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UPF Italia PEACE FORUM – 25 Settembre 2023

Carlo Zonato presidente UPF Italia Dr Stefano Bartolini 

Vorrei dire, come premessa, quanto sia stata lungimirante la visione dei nostri fondatori, il Rev. Dr. Moon e la moglie dssa Hak Ja Han Moon, nell’avviare una serie di progetti che toccano le varie aree e discipline sociali. Parliamo della governance, dell’area della politica, dell’area accademica, dell’area dei media, delle fedi, dell’arte e della cultura e naturalmente anche quella economica. Questo ha dato un notevole impulso e ci ha permesso, come UPF, di collegare persone che amano la pace come propria coscienza e sulla base della loro competenza specifica in questi vari settori. Con la loro cooperazione possiamo promuovere cultura di pace in ogni ambito cercando poi di creare buone sinergie con al centro la costruzione della pace sostanziale. Fino ad ora però non avevamo dedicato nessun incontro del Peace Forum al tema dell’economia e quindi siamo felici di questa opportunità. Credo che l’economia possa giocare un ruolo centrale nel costruire armonia e coesione sociale. Mi ha molto colpito la prima volta che ho scoperto la radice etimologica della parola economia: OIKOS che vuol dire CASA e NOMOS che vuol dire REGOLA. Già questo ci fa percepire un po’ di che cosa stiamo parlando; che cos’è l’economia, o meglio che cosa dovrebbe essere. Il vocabolario ci offre una definizione: “l’economia rappresenta l’insieme di attività, istituzioni o strumenti il cui scopo è regolare e soddisfare tutti i nostri bisogni”. Io aggiungerei tutti i nostri bisogni ma per tutti; questa dovrebbe essere la nostra aspirazione ideale quando parliamo di cultura della pace. Per questo, avendo conosciuto Stefano Bartolini qualche anno fa, gli ho chiesto se era disponibile ad offrirci il suo pensiero rispetto a questo tema: “Economia al servizio della pace: Utopia o Concreta Opportunità?” E quindi vi presento il professor Stefano Bartolini che è docente presso l’Università di Siena dove insegna economia politica e, cosa molto singolare, l’unico corso di economia della felicità delle università italiane. E’ autore di numerosi articoli su prestigiose riviste accademiche internazionali e di saggi divulgativi tra cui: “Manifesto per la Felicità” tradotto in cinque lingue ed il più recente “Ecologia della Felicità” di cui è in corso la traduzione in inglese e giapponese. Ha collaborato tra l’altro con importanti istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, l’OCSE e anche l’International Panel on Social Progress. Prima di passare a lui la parola  mi piace sottolineare una sua nota. La sua ricerca parte dall’osservazione che l’attuale ordine economico e sociale sembra insostenibile da almeno tre punti di vista: 1) Il degrado dell’ambiente. 2) Il degrado delle relazioni tra le persone. 3) Il degrado del benessere delle persone. Da qui le domande: “Ma perché tutto questo accade?” E soprattutto: “E’ possibile conciliare una migliore qualità del nostro ambiente, delle nostre relazioni e del nostro benessere con la prosperità economica?”. Queste sono  domande che già aprono interessantissime riflessioni e, a questo punto, Stefano ti lascio sicuramente la parola. Grazie

Prof Stefano Bartolini

Bene. Grazie Carlo. Ti stavi chiedendo se un’economia che contribuisca alla pace è possibile oppure è utopia?  La risposta è no, non è utopia, è possibile costruirla. Il problema è che l’economia attuale fa esattamente il contrario. In sostanza, io parlerò di come l’economia contribuisca a plasmare una inclinazione alla guerra, alla violenza, negli individui e nelle nazioni. E parlerò anche di come invece si debba e si possa costruire un’economia che produca l’esito esattamente contrario. La mia tesi è che l’attuale sistema economico è alla radice di una epidemia di insoddisfazione, ansia, fragilità, insicurezza, depressione. E questa epidemia affligge larghi strati di popolazione nelle società contemporanee. In una parola, le società industriali sono sempre più popolate da individui infelici e quindi impauriti, difensivi, affascinati da logiche di contrapposizione come quella buoni e cattivi, o come quella del capro espiatorio.  Questa condizione predispone gli individui ad accettare la violenza come un elemento inevitabile delle relazioni tra entità collettive come gli Stati, come le etnie o le razze. Ed è il sistema economico che guida questa evoluzione.

Chiarisco una cosa, io mi occupo di Economia della Felicità da parecchio tempo; faccio studi sulla felicità. L’economia della felicità in realtà è diventata un tema molto importante. In economia ci sono già due premi Nobel a studiosi della felicità ed è diventato un tema importante da quando si sono scoperti vari modi di misurare la felicità; si fanno studi proprio quantitativi che tendono a rispondere a domande millenarie su cosa ci rende felici e su cosa ci rende infelici. E andiamo al punto sul perché il sistema economico produce questi esiti di profonda insoddisfazione nella popolazione, in larghi strati della popolazione, che predispone la gente ad accettare queste logiche di contrapposizione, queste logiche di violenza. Il punto è che noi viviamo in un sistema economico che ci ha fatti diventare più ricchi di beni privati e più poveri di beni comuni. Mi spiego meglio. In particolare quando parlo di beni comuni sto pensando alle relazioni umane e, dal punto di vista della felicità quello che abbiamo scoperto è che le relazioni umane sono un punto chiave. Ci sono tanti fattori che influenzano la felicità degli individui, ma il più importante sono le relazioni. Ad esempio, la gente che sta veramente male e profondamente infelice è la gente sola. Pesa molto di più sulla percezione della felicità la povertà di relazioni che la povertà economica.

Vi stavo dicendo che il sistema economico ci ha fatto diventare più poveri di relazioni. Prendiamo l’esempio italiano, ma in realtà vale per tutti i paesi industriali; noi veniamo da decenni di erosione delle relazioni.  Nella mia generazione, da bambini, noi crescevamo in gruppo e all’aperto. Adesso i bambini sono in casa e vivono avventure digitali da soli. Loro conoscono il mondo attraverso gli schermi, noi lo conoscevamo attraverso le persone. Cioè quello che è successo è un enorme espansione della solitudine infantile. Questo ovviamente non riguarda soltanto gli adulti e soltanto i bambini. La solitudine è diventata un problema di massa nei paesi occidentali. Una volta compravamo le cose nei negozi di quartiere, avevamo un rapporto con chi vendeva; poi siamo passati ai supermercati e ora addirittura ad Amazon. Non abbiamo più alcun rapporto con chi vende. Faccio un altro esempio: prima dell’avvento delle automobili avevamo città con spazi comuni di qualità, senza rumore, pericolo, inquinamento. Ed era lì che si formavano le relazioni, negli spazi comuni. La gente si conosceva nelle strade, nelle piazze. Le città sono state inventate 5000 anni fa proprio per aggregare la gente. Ed ha funzionato sempre così fino a che non sono arrivate le automobili. A quel punto gli spazi comuni urbani hanno smesso di creare relazioni, di creare tessuto sociale. Sono diventati posti dove si passa, non ci si ferma, non ci si conosce.

Parlavo di erosione dei beni comuni tra cui l’ambiente. Per fare un esempio: io vivo a Firenze e fino agli anni 60 l’Arno era balneabile. Immaginatevi in una città con estati torride come Firenze che cosa voleva dire poter arrivare al fiume e fare il bagno. Voleva dire un immenso sollievo per la popolazione. Voleva dire anche meno spese perché meno esigenza di andare in vacanza. In sostanza il mondo dello sviluppo economico, che ha portato all’industrializzazione  ci ha resi più ricchi e ci ha liberati dalla povertà di massa, è un mondo che ci ha resi più ricchi di beni privati ma ci ha resi anche più poveri di beni comuni. E tutto questo ci conduce a spendere. Dobbiamo spendere per vacanze perché l’ambiente che abbiamo vicino a casa, che è un bene comune,  non ha più la possibilità di fare il bagno (per esempio nel caso dell’Arno). Spendiamo per il tempo libero perché nelle città i posti di ritrovo a basso costo non esistono più. Altro esempio spendiamo per i bambini. Il fatto di avere ridotto i bambini in solitudine, il fatto che non crescono più all’aperto e in gruppo ha reso l’infanzia molto più costosa. Adesso abbiamo bisogno di un esercito di baby sitter perché non hanno più autonomia. Abbiamo bisogno di riempire il vuoto delle loro vite solitarie con giocattoli. L’infanzia è divenuta costosa e tutto questo grava enormemente sui bilanci delle famiglie.

Pensate agli anziani. Stesso discorso. Gli anziani fino a qualche decennio fa erano immersi in una fitta rete di relazioni sociali. Adesso l’evoluzione urbana li ha resi soli e ci vuole la badante. Prima c’era un tessuto sociale che si prendeva cura degli anziani quando erano soli e acciaccati. Io questo fatto a Firenze l’ho visto fino agli anni 80. Se un anziano era solo un quartiere intero si prendeva cura di lui; la gente passava a trovarlo o gli faceva la spesa. Adesso gli anziani son soli, la gente non si riconosce più nemmeno all’interno dello stesso palazzo. Ci vuole la badante, ci vuole la R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistita). Insomma, quello che vi sto dicendo è che i soldi compensano largamente il declino dei beni comuni. Siccome siamo sempre più poveri di beni comuni, ci servono soldi per soddisfare i nostri bisogni e per soddisfare i bisogni che non vengono più soddisfatti dai beni comuni, dalle relazioni, da un ambiente di qualità. E poi spendiamo tanto anche per sostenere la nostra autostima, perché individui resi insicuri dal deserto di relazioni rarefatte e conflittuali in cui vivono vengono rassicurati dal consumo. Una bella macchina, una bella casa, viene detto alla gente che dopotutto anche loro sono soci di questa società. La tessera di socio di questa società è nel consumo e nel comprare. I pubblicitari lo sanno benissimo e infatti ci martellano con il più immenso apparato propagandistico della storia che è la pubblicità, per convincere la gente che il consumo garantisce inclusione, amore e felicità. “Consumo dunque sono” è il paradigma dei pubblicitari. In realtà i pubblicitari sono quelli che prima di ogni altro sanno quello che vi sto dicendo e cioè che i bisogni di relazione, i bisogni sociali non sono meno importanti dei bisogni materiali. Infatti loro vendono soddisfazioni non materiali. Pensate che il Mulino Bianco venda biscotti? Il Mulino Bianco vende famiglie felici, amore, inclusione e successo. È questo quello che la pubblicità vende. La pubblicità non pubblicizza mai i prodotti, pubblicizza emozioni, pubblicizza associazioni tra i prodotti ed emozioni positive e le emozioni positive sono largamente relazionali; amore e buone relazioni.

Insomma quello che vi sto dicendo è che tutto questo isolamento creato dal sistema, tutta questa solitudine rende la gente insicura, rende la gente infelice, rende le loro identità fragili, la loro autostima fragile e il consumo li rassicura. Quindi quello che vi sto descrivendo io è un sistema economico in cui i soldi diventano la soluzione di tutti i problemi individuali, sociali e diventano l’aspirazione unica della gente, perché è un sistema in cui la qualità della vita collettiva declina drammaticamente. L’economia che vi sto descrivendo è un’economia che definirei difensiva, nel senso che è basata sulla difesa privata che gli individui compiono, con i soldi, dal degrado di ciò che hanno in comune. E l’economia difensiva tende a produrre ovviamente livelli elevati di quello che noi economisti chiamiamo il PIL, il prodotto interno lordo che misura quello che produciamo, quello che consumiamo. E i Paesi ricchi hanno livelli di PIL elevato perché il PIL cresce in questo sistema perché il PIL misura la ricchezza privata, non misura la ricchezza comune; misura tutto quello che ha un prezzo. Ma le relazioni non hanno prezzo e la qualità dell’ambiente comune non ha un prezzo. Quindi l’aumento del PIL, quello che chiamiamo crescita economica, ci dà l’illusione che la qualità della vita stia migliorando e questo confligge in realtà con tutti i dati che abbiamo sulla felicità perché mostrano tendenze veramente preoccupanti nei Paesi ricchi. Cioè la felicità è declinata fortemente in tanti Paesi e continua a declinare.

Per non parlare poi dell’erosione di un altro aspetto fondamentale della nostra qualità della vita collettiva e cioè la qualità delle decisioni prodotte dai sistemi politici che è in grandissimo declino. Io su questo però taglierei corto altrimenti perdo troppo tempo. Insomma tutto questo declino dei beni comuni si accompagna all’erosione del bene privato più importante che c’è: il tempo e la qualità del tempo. Perché è il più importante? Perché il tempo è la vita e la qualità del tempo è la qualità della vita. Il risultato di questo tipo di sistema economico in cui viviamo è quello di produrre individui ansiosi, aggressivi, soli, competitivi, frettolosi, insoddisfatti e ossessionati dal denaro e dal successo e quindi dal lavoro. Sono individui che hanno identità vulnerabili e fragili, che li rendono fatalmente inclini alla caccia al colpevole della loro insoddisfazione. E questo è il punto chiave. Sono quindi affascinati dalla logica del capro espiatorio e da quella buoni /cattivi. Divengono disponibili quindi ad accettare la violenza come strumento inevitabile che è legittimato dalle insidie del perfido avversario. Il perfido avversario possono essere gli immigrati come qualche potenza nemica. E il punto è che questi individui sono impauriti e la paura genera estremismo. Ovviamente il diffondersi di questa mentalità aumenta la probabilità di guerre. Insomma, quello che sto dicendo è che il presupposto dei conflitti internazionali è la paura. La paura costruisce una mentalità aggressiva e conflittuale che predispone ad accettare il conflitto come parte sostanziale ed inevitabile delle relazioni umane, incluso quelle internazionali. Questa paura ha origine nell’isolamento e nella percezione di impotenza individuale e collettiva.

Questa mentalità ha visibili incarnazioni politiche nel nazionalismo di destra che è in grande espansione in tutto l’Occidente. Uso la parola nazionalismo, ma spesso si parla di sovranismo, destra alternativa, destra antisistema. Il diffondersi del nazionalismo ovviamente aumenta il rischio di guerre. La sua definitiva affermazione su scala internazionale disegnerebbe uno scenario che secondo me è da incubo e stiamo andando in quella direzione. È uno scenario di crescente intolleranza all’interno dei Paesi e di aggressività esterna. All’interno si acuisce l’avversione al diverso in senso etnico, culturale, sessuale, religioso eccetera; nelle relazioni internazionali naufraga ogni forma di multilateralismo e di diritto internazionale insieme all’Unione europea. Tutto questo aumenterebbe la minaccia di conflitti armati. Attualmente i nazionalismi dei vari Paesi si sostengono a vicenda, ma se si affermassero su vasta scala finirebbero per scontrarsi. E l’anteprima di questo ci viene fornita dal feroce scontro tra il nazionalismo catalano e quello spagnolo, che sono ambedue di destra. La storia europea è il paradigma dello stretto legame nazionalismi=guerre. Se guardiamo alla storia europea il legame è strettissimo perché era stata l’ondata di nazionalismi che aveva sconvolto l’Europa, a metà 800, ad assumere toni sempre più aggressivi e a sfociare infine nella prima guerra mondiale e poi nella seconda. In sostanza la mia tesi è che c’è un nesso tra il sistema economico, la tipologia di individui che esso produce e l’emergere del consenso nazionalista.

Quello che ora argomenterò è che il nazionalismo è lo sbocco inevitabile di questa economia difensiva che produce individui tanto impauriti e tanto soli. In sostanza voglio dire che il sistema economico produce individui sensibili al messaggio nazionalista e che il diffondersi di questo messaggio aumenta il rischio di guerre. Quello nazionalista in realtà è un revival degli anni 30 del Novecento; questo è notato da tantissimi osservatori. Si sente ripetere spesso che l’affermazione dei nazionalismi europei negli anni 30, il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, fu dovuta alla crisi del 29 e che la storia si sta replicando dato che, dopo la crisi del 2008, le forze nazionaliste hanno cominciato ad aumentare fortemente il loro peso politico. Si rileva inoltre una similitudine culturale perché i nazionalismi degli anni 30 e quelli odierni hanno tratti fortemente comuni. Sono entrambi basati sul richiamo identitario, spesso condito con venature di autoritarismo e di razzismo. Più precisamente, i nazionalismi di entrambi i periodi hanno diffuso, e questa è una citazione “Le norme di una religione politica che nega l’idea della fratellanza umana nelle sue varie forme”. E’ una citazione da Karl Polanyi “La grande trasformazione”, uno dei libri più importanti del Novecento. Queste somiglianze tra gli anni 30 e l’attualità fanno correre molti brividi sulla schiena di milioni di europei che hanno memoria storica, cioè che sono capaci di ricordare che cosa avvenne dopo gli anni 30 e gli anni 40, cioè la seconda guerra mondiale. Tutte queste analogie sono vere e purtroppo ce ne sono anche altre. Sia nel caso attuale che negli anni 30 l’esplosione del nazionalismo identitario è stata preceduta da una lenta progressione nei decenni precedenti. Infatti il nazionalismo europeo è esploso a metà 800 e poi è andato crescendo fino a sfociare nelle due guerre mondiali. Però in Italia il fascismo salì al potere prima della crisi del 29, nel 22. Fu Hitler che fu spinto al potere dalla Grande Depressione del 29. Ma, tutto sommato, l’ascesa del nazionalismo bellicista data ben prima degli anni 30. La Grande Depressione semplicemente rafforzò tendenze che erano già in atto prima della crisi. E questo è esattamente quello che è successo ora. In realtà l’ondata attuale di nazionalismi in Europa prende vita negli anni 80, si rafforza negli anni 90 e continua a crescere fino a che la crisi del 2008 gli dà una bella spinta, ma la radice è partita molto prima. In sostanza l’idea che il problema sia la crisi è consolatoria. L’acqua in cui nuotava il nazionalismo c’era già da prima della crisi e non si ritirerà quando la  crisi è passata; sempre che sia del tutto passata.

Il punto è perché il nazionalismo è tornato? Abbiamo visto qual è l’acqua in cui hanno proliferato i nazionalismi di ieri e di oggi. La spiegazione migliore di tutto questo rimane quella di Polanyi, nel libro a cui ho accennato “La grande trasformazione” e funziona benissimo. La spiegazione che dà dell’emergere del nazismo, del fascismo nel cuore dell’Europa a Polanyi va bene, ma è perfetta anche ora. Polanyi sostiene che la deriva nazi fascista sia stata originata dallo strapotere della dimensione economica sulle altre componenti della società e ne ha determinato la lacerazione e il conseguente sbocco autoritario. Il punto, secondo Polanyi, è che l’economia di mercato affianca, alla sua straordinaria capacità di creare il progresso materiale, un grande potere distruttivo perché tende a colonizzare tutte le sfere della vita sociale. Intendo dire che basare un’economia sulla stimolazione ossessiva della convenienza personale, della competizione e del possesso, come è la nostra economia, tende ad erodere la società e la comunità. Il mercato piega a logiche commerciali il nostro stare insieme: il sistema politico, il territorio, l’informazione, i legami comunitari, il modo in cui usiamo il nostro tempo e persino la formazione dei bambini, visto che la scuola viene finalizzata al mercato del lavoro.

E il problema è che le società si sono sempre difese da questo potere distruttivo del sistema di mercato regolando il mercato. Ma negli anni venti questa regolazione era ormai saltata; l’economia dilagava nella società, la società soccombeva ad una ondata di globalizzazione che sottometteva sempre più la vita quotidiana alle priorità economiche. Anche noi viviamo in una società interamente organizzata in base alle priorità economiche. Il mantra della nostra società è crescita economica, è tutto finalizzato a questo. Rileggere alcune pagine di quel libro fa impressione, perché Polanyi documenta che negli anni venti l’economia era globalizzata e le banche d’investimento dominavano i governi. Non so se tutto questo vi ricorda qualcosa. La colonizzazione commerciale della società rende la società instabile e negli anni venti l’autodifesa della società si mise in moto e prese due strade principali completamente diverse. La prima fu il bolscevismo, la seconda fu il fascismo. Oggi l’economia domina la società ben oltre le condizioni di allora e di nuovo si presenta un’autodifesa della società dal dominio dell’economia. La spiegazione di Polanyi è molto convincente perché chiarisce che cosa hanno in comune i due periodi di espansione dei nazionalismi identitari. Ambedue si svolgono nel contesto di una furiosa globalizzazione. Dove per globalizzazione intendo il tentativo di dominare completamente la vita sociale con le esigenze economiche.

In questa situazione, allora come oggi, i confini nazionali diventano il recinto entro il quale proteggersi dalle tempeste del capitalismo globale. Queste tempeste vengono personificate. L’ebreo, secondo Polanyi, simboleggiava, per il nazismo, il potere corrosivo del denaro sulla comunità. Il migrante contemporaneo è il corrispondente dell’ebreo di allora, perché personifica la globalizzazione; è la prova vivente che non possiamo sfuggirla nel nostro quotidiano. In molta gente questa percezione prevale su quella che i migranti sono in realtà le prime vittime della globalizzazione. Ma il punto è che il senso di solitudine e di impotenza è il motore del nazionalismo. Il messaggio del nazionalismo, ed è per questo che ha tanto successo, è: “non sei solo, sei parte di una nazione e la nazione ti proteggerà”. Il nazionalismo è una reazione al disfacimento della comunità e dell’identità delle persone. Le persone cercano protezione nel nazionalismo. L’idea è di proteggersi dalla concorrenza globale, dalle tempeste globali, dalla globalizzazione, dal dominio dell’economia sulle nostre vite. Come? Attraverso la nazione ed erigendo muri belli spessi e gestiti da gente tosta. Da qui l’inclinazione autoritaria che ci proteggerà dalle tempeste globali.

Le assonanze tra ieri e l’oggi sono impressionanti e per certi versi adesso è persino peggio che negli anni 30 perché, negli anni 30, il nazionalismo si diffuse solo nei paesi europei, oggi è andato ben oltre. Sono tanti Paesi in via di sviluppo che stanno prendendo questa piega. In sostanza gli anni 30 e l’attualità mostrano impressionanti similitudini.

Il paradigma di tutto questo sono gli Stati Uniti. Tutte queste tendenze delle quali vi parlo riguardano sì tutti i Paesi occidentali ma riguardano in particolare gli Stati Uniti perché è il paese in cui, più di tutti gli altri, l’economia è basata su una stimolazione ossessiva del possesso e della competizione. E’ il Paese che meno si prende cura dei beni comuni. L’idea di beni comuni è molto fragile negli Stati Uniti; è tutto privato. L’idea è che la proprietà privata e la concorrenza sono la guida per risolvere qualunque problema sociale. L’americano medio è quello che meglio corrisponde alla descrizione che vi stavo facendo di individui insoddisfatti, ansiosi, ossessionati dal denaro e dal lavoro. Infatti gli americani lavorano molto di più degli europei ed è il paese in cui le relazioni si sono sfasciate più di tutti. Su questo c’è un’ampia letteratura. Ma i numeri, per esempio sulla solitudine, sono devastanti. Negli Stati Uniti ci sono decine di milioni di persone che non hanno nessun contatto sociale. Ciò corrisponde perfettamente a tutto quello che vi ho detto. In particolare, tutto questo che sto raccontando, non è uniformemente distribuito nella popolazione americana. E’ tutto molto più acuto in certe fasce di popolazione; in particolare bianchi, basso reddito, bassa istruzione e residenti nelle zone rurali. Vi ricorda qualcosa? Politicamente chi vota questo tipo di scelte? Questo che vi ho appena descritto è la spina dorsale del voto di Trump.

Quindi l’esempio paradigmatico del fatto che questa estrema insoddisfazione, paura e solitudine sfocia in aggressività, nazionalismo, revanscismo sono proprio gli Stati Uniti. E guardate che il secondo paese messo peggio in tutto l’Occidente, dal punto di vista delle tendenze di cui vi parlo, è la Gran Bretagna; infatti è stata protagonista della Brexit. L’ondata di nazionalismo più forte dopo gli Stati Uniti ce l’abbiamo avuta lì. Infatti gli Stati Uniti sono anche il Paese più armato del mondo, sia individualmente che collettivamente. Insomma, spero di avervi dato un’idea del modo in cui il sistema economico attuale produce individui che tendono sempre più ad accettare la violenza come un elemento inevitabile delle relazioni umane e quindi anche delle relazioni internazionali. Ultimo punto, se vi interessa, è come dovrebbe esser fatta un’economia che produca esattamente l’esito contrario.

Carlo Zonato – Infatti lo aspettavamo ansiosi.

 

Prof Stefano Bartolini

Dovrebbe essere un’economia o un sistema economico basato su politiche per i beni comuni, sulla protezione dei beni comuni. E dagli studi che facciamo sulla felicità sappiamo abbastanza bene come dovrebbe essere una economia di questo genere. Ritorno all’esempio delle due città che vi avevo fatto prima. Il traffico delle auto è il motore principale della distruzione del tessuto sociale come vi stavo dicendo. Non  ce l’ha ordinato il dottore di consegnare le città alle automobili. C’è un famoso urbanista che dice che in una città è impossibile mettere contemporaneamente a proprio agio le automobili e le persone. Bisogna fare una scelta. La scelta che abbiamo fatto noi fin ad oggi  è quella di privilegiare le automobili. Ma se andate per esempio a vedere città del nord Europa come Amsterdam, Copenhagen, vedete che sono città senza automobili. Gli spostamenti avvengono con i mezzi pubblici e tantissime biciclette; ci sono le infrastrutture per le bici e ci sono i ponti ciclabili. Ci sono parcheggi e tutto è organizzato per la bici. Poi hanno creato un sacco di spazi verdi e zone pedonali. Il risultato di questo è che c’è più gente per la strada in queste città, che hanno inverni rigidi, rispetto alle città italiane; i bambini giocano di più per la strade di queste città che nelle città italiane che sono favorite perché baciate dal mite clima mediterraneo. Invece la disastrosa organizzazione urbana delle nostre città sta producendo un’ondata di solitudine spaventosa. E che cosa accompagna politicamente la solitudine? Penso di avervelo chiarito.

Quindi abbiamo esempi che funzionano e sappiamo che funzionano. Quando facciamo questi interventi di pedonalizzazione delle città, di riduzione del traffico privato lo sappiamo che si creano relazioni e che la gente diventa anche più felice. Le analisi lo dimostrano. Poi dovremmo cambiare la scuola. La scuola è la nostra fabbrica principale di individui solitari, ansiosi, competitivi e ossessionati dal possesso. A parte probabilmente la scuola primaria in Italia, tutta l’organizzazione scolastica è una stimolazione ossessiva della competizione e del possesso. Tutto a scuola incentiva la competizione, a partire dai voti che sono esclusivamente individuali; Non ci sono praticamente lavori di gruppo nella nostra scuola e il premio per i nostri sforzi competitivi è il possesso di un voto individuale. Anche qui sappiamo benissimo come fare per avere scuole diverse. La scuola montessoriana è stata inventata in Italia, è una scuola senza voti, senza test, basata sulla cooperazione e non sulla competizione, basata sulla partecipazione degli studenti a tutte le decisioni rilevanti, a partire dai programmi di studio, all’organizzazione degli spazi.

Quando confrontiamo i ragazzi che escono dalle scuole montessoriane con quelli che escono dalle scuole mainstream, notiamo che i ragazzi delle scuole montessoriane, se gli fai fare un test per esempio di matematica o di scrittura, lo fanno meglio delle scuole mainstream. Imparano meglio nonostante non abbiano mai fatto un test in vita loro; imparano meglio perché associano emozioni positive all’apprendimento. Non sono schiacciati dalla competizione, dalla immobilità fisica. Perché la scuola attuale è disciplina, è competizione. Bene, sappiamo benissimo come cambiare questo e la scuola montessoriana è un ottimo esempio. E fra l’altro interi sistemi scolastici in Nord Europa hanno cambiato la loro scuola ispirandosi ai principi montessoriani. Nel nord Europa fanno una scuola che si chiama scuola partecipativa, è la scuola mainstream. Sto parlando di Olanda, Danimarca, Svezia e altri paesi. La scuola partecipativa, appunto, ha preso tantissimo il principio della scuola montessoriana. Ebbene, gli studi anche lì dimostrano che oltre a produrre gente molto competente sul piano dell’apprendimento, queste scuole producono gente più socievole, meno conflittuale, più felice, più aperta alla società, meno ossessionata dal privato e non ossessionata dal possesso.

Parliamo poi del lavoro. Dovremmo cambiare il modo in cui sono organizzate le imprese che replicano la scuola ed è tutto basato su bastone e carota; incentivi, premi e punizioni. Anche qui ci sono tante imprese diverse da quelle basate su questi principi. Le prime, anche qui ce le siamo inventate noi, perché il pioniere dell’impresa di massa è stato Adriano Olivetti. L’Olivetti era basata su principi completamente diversi dalla pressione competitiva, da premi e punizioni, dagli incentivi. Era basata sulla cooperazione e con una grande attenzione al benessere dei lavoratori e al fatto che venissero volentieri a lavorare, che il luogo di lavoro fosse un luogo piacevole, che le relazioni con i colleghi fossero piacevoli e costruttive. Si può fare e si fa perché il modello olivettiano è stato copiato da tante imprese e i risultati lo mostrano. Fra l’altro queste imprese sono più redditizie e funzionano meglio. La forza lavoro è più efficiente, più produttiva. Il nostro mondo è basato sulla cultura dello stress. Lo stress è un modo per risolvere i problemi, guidare le persone, ottenere dei risultati. Si tende a stressare la gente, la stressiamo nel lavoro, la stressiamo a scuola. Se le cose stanno così, non è che sia molto sorprendente che il sistema economico, secondo tutti i dati, produca gente profondamente stressata, ansiosa e impaurita. Il risultato è che diventano aggressivi e che si piegano alla logica della contrapposizione: buoni, cattivi e capri espiatori. Bene, grazie tante dell’attenzione.