiore, proprio perché in realtà lui è un mio simile è come se stessi dicendo a me che sono di una pasta inferiore. Quindi sto dicendo a qualcuno della mia stessa pasta che appartiene a un rango inferiore, ha una dignità inferiore, quindi sto dicendo che anche io che sono della stessa pasta sono di un rango inferiore, quindi sto autodenunciando la mia inferiorità. Poiché siamo tutti dello stesso rango umano, sotto il rango umano che cosa c’è di inferiore? La bestia; quindi il razzista sta autodenunciando la sua bestialità quando dà dell’inferiore a un suo simile. Questo è il paradosso che smaschera la grande menzogna del razzista. Quindi qual è l’atteggiamento che dovremmo avere verso i razzisti? Di grande pietà tutto sommato. Sono persone che meritano la nostra pietà perché non si accorgono di non essere consapevoli della propria dignità. Quando noi ci relazioniamo con gli altri con questa modalità, concependoli o guardandoli come inferiori a noi, non stiamo facendo altro che manifestare la nostra sub umanità, mentre l’altro invece appartiene al rango umano. Ora, noi se guardiamo a come vengono gestite le migrazioni a livello politico, a livello di governance, sia sul piano globale, sia sul piano europeo e poi anche andando sempre nel piccolo, nella nostra realtà italiana, ci accorgiamo che da decenni noi abbiamo degli atteggiamenti razzisti; poi si traducono in leggi di tipo razzista, che denunciano la nostra sub umanità, la nostra inadeguatezza di far parte dell’essere umano, che non garantiscono quei tre fondamenti che dicevo prima. Intanto non guardano l’altro nella sua verità di essere umano; quindi, la prima cosa che viene disconosciuta è l’umanità dell’altro, cioè la sua verità più profonda. Lo vediamo come noi gestiamo i migranti. L’Europa, per esempio, a partire dal secondo decennio degli anni 2000, si è spaventata perché nel 2001 è scoppiata la guerra in Siria; poi c’è stata l’uccisione di Gheddafi. Abbiamo conosciuto una grande pressione migratoria alle frontiere orientali per l’afflusso dei profughi dalla guerra della Siria e, in contemporanea, dalla parte meridionale dal flusso dei migranti che venivano dalla Libia. L’Europa, che si era ritrovata sin dai padri fondatori, era convenuta intorno a un principio trasversale rispetto ai retaggi culturali dei padri fondatori come Delors o Schuman. Erano fondamentalmente tre anime, lo sappiamo tutti, l’anima cristiana, l’anima social-democratica e l’anima liberale; non liberista ma liberale. Si erano tutte riconosciute in un unico principio che era trasversale a tutte e tre queste anime che era il principio solidaristico dei popoli. I grandi padri dell’Europa sognavano un’Europa fondata sulla solidarietà tra i popoli. Negli anni 80-90 questo principio solidaristico è stato già messo in crisi non tanto dalle migrazioni ma dal fatto che noi abbiamo accolto una visione neoliberistica di stampo anglosassone che è transitata dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna e poi, prima nell’epoca della Thatcher poi fino anche a Blair, è entrata in Europa e ha preso il sopravvento culturale. Noi l’abbiamo visto da tante cose; per esempio da Maastricht che ha posto per la prima volta come criteri di ingresso nell’Unione Europea dei criteri finanziari, economicistici; per cui un Paese che anche oggi vuole entrare a far parte dell’Unione deve garantire di avere i conti apposto e di obbedire a certi standard economici. Abbiamo visto per esempio nel 2008 quando è scoppiata la grande crisi in Grecia, altro che solidarietà dei popoli. Abbiamo visto come è stata trattata la Grecia con la Troica, con le banche che hanno richiesto una grande austerity finché la Grecia non è andata apposto su questi conti. Il principio solidaristico era già stato messo in crisi da quegli anni. Poi nel 2011 come vi dicevo è stata la grande pressione migratoria, poi ci sono state le primavere arabe che hanno alimentato i flussi migratori, soprattutto dal Mediterraneo. Tra il 2014 e il 2017 ci sono stati ingressi massicci mai visti in Europa e ingressi irregolari di migranti che hanno raggiunto gli 800.000 in un anno; nel 2015 è stato l’anno del picco più alto. Allora come hanno risposto i paesi europei, compresa l’Italia? Hanno risposto in spregio e in sfregio del diritto internazionale che aveva alla sua base proprio quei principi che vi ho appena detto, il principio del riconoscimento dei diritti umani, della giustizia, della verità e della libertà. Abbiamo cominciato ad adottare politiche di chiusura, sia dei canali d’ingresso per i lavoratori stranieri, in Italia addirittura dal 2008 da quando c’è scoppiata la prima crisi mondiale; quindi non abbiamo fatto entrare praticamente nessun lavoratore straniero in Italia. Poi verso i profughi e i richiedenti asilo, che sono un’altra categoria e non sono migranti economici ma migranti cosiddetti forzati, abbiamo adottato sistematicamente politiche di respingimento e di espulsione. Anzi, pur di aggirare quel principio di non respingimento, che era stato sancito dalla Convenzione di Ginevra a protezione e garanzia dei richiedenti asilo (cioè non puoi respingere un migrante che entra nel tuo paese impedendogli di fare domanda di asilo, devi garantire il diritto della domanda di asilo) l’Europa ha ritenuto di non far mettere piede dentro i confini europei per evitare che poi dovesse essere obbligata a concedere il diritto di domanda di asilo. E quindi che cosa ha fatto? Ha fatto quello che viene chiamato dagli esperti l’esternalizzazione delle frontiere, cioè ha pagato stati terzi confinanti con l’Europa affinché bloccassero i flussi di profughi al loro interno. Un esempio i campi profughi della Turchia, della Libia, della Bosnia, lungo le maggiori rotte, per impedire addirittura di mettere piede all’interno dei confini europei al fine di aggirare questo principio. E abbiamo pagato questi stati per tenere migranti in questi campi profughi dove sappiamo non c’è acqua, non ci sono fogne, quindi stanno nel caldo torrido d’estate, nelle tende, al gelo e al freddo d’inverno, in una situazione di totale sospensione perché non possono più tornare indietro ma non possono più neanche andare avanti. Quindi stanno in una specie di limbo che non corrisponde né alla propria identità originaria che sta alle spalle, né al verso dove andare che gli è precluso; sono una specie di terra di nessuno, terra di mezzo, per un tempo assolutamente indefinito come una specie di surreale sospensione della vita, del tempo e dei diritti. Quindi privati della loro libertà di realizzarsi, rinnegati nella loro verità di esseri umani, trattati in maniera bestiale e privati della loro libertà. Esattamente all’opposto da quelle ragioni della pace che avevo espresso all’inizio, quindi siamo in una situazione di potenziale colpa. Anche l’Italia ha fatto la sua parte pagando fino a un miliardo di euro; l’Europa ha pagato fino a 9 miliardi e mezzo di euro alla Turchia di Erdogan che sappiamo non è proprio un paese che ha diritti umani, pur di bloccare i flussi dalla Siria che è ancora in guerra. Mentre nel caso della Libia l’Italia non si è fatta scrupolo di fare accordi con l’uno e con l’altro governo, però è uno che detiene il vero potere e tra i due litiganti il terzo gode. Il vero potere in Libia è detenuto dai clan familistici che hanno il controllo di diverse municipalità che sono in conflitto tra loro; ognuno di questi clan ha delle proprie milizie e ciascuno di questi clan si finanzia fondamentalmente in due modi: uno con il contrabbando del petrolio (la Libia è uno dei maggiori produttori e anche l’Italia compra petrolio in contrabbando; anche le organizzazioni mafiose lo fanno e poi fanno spuntare come funghi quei distributori di benzina che hanno prezzi stracciati). Poi l’altro metodo di foraggiamento delle milizie libiche è la tratta degli esseri umani. La Libia trattiene tutti i flussi migratori che non solo vengono dall’Africa sub-sahariana ma anche dal continente indiano, convergono in Libia per raggiungere l’Europa. La Libia li blocca in questi campi dove sequestrano i beni, torturano, stuprano, consumano violenze che le Nazioni Unite hanno definito indicibili. Poi mandano le immagini e i filmati di queste violenze alle famiglie di origine di questi migranti per ricattarle per soldi. Noi abbiamo fatto accordi non solo con i due governi che non hanno il potere reale ma anche con queste milizie che controllano non solo i traffici di esseri umani, ma controllano anche questi campi di detenzione, veri e propri lager; controllano anche però i passatori, cosiddetti scafisti che regolano il traffico. Quindi noi abbiamo pagato un miliardo di euro a questi farabutti pur di non avere migranti nei nostri confini. Non solo, però se noi guardiamo, al di là di quelli che vogliono arrivare, a quelli che stanno all’interno del nostro paese per esempio con uno sguardo trasversale alle politiche migratorie che sono state finora messe in atto, noi ci accorgiamo che sono politiche assolutamente discriminatorie, hanno reso la vita difficile ai migranti. Le politiche sono talmente stringenti che addirittura le leggi producono irregolarità. Molti migranti arrivano regolarmente in Italia, in realtà sempre meno. Però quei pochi che arrivano poi non riescono a rinnovare in maniera regolare il permesso di soggiorno perché i requisiti, non solo per acquisirlo, ma anche per rinnovarlo, sono talmente stringenti che non riescono a completare questi requisiti. Faccio solo un esempio, attualmente la legge che risale al 2002, conosciuta come la legge Bossi-Fini, prevede che per rilasciare e rinnovare il permesso di soggiorno per lavoro, questo straniero debba, anzitutto per riceverlo la prima volta, prima stipulare il contratto di lavoro in prefettura dove viene convocato il datore di lavoro italiano e lo straniero che viene richiamato nominalmente dall’estero. Il datore di lavoro deve dirsi previamente disponibile ad assumere proprio quella persona lì, chiamandola per nome e cognome, che la legge pretende essere all’estero e che quindi il datore di lavoro non ha ancora visto. Attualmente siamo in un paradosso, il datore di lavoro dichiara di voler assumere proprio quella persona, che si chiama Caio o Sempronio, che sta per dire in Marocco. Quella persona poi si presenta all’Ambasciata italiana in Marocco, esibisce il documento, si fa il match e quindi viene rilasciato un visto d’ingresso. Quando entra in Italia con il visto, questa persona ha otto giorni per presentarsi in prefettura, viene convocato il datore di lavoro, devono prima firmare il contratto di lavoro e poi viene rilasciato il permesso di soggiorno per lavoro. Ovviamente è tutta una finzione, noi consideriamo che i tre quarti dei lavoratori stranieri lavorano in piccole aziende o lavorano nelle famiglie come badanti o come babysitter. Poi pensate se una famiglia o un’azienda a gestione familiare con pochi dipendenti si sognerebbe mai di affidare i propri cari non autosufficienti, o la gestione o il lavoro della propria piccola azienda a gestione familiare a una persona che non hanno mai visto e conosciuto, di cui sanno solo il nome per averla richiamata. Naturalmente il sistema non ha mai funzionato. Come funziona? Funziona che prima lo assumi in nero e poi quando c’è la possibilità tu sani la situazione. Una volta addirittura avveniva il paradosso dei paradossi; avevi già lo straniero assunto in nero in casa, poi magari c’è una regolarizzazione, allora devi fare la chiamata nominativa facendo finta che non lo conosci, sperandoti disponibile ad assumerlo da te e se tutto va in porto questo qui che già lavora in nero da te deve tornare nel proprio paese d’origine, presentarsi all’ambasciata di quel paese come se non avesse mai ancora messo piede in Italia, gli viene concesso il visto per poi ritornare in Italia. Non solo, ma quelli che vengono pizzicati irregolarmente vengono reclusi nei CPR dove possono stare fino a tre mesi; lo Stato dovrebbe identificarli e poi rimpatriarli, cosa che non succede mai, sia per mancanza di risorse economiche sia per mancanza di accordi con i paesi d’origine per le riammissioni. Quindi dopo tre mesi viene dato a loro il cosiddetto foglio di via che è un’intimazione a fare con le proprie risorse, quello che lo Stato non è riuscito a fare nei tre mesi precedenti, cioè rimpatriare. Ovviamente nessuno lo fa e quindi si disperdono ancora una volta irregolarmente. Purtroppo noi abbiamo meccanismi legislativi che producono irregolarità. Quando tu sei irregolare sei espellibile; quindi, devi stare in uno stato di sommerso. Lo Stato non sa chi sei, non sa dove sei, non sa cosa fai e ovviamente sei vittima, sei il piatto prelibato di organizzazioni criminali che pescano in questo bacino di sommerso per reclutare personale per proprie attività illecite. Ditemi se tutto questo corrisponde a quelle ragioni della pace che abbiamo identificato nella verità, cioè nella uguale dignità degli esseri umani, nel loro diritto di realizzarsi per ciò che sono, nelle loro aspirazioni, nella giustizia e nella libertà. Proprio non ci siamo; le ragioni della pace messe alla prova della gestione delle migrazioni non reggono, sono del tutto disprezzate, sfregiate. Viviamo in un paradosso che è globale ormai in cui i paesi d’origine sono sempre più inabitabili a causa di guerre o di carestie, ci sono disastri ambientali, ci sono persecuzioni, ci sono condizioni di vita invivibili. Però abbiamo anche i paesi di destinazione che sono inospitali, sempre più inospitali. C’è un paradosso di fondo, c’è il diritto a emigrare ma non c’è più il diritto a immigrare, cioè hai il diritto di lasciare il tuo paese ma non hai il diritto di approdare dove vuoi perché l’immigrazione è sempre più proibita. Quindi i migranti oscillano, è una umanità diciamo sempre più alienata perché oscilla tra una provenienza inabitabile e una destinazione inospitale. Se facciamo una sintesi questo ci evidenzia che viviamo in un mondo sempre più invivibile. Grazie, direi che intanto mi fermo qui.

Carlo Zonato
Grazie Luca. Hai toccato una serie di risvolti, di circostanze, di situazioni che sembrano incredibili. Come si può uscire da questo circolo vizioso? Io adesso apro alle considerazioni, domande o riflessioni da parte di chi è collegato con noi, su questo panorama che, per come l’hai descritto Luca, è notevolmente deprimente. Ci rendiamo conto che purtroppo è la realtà da cui vorremmo uscire. Quando sentiamo queste situazioni, come si fa ad essere sereni? In realtà facciamo fatica a stare bene, sapendo che ci sono dei simili, come tu hai detto, che si trovano in queste circostanze. Allora apriamo a queste riflessioni eventuali. Vedo la mano alzata di Giorgio Gasperoni, prego Giorgio.
Giorgio Gasperoni
Luca hai fatto una disamina molto ampia, l’hai anche approfondita in tanti termini. All’interno dell’Europa e dell’Italia riguardo a tutti gli immigrati che già ci sono e vivono insieme a noi, soprattutto nel secondo decennio, cioè dopo la guerra in Siria, dopo le primavere arabe, c’è stata molta discussione, se mi ricordo bene, sul modello da applicare. Si è parlato del multiculturalismo che non ha funzionato. C’è chi ha parlato di politica assimilazionista . Ho letto molto su queste cose, però sono sempre rimasto un po’ così, senza capire bene qual è la soluzione migliore. Ci puoi dare delle spiegazioni su questo, perché chiaramente c’è un grosso problema, anche per quelli che ormai vivono qui e sono parte delle nostre società.
Luca Di Sciullo
La letteratura ci restituisce tre modelli europei che hanno preso piede e sono stati applicati dagli anni cinquanta, dal secondo dopo guerra in poi; sono durati un paio di decenni poi sono andati un po’ sfumando. Sono tre modelli che hanno ciascuno un riferimento anche geografico. C’è il modello francese, appunto assimilazionista che tu dicevi Giorgio. Il modello risponde al criterio per cui, se sei straniero, puoi essere integrato nella nostra società se diventi francese come noi, se vieni assimilato alla nostra identità francese. Qual è l’identità francese? Laica per eccellenza. Però il laicismo francese è un laicismo per eliminazione. Sei laico veramente se nella vita pubblica, negli spazi pubblici della vita collettiva, togli o rinunci a tutti quei caratteri distintivi che appartengono alla tua identità più individuale. Quindi il tuo credo religioso per esempio, visto che è qualcosa che appartiene alla tua privatezza, non trova spazio nell’ambito pubblico. Vi ricorderete tutti le grandi questioni legate al velo, ai simboli religiosi, nascono tutti dalla Francia. La Francia dice no, queste cose tu le puoi vivere nel privato della tua casa, ma non negli spazi pubblici, anche tutti i segni distintivi delle tue appartenenze del paese d’origine. Quindi se tu rinunci a tutto questo diventi un laico francese e tu sei un cittadino francese, però devi abdicare a tutti i tuoi portati identitari e culturali che appartengono alla tua individualità. Questo è un modello francese, quindi è un appiattimento su una identità laica in senso asettico. L’altro modello era il modello, forse l’inverso di questo, del melting pot, cioè multiculturalista, un po’ anglosassone, americano, poi soprattutto inglese, ma anche olandese o nord europeo. Tu puoi mantenere la tua identità culturale specifica e anzi la società è costruita come un melting pot; il melting pot sarebbe l’insalatiera, dove ogni pezzo dell’insalata ha la sua specifica identità. Però il problema è che tutto è sovrapposto l’uno all’altro, cioè non ci sono interazioni, non c’è comunicazione tra i portati culturali, ognuno sta per conto suo, come in un’insalata i vari pezzi stanno per conto proprio, non si fondono insieme. Questo tradotto anche a livello urbanistico, nelle città multiculturaliste, ci sono i quartieri etnici: Little Italy, Chinatown, il quartiere olandese. Ognuno sta per conto suo, la società è come una specie di insalatiera, però non c’è interazione tra di loro, anzi c’è conflitto. Questo è il modello multiculturalista. Poi c’è un modello invece più tedesco, quello del lavoratore-ospite, il gastarbeiter. la Germania è il più grande paese di migrazione in Europa dagli anni 50, lo è continuativamente; oggi ospita oltre 10 milioni e 600 mila stranieri, in Italia c’erano appena 5 milioni, meno della metà, però la Germania non ha mai riconosciuto di essere un paese di immigrazione perché? Perché guardava gli immigrati come dei lavoratori ospiti; venivano e lavoravano, però erano ospiti, nel senso che subito dopo sarebbero tornati in patria. Quindi non valeva la pena investire in politiche di integrazione per la lingua e così via, tanto sarebbero stati lì per poco tempo. Nessuno di questi modelli ha funzionato; hanno rivelato i propri limiti. Noi in Italia non abbiamo sposato nessuno di questi, siamo rimasti indietro, non abbiamo una legge sull’integrazione, però certamente abbiamo dei modelli non formali di fatto che nascono dal basso; però sono molto interessanti e sono legati proprio alla nostra configurazione. L’Italia è l’Italia dei comuni, quindi è l’Italia dei centri di provincia, ciascuno dei quali ha un patrimonio storico, culturale e identitario molto forte; a volte si sente più fortemente questa identità locale che l’identità nazionale. L’identità nazionale in certo modo è stata un po’ più imposta dall’alto, per così dire, però è molto forte il retaggio storico dei comuni. Quindi noi abbiamo delle identità forti nel piccolo e guarda caso l’integrazione da noi funziona nel piccolo. Gli stranieri si integrano molto più quando riescono a essere riconosciuti in questi contesti che hanno un patrimonio locale e localistico molto accentuato. Quando entri a far parte di quel tessuto locale sei integrato molto più che se tu sposi un’identità più generale italiana. Uno straniero è molto più accettato quando arriva a Roma, comincia ad assumere la romanità, parla romanesco, si accetta nel contesto locale piuttosto che se si concepisce come un italiano. Sono più forti queste identità e questo funziona molto nel nostro paese. Cioè, nonostante tutti i problemi che abbiamo noi nel gestire l’immigrazione, perché non ci sono mai scontri o attriti sociali? Perché funziona questo modello più basico, sotterraneo, per cui tutto sommato uno straniero che a livello locale sposa il patrimonio identitario della zona si integra meglio.
Carlo Zonato
Grazie. Quindi l’Italia risponde a questa disponibilità di integrazione ma che è vissuta dal basso, come hai detto. Non so se dappertutto è così. Mi vengono in mente certe situazioni dei famosi campi di raccolta dei pomodori dove c’è un reddito misero. Non lo so fino a che punto ci sia una reale integrazione di questo numero di persone. Mi sembra più che lì ci sia una specie di ricambio continuo. Non so se hai analizzato qualcosa su questo fronte Luca.
Luca Di Sciullo
Sì, l’immigrazione è una specie di corpo vivo. Noi la studiamo da un punto di vista socio-statistico, quindi ogni anno vediamo quanti sono in Italia, se sono cresciuti o se sono diminuiti. Però anche se noi fossimo di fronte a una situazione numericamente statica, come lo è da almeno otto anni a questa parte, l’immigrazione, a dispetto di quello che dicono i politici, non cresce; siamo sempre intorno ai 5 milioni. Però non bisogna pensare che questi 5 milioni sono sempre le stesse persone dell’anno precedente. Sono il risultato al netto di movimenti di entrata e uscita che più o meno si equivalgono e quindi poi alla fine il bilancio è stabile. Ma c’è un ricambio, certamente. Noi abbiamo tanti stranieri che escono fuori dall’Italia, che emigrano fuori dall’Italia, insieme a tanti italiani che hanno ripreso a emigrare. Ma più che entrare sono quelli che nascono in Italia. Gli ultimi dati sono intorno a 80.000 nascite di soli stranieri; sono stranieri a tutti gli effetti anche se non hanno vissuto l’esperienza migratoria; sono nati da genitori stranieri. Quindi c’è questo ricambio ed essendoci un ricambio anche le esigenze di integrazione cambiano. Per esempio le seconde generazioni, cioè i figli di genitori stranieri che ormai sono già grandi, hanno esigenze di integrazione ed aspettative di integrazione radicalmente diverse da quelle dei loro genitori. E ci sono spesso conflitti, anche intergenerazionali. I loro genitori, che sono i pionieri dell’immigrazione perché sono venuti proprio fisicamente qui, hanno accettato e ritengono per loro sufficienti i lavori di più bassa qualifica, un trattamento non paritario, un disconoscimento dei diritti, però tutto sommato nel loro immaginario ce l’hanno fatta. Tutto questo proposto ai figli è qualcosa di inaccettabile. I figli spesso sono nati qua, hanno condiviso gli stessi percorsi di formazione, hanno maturato le stesse aspettative di realizzazione dei loro coetanei italiani. Però poi quando escono dalle università o dalla formazione, devono inserirsi nel mondo del lavoro. Noi sappiamo che la prima forma di integrazione è il lavoro. Vengono i datori di lavoro e discriminano, quindi a parità scelgono l’italiano piuttosto che quello che ha origini straniere, e vengono quindi discriminati. Questo loro non lo accettano naturalmente.
Carlo Zonato
Grazie Luca. Io direi che possiamo recuperare quei sette minuti che abbiamo perso all’inizio per l’avvio. Quindi non esitate per via dell’orario perché recuperiamo questi sette otto minuti. Vedo infatti Marco che ha alzato la mano. Prego Marco a te.
Marco Respinti
Non so dove finisce la considerazione o dove inizia la domanda. Io ho apprezzato in particolar modo la prima parte dell’intervento dove il nostro caro amico ha cercato di definire il perché tra esseri umani ci si deve comportare in un certo modo e non in un altro. Quindi ha cercato di andare alla radice del problema antropologico, morale, filosofico, chiamiamolo come vogliamo, un melting pot di tutte queste tre cose. Credo sia il punto vero e credo che sia il punto su cui si può e si deve lavorare quando non si hanno le mani direttamente in pasta in certe situazioni molto particolari. Io ho avuto a che fare con il problema dell’immigrazione, mi piace molto questa dizione, ma va sottolineata perché è ampia e comprende tante cose in maniera diversa da chi si occupa tutti i giorni di migranti. Le immigrazioni di cui mi sono occupato riguardano situazioni di persecuzione religiosa, disconoscimento dei diritti umani in maniera così palese da rendere necessario per alcune persone di abbandonare, di scappare e quant’altro. I miei amici, lo sanno, sono tornato 48 ore fa dal Bangladesh per una visita che ha anche a che fare con queste cose; quindi di profughi addirittura nella propria terra, di profughi nella propria nazione, nel proprio paese. Credo che il problema delle migrazioni sia un problema antico quanto l’umanità, o almeno da quando si parla di Caino e Abele; cioè dei rapporti fra popoli, popolazioni e quant’altro. Perché trattare gli altri come pezze da piedi e anche peggio è appunto un problema antico quanto l’umanità. I modelli descritti di assimilazione o integrazione che sono stati proposti questa sera sono falliti miseramente tutti perché provengono da un approccio di tipo ideologico. Credo sia molto importante quando è stato detto che l’Italia può mostrare un modello che non è probabilmente rubricato come tale nei libri che si occupano di questi temi, ma che funziona nel pratico; perché è affidato a quella micro società, quel micro welfare fatto dalle famiglie, dalle piccole comunità di cui l’Italia è ricca. Questa stessa cosa letta al contrario, evidenzia che ha funzionato dove lo Stato ci ha messo meno le mani, o ce le ha messe male a tal punto da rendersi bypassabile. Se prendiamo ad esempio il modello francese che da almeno due secoli è fatto in un certo modo, dove il peso dello Stato si sente moltissimo, questo crea degli effetti dirompenti; basta fare quattro passi nelle banlieue. Un paese che conosco discretamente, come gli Stati Uniti, questa stessa logica funziona alla stessa maniera. Il melting pot negli anni 40 e 50 è diventata un’ideologia che è stata incubata a Berkeley piuttosto che a Harvard, e poi si è cercato di imporla sulle città ed ha prodotto il disastro che il mezzo secolo abbondante successivo ha mostrato. Basterebbe invece fare un giro nel Senato e nella Camera federali degli Stati Uniti, per vedere come l’integrazione delle micro comunità funziona pure lì. Ci sono un numero di indiani dell’India, non pellerossa, che sono candidati forse anche alla presidenza degli Stati Uniti in numero maggiore che in altri paesi. Allora l’integrazione funziona, essendo un problema reale, quando viene affrontato dalle persone reali, quelle che stanno sul territorio; dalle famiglie, dalle micro comunità anche se molto numerose. Ma vengo alla domanda. Abbiamo capito chi sono i cattivi di questo film triste, ma quali sono i buoni? Cioè, qual è una proposta concreta che non sia ideologica e che non sia uno schema varato da un Parlamento per poterlo applicare alla realtà e invece provare ad affrontare la realtà per quella che è. Non vorrei a questo punto diventare antipatico, ma distinguere anche fra migranti, non perché ci sia un migrante di serie A, un migrante di serie B, un migrante di serie C. Io so certamente che nella mia casa, che non è grandissima, posso forse ospitare un migrante, due non ci stanno. E siccome non voglio renderlo schiavo nel mio paese, peggio di come era a casa sua, come faccio ad occuparmi? Chi si occupa di quello che io devo lasciare indietro? E di quello di cui io mi occupo è colui che ha un’urgenza di vita o di morte? I miei amici cinesi che scappano perché se no gli estraggono gli organi ancora quando sono vivi, i miei amici bangladeschi che li ammazzano semplicemente perché qualcuno dice che sono eretici rispetto al Corano, eccetera. Non so se la domanda è sufficientemente confusa per essere ben capita?
Luca Di Sciullo
In effetti io l’ho ben capita ed è una bella domanda. Che cosa si può fare di positivo? Innanzitutto io vorrei dire che la tua analisi io la condivido molto. Prima dicevamo dell’integrazione dal basso, è davvero così. La verità viene dal basso, la giustizia viene dal basso, la libertà sta in basso. In basso, alla base della nostra società ci sono le dinamiche più autentiche, più vere, più genuine, più buone. Il male viene dall’alto. Chi è che in questi anni ha mistificato, demonizzato, svilito gli immigrati? Quelli che stanno in alto, cioè le classi dirigenti che tengono il potere politico di questo paese ed è anche chiaro il motivo. Noi viviamo da decenni, molto prima che l’Italia diventasse un paese di immigrazione, disfunzioni endemiche, cioè mali sociali endemici, che hanno la loro origine qui, non ce la porta nessuno da fuori. La disoccupazione, la mala sanità, la corruzione, il poco lavoro, la questione femminile, la questione meridionale, i giovani. Questi sono mali che io, quando ero piccolo, sentivo al telegiornale; adesso ho 50 anni, ne sono passati 43 e ancora li sento. Sono mali endemici che ci trasciniamo da decenni. Ora, una classe politica che per tutto questo lungo lasso di tempo è evidentemente stata incapace, nonostante le alternanze di colore, a mettere mano e risolvere strutturalmente questi mali, come fa a giustificare? Come fa a giustificare il fatto di essere meritevole, comunque, di essere una classe dirigente? Con il solito arcaico, ma sempre infallibile metodo, è cioè il capro espiatorio. Io sono responsabile, nel senso che io sono fondamentalmente incapace a risolvere questi mali sociali endemici, i mali della società. Come faccio a tenerla insieme, una società che ha queste spinte disgregative proprio perché affitta da questi mali? Devo creare il nemico comune. Io so che quando io addito un nemico comune, allora tutti gli uomini sono capaci ad allearsi. Guarda caso, quando bisogna fare del male, siamo tutti pronti ad allearci, quando bisogna fare del bene non ci si allea affatto. Questo l’hanno capito molto bene, si crea il capo espiatorio. Il capo espiatorio è l’innocente, non innocente nel senso che non fa niente di male, quello che è incapace di nuocere, cioè incapace di rispondere al male che tu gli fai; ed è il profilo ideale del capo espiatorio. E’ uno che poi non reagisce, quindi è uno senza diritti. L’immigrato risponde perfettamente a questo profilo, l’immigrato è stato il capro espiatorio. Infatti, la dinamica del capro espiatorio avviene in tre passi. Uno, il potente di turno decide chi è e lo addita. Guardate che se voi state male, non avete lavoro per i vostri figli, non trovate lavoro, c’è la malasanità, non avete le case, non avete soldi a sufficienza per andare avanti, la colpa non è nostra, è colpa di quello lì, dell’immigrato. Non c’è lavoro in Italia, è colpa degli stranieri che lo rubano; c’è la malasanità, è colpa degli stranieri che portano le malattie; la corruzione, certo, sono gli stranieri che campano alle spalle dello Stato. Il potente di turno addita il capro espiatorio. Poi c’è il secondo passo, un apparato comunicativo che è compiacente col potere e lo demonizza. Infatti, noi abbiamo visto dal 2018 in poi, quando c’era un certo clima politico in Italia, quanti discorsi d’odio, quanta discriminazione nei media compiacenti col potere c’era verso i migranti, tantissima. Devi demonizzarlo, lui è il demonio, lui è la causa di tutti i nostri mali sociali. Poi il terzo passo è l’esecuzione. Una volta che l’hai additato e l’hai demonizzato, lo devi far fuori. Ci sono tanti modi di far fuori la gente, non solo fisicamente. Ci sono modi simbolici di farti fuori. In tanti modi puoi ammazzare una persona, lo escludi, non gli parli, lo lasci in una situazione di emarginazione, di non comunicazione, eccetera. Questa esecuzione la fa normalmente la società civile quando è indottrinata dai potenti e dai media. Però ripeto, il buono sta sotto. Come fare a distruggere tutto questo? Come fare a superare questa visione ideologica, queste mistificazioni, queste narrazioni sbagliate, erronee, volutamente distorte? Con l’incontro. Se c’è qualcosa di antiideologico è l’incontro di persona vero, tangibile, pelle a pelle, quasi tattile. Quando tu incontri un immigrato, uno straniero, a tu per tu, normalmente cadono tutti in una volta il 90% dei pregiudizi. Io ho conosciuto persone che si proclamavano orgogliosamente razziste, poi nella loro vita è capitato di incontrare uno straniero e mi hanno riportato che era una brava persona. Forse tutti gli altri sono così, ma quello no, perché l’ho conosciuto. I potenti di turno sono talmente potenti di turno che invece fanno il gioco contrario, sono talmente consapevoli che quando crei dei luoghi di incontro vero, fisico, tattile, con gli stranieri succede questo, e tutte le loro palle cascano in una volta sola. Infatti cosa hanno fatto? Hanno distrutto, limitato tutti i luoghi di incontro reale. Guardiamo quello che è successo per esempio a Riace. Perché tutto questo accanimento contro Riace? Perché quello era un luogo di incontro che dimostrava, con la forza dei fatti, senza neanche dover parlare che l’integrazione è possibile, che l’incontro è possibile. Infatti, l’hanno fatto fuori. Cioè l’ideologo che cosa teme di più? La forza della realtà, la forza dei fatti. La forza dei fatti è talmente potente che distrugge ogni tua rappresentazione ideologica, che ti dimostra senza bisogno di parole che è possibile. E quindi nel piccolo, anche nei più piccoli spazi d’incontro. Non serve essere eroi, cioè che uno deve ospitare a casa propria dei migranti, uno lo fa se può, ma trovare occasioni e spazi, anche piccoli, di incontro reale, questo ci salverà.
Carlo Zonato
Vedo che anche Katia annuisce a queste sollecitazioni. Nomino Katia perché so che sei molto sensibile a queste riflessioni, a queste tematiche, avendo anche affrontato i temi della giustizia riparativa. Anche qui potrebbe centrare molto la questione della giustizia riparativa, visto che è una delle parole chiave, verità, giustizia, libertà eccetera.
Katia Trinca Colonel
E infatti la giustizia riparativa è fatta proprio di incontro, il cardine intorno a cui ruota è proprio l’incontro. Incontrarsi in quella fragilità, in quel bisogno che ci accomuna tutti come esseri umani, e quella è la chiave di svolta. Quando ci troviamo sul terreno comune dell’umanità, del dolore, della sofferenza, prendiamo consapevolezza di tutto quello che ci rende simili e quindi è da lì che nasce il confronto vero, il dialogo autentico, sincero.
Carlo Zonato
Quindi la parola chiave è “incontro”, sì quello reale. Ci portiamo a casa questa parola stasera. Anche noi ci stiamo incontrando con una disponibilità d’animo e vi ringrazio di cuore per questo. Questo fa sì che ci si incontra comunque anche se non è di presenza, ma perlomeno affrontiamo con sensibilità, con apertura come dicevi Luca all’inizio. Siamo simili, bisogni e quant’altro sono simili, siamo sulla stessa barca per incontrarci e ricostruire un po’ di tante varie cose che non girano propriamente bene. Allora io apprezzo anche lo strumento virtuale che ci dà la possibilità sinceramente di poterci incontrare, comunicare e riflettere su questi temi. In ogni caso il nostro tempo è scaduto. Un grazie di cuore Luca per come hai “cucito” questo intervento. Adesso ho capito bene cosa intendevi con “le ragioni della speranza” e mi è piaciuto parecchio, devo dire la verità. Grazie di cuore a tutti voi collegati. Il prossimo appuntamento è per lunedì 26 giugno. Abbiamo già la conferma da parte di Antonio Stango, presidente della Federazione Italiana per i Diritti Umani (FIDU), per il suo intervento. Un abbraccio ed un grazie di cuore a tutti. Buona serata.