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UPF PEACE FORUM “Essere Costruttori di Pace”

“Giovani & Futuro tra Speranze e Disillusioni”

Giovani e futuro: la speranza non è ottimismo, è direzione

Dal “mattering” alla generatività sociale: cosa chiedono i giovani agli adulti e perché riguarda la pace. Nel webinar promosso da Universal Peace Federation Italia, i giovani non sono stati “tema” ma voce viva. Dati, testimonianze e domande hanno messo a fuoco un paradosso: tante opportunità dichiarate, eppure una speranza che si consuma proprio quando si dovrebbe scegliere la vita adulta. La risposta, emersa con chiarezza, non è una ricetta motivazionale ma una responsabilità comunitaria: offrire ascolto, valori e contesti generativi, perché la pace comincia dalla fiducia nel futuro. Un forum che parla di pace partendo dai giovani Aprendo l’incontro, Andrea Valgoi ha posto subito il tema nel suo punto più vero: parlare di giovani significa parlare di pace, perché la pace non è solo “assenza di conflitto”, ma costruzione quotidiana di relazioni, senso e coesione sociale. In un’epoca di trasformazioni rapide e scenari incerti, i giovani chiedono una cosa semplice e impegnativa insieme: essere riconosciuti, ascoltati, presi sul serio. Oltre lo stereotipo: non apatia, ma fatica del possibile Il cuore dell’analisi è arrivato con l’intervento della prof.ssa Elena Marta, che ha smontato una narrazione comoda: i giovani non sono necessariamente apatici. Hanno desideri, valori, speranze. Ma vivono una tensione che logora: da un lato una “bulimia di opportunità” (“tutto è possibile”), dall’altro il peso dei limiti, che si traduce in ansia da prestazione e paura di fallire. Il problema non è la mancanza di libertà: è una libertà senza coordinate, esposta alla tirannia degli standard sociali di successo.

Qui emerge un concetto chiave: mattering, cioè “contare davvero” per qualcuno, essere percepiti come persone di valore e capaci di dare un contributo. Non basta la visibilità: serve riconoscimento autentico. E, paradossalmente, essere presi sul serio significa anche accettare il confronto: non solo l’applauso, ma un adulto che sappia dire “qui stai sbagliando” e, insieme, sappia indicare come rialzarsi. Dopo la pandemia: il “tradimento” e la rabbia silenziosa Un passaggio ha colpito per nettezza: il post-pandemia. Durante il Covid sembravano riemergere priorità come giustizia sociale, interdipendenza, cura. Poi, per molti giovani, è arrivato un ritorno brusco ai vecchi ritmi: e lì nasce una delusione profonda, descritta come un senso di “tradimento” del mondo adulto. Non sempre esplode in protesta visibile: spesso diventa una “rabbia addomesticata”, trattenuta, che si traduce in sofferenza emotiva e strategie di “automedicazione” (psicofarmaci o sostanze) per reggere un vuoto di senso. Il dato più duro: la speranza crolla tra 19 e 34 anni Tra gli elementi più significativi emersi dalle ricerche citate: la speranza non cala nell’adolescenza “più fragile”, ma soprattutto nella fase 19–34 anni. È allarmante, perché coincide con le scelte che strutturano la vita: lavoro, famiglia, responsabilità. Il crollo è legato anche alla percezione di un mondo adulto “trafelato”, veloce, tecnico, poco appassionato e poco capace di profondità relazionale. In quel contesto, la richiesta dei giovani non è un piano già scritto, ma una meta, una direzione: la famosa immagine della “seconda stella a destra” torna come bisogno di orientamento culturale e valoriale. Le voci dei giovani: tra desiderio di famiglia, autenticità e comunità Il dialogo con i giovani ha “verificato” sul campo le analisi: non slogan, ma esperienze.

Federico ha parlato di futuro con una “felicità mista a responsabilità” e con un desiderio netto: costruire una famiglia, creare una cerchia di legami affidabili. Rebecca ha letto l’incertezza anche come spazio di possibilità: un campo aperto dove provare a trovare “un posticino” nel mondo. Tamara ha definito la realizzazione come conoscersi, riconoscere i propri talenti, porsi obiettivi che cambiano con l’età; e ha chiesto agli adulti più ascolto e meno egoismo, “ragionare un po’ meno con la testa e un pochino più col cuore”. Erik ha portato il registro della disillusione legata al lavoro e alle notizie globali, ma senza cedere al nichilismo: ha riconosciuto che molti giovani continuano a “credere in qualcosa” e a lottare, spesso attraverso il volontariato e l’impegno educativo. Un dettaglio interessante, quasi poetico e molto concreto: Federico ha raccontato di sentirsi talvolta più libero nel dialogo con anziani incontrati per caso (in metropolitana) che con chi lo conosce “a metà”. È un’indicazione preziosa: non servono solo “grandi progetti”, serve spazio umano di relazione intergenerazionale. La proposta finale: “genitorialità sociale” e generatività La chiusura della prof.ssa Marta ha tenuto insieme realismo e speranza: gli adulti non possono limitarsi ad accudire, devono diventare generativi. Cosa significa? Lasciare andare, offrire valori e fiducia, accettando che i giovani li interpreteranno con stile proprio. È una forma di “genitorialità sociale”: una comunità educante che non controlla, ma accompagna; non infantilizza, ma rende capaci. Nelle conclusioni, il presidente Carlo Zonato ha ringraziato per la qualità umana del confronto e ha rilanciato l’idea che la perplessità può diventare inizio di conoscenza (con un richiamo a Kahlil Gibran).

È un buon punto di arrivo: non eliminare lo smarrimento, ma trasformarlo in ricerca comune.

Cinque parole-chiave emerse dal webinar

1. Mattering: contare davvero, non solo essere visibili.

2. Ansia da prestazione: la fatica del “tutto è possibile”.

3. Tradimento post-pandemia: disillusione verso il mondo adulto.

4. Crollo della speranza (19–34): emergenza culturale e sociale.

5. Generatività sociale: adulti che offrono direzione e fiducia, non solo regole.